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La sbornia dei padri

Non capita tutti i giorni di sentire un cantiniere che invoca abbracci anziché sbornie. E’ anche per questo che mi ha colpito la requisitoria a lama doppia che ho letto su  questa rivista “Territorio”, a firma di Rocco Catalano. Doppia perché, se da un lato rivolge al sindaco di Potenza una serie domande sacrosante, dall’altro accarezza con lo stesso stiletto la guancia del mio amico Alessandro Galella (“quello dei party”).

E’ la seconda volta che mi ritrovo a scrivere in difesa di Alessando che – sia ben chiaro – sa difendersi benissimo da sé, e non ha alcun bisogno delle mie parole. Lo faccio un po’ per riflesso – nelle zuffe, da ragazzini, se toccavano lui partivo anch’io e viceversa – un po’ per diletto, e un po’ anche perché trovo davvero curioso che fior di opinion leader della mia città non trovino meglio da fare che puntare il dito contro le attività alle quali Alessandro prende parte o spesso dà la stura.

Ma veniamo al punto. Nell’articolo in questione si accusa Santarsiero di lasciare “la città-carcassa” nelle mani degli “avvoltoi”: “Gang pronte a contendersela, oltragiandola col vomito e col piscio”. Un’immagine disgustosa e rivoltante, che manco il Poeta nel peggio girone dell’Inferno…  Anche peggiore, se possibile, della nostra stessa classe politica, muffosa e ammorbante, che ha ridotto Potenza e la nostra regione a uno stagno ideologico, culturale, economico e sociale.

Ora mi chiedo – caro Catalano -  è corretto usare lo stesso stiletto per i due destinatari (quello diretto e quello indiretto) della tua missiva? E’ corretto declassare ad “avvoltoi impazienti di potere e bramanti di notorietà” quei ragazzi in t-shirt che, per tua stessa ammissione, hanno riportato in piazza le famiglie e creato momenti di aggregazione, accendendo un barlume di luce nella notte buia di un’amministrazione attenta solo a rendere edificabili i terreni agricoli, a vantaggio delle solite cosche e dei soliti papponi nostrani?

Non ho difficoltà ad ammettere che alcuni accessi di “sballo” diano fastidio anche al sottoscritto. Per primo ho manifestato ad Alessando alcuni imbarazzi per certi risvolti legati a certe sue iniziative.

Ma prendiamo ad esempio il San Gerardo: una festa riscoperta, valorizzata e vivificata dall’attività di associazioni nate spontaneamente, sulla scorta di quella identità che tu declassi a “integralismo gretto”. Lì dove le istituzioni avevano “cementificato” una festa popolare, depauperandola di ogni significato, è arrivata la ventata d’aria fresca dei giovani avvoltoi in t-shirt, restituendo alla città la propria festa, la propria cultura, la propria identità; che non è fatta, per nostra fortuna, di brandy felpati o di rivisitazioni in salsa finger-food del peperone crusco, ma è fatta appunto di cannitto e tarantelle, di morra e grida, sorrisi e canti. Un universo simbolico di riferimento che si contrappone appunto ai prodotti fabbricati, anche di tipo intellettuale; un evento ciclico che, eccezion fatta per l’eccesso di qualche testa calda, si colloca nel solco di una tradizione cristiano-pagana, che restituisce a mio parere dignità all’intera comunità potentina. E – permettimi – è una vergogna che questo tesoro sia stato dissotterrato da un gruppo di amici in t-shirt anziché dalle istituzioni (che sono state però solerti a ritirare i premi che ne sono scaturiti e ad attribuirsi i relativi meriti). E tu non puoi mettere sullo stesso piano gli uni e gli altri. O peggio, non puoi mettere in guardia il sindaco (“tu sai che i voti si raccolgono così”), come se dovessi segnalare il rischio dell’arrivo di un’orda unna, di una banda di delinquenti (che in effetti chiami proprio “gang”), di un’associazione a delinquere. Permettimi: non è giusto, non è corretto e non è vero.

Ma forse, caro Catalani, quella che sta montando, è solo un po’ di paura. La paura che ci possa essere qualcun’altro che riesce a generare il consenso con l’azione, anziché con la raccomandazione e il clientelismo. Sia pure un’azione minore e meno condivisibile, come quella della notte nera. Qualcuno che comincia a comprendere come far funzionare la macchina della politica e del consenso, pur non avendo posti di lavoro da promettere o autorizzazioni da concedere.

Il dovere di un cittadino costruttivo, che per giunta scrive su un “mensile di impegno civile”, dovrebbe essere quello di agire al fianco di chi prende iniziativa. Soprattutto con l’intento di sorvegliare a che non cada negli errori dei suoi predecessori o in facili peccati di narcisismo e sete di “popolarità”. Anziché offendere l’impegno dei ragazzi in t-shirt di Ennesima Potenza, evidenziando solo i lati negativi dell’iniziativa (sport preferito dei nostri conterranei), bisognerebbe scendere al fianco di chi organizza – senza nessun aiuto da parte delle istituzioni – eventi più o meno validi per la propria comunità. Provare con il proprio contributo a migliorarli, a completarli e ad evitare che degenerino (non so se nel tuo scritto hai fatto specifico riferimento a un mio post, ma fui io per primo a segnalare ad Alessandro il rischio di una pericolosa deriva Mykonos).

Caro Catalano, quindi, se credi come spero che non basti una spruzzatina d’intellettualismo per levare l’olezzo della clientela, delle tangenti e delle raccomandazioni elargite, che contraddistingue ad esempio alcuni avventori della tua cantina, conserva per i pesci grossi le tue migliori stilettate! Quanto li avrai di nuovo ospiti al tuo bancone, faccia a faccia, ricorda loro che il profumo di un buon brandy non può cancellare l’alacre sapore delle grande vergogna legata alla faccenda del petrolio di Basilicata: intere generazioni porteranno il peso della loro inadeguatezza. Un buon aperitivo è il momento giusto per mettere sul tavolo certi tabù. Il coraggio che chiedi a Santarsiero nel tuo articolo, pretendilo da te sesso: non è scritto da nessuna parte che questi signori debbano continuare a saccheggiare e deturpare la nostra terra e le nostre vite, al caldo delle loro certezze inattaccabili. Altrove (e non mi riferisco ad un luogo politico, ma morale) ci sono nuove energie, vogliose di riscatto, prima ancora che di popolarità. Ci può essere inesperienza, certo,  e anche goffaggine e approssimazione, ma di certo c’è la buona fede. Ed è lì che devono convergere le intelligenze, per migliorare le proposte e, dove necessario, sorvegliare o arginare gli eccessi e le storture.

Nel tuo articolo ravvedo – come nei ragionamenti di molti lucani – un atteggiamento rassegnato all’idea che qualsivoglia cambiamento debba prendere le mosse comunque e per forza dai soliti noti (quelli ad esempio che fatturano più di Renzo Piano, pur non avendo neppure la fama di Papanedda). Quasi come se la nostra terra, la nostra storia, il nostro futuro non possano prescindere da loro; quasi come a supplicare questi signori a passarsi una mano sulla coscienza e ad allentare la morsa della macchina del sopruso, che costringe noi poveri lucani sotto il tallone impietoso di lor signori.

Non è così. E’ possibile che ci sia bisogno di una fase dolorosa di transizione, è probabile che bisognerà prendere qualche cantonata perché non si ha confidenza con il mezzo Istituzione, ma non possiamo rinunciare alla speranza di spazzare via tutta questa monnezza umana dai nostri Palazzi. Potenza è il capoluogo di una regione che ha gli stessi abitanti di una borgata romana, un’infinità di risorse e un territorio invidiabile. Dovrebbe essere facile da gestire come un condominio. Che sia ridotta in queste condizioni, svenduta, lottizzata e vilipesa, è un crimine per il quale nessuno ha mai pagato. Concentriamo su questa gente la nostra indignazione e lavoriamo per contrastare questo genere di crimini, invece di accanirci contro chi, nel suo piccolo, prova a fare qualcosa.

Una pur superficiale analisi della nostra classe dirigente, tanto più in un momento di crisi, ci conduce a considerare illusorio o addirittura criminale l’ottimismo (che tu pure invochi), la fiducia nel futuro, la speranza nei cambiamenti. Tu auspichi l’abbraccio dei padri da contrapporre alla sbornia dei figli. Io sono d’accordo con te.

Ma questi non sono i nostri padri. Questi sono i nostri carcerieri, i gendarmi maneggioni del nostro futuro, i secondini della nostra storia. Chiedere loro un abbraccio di padre, sarebbe come chiederlo a Josef Fritzl, l’austriaco che segregò la figlia in un bunker per 24 anni, precludendole ogni contatto col mondo esterno.

Nessun abbraccio, quindi, da questa gente. Non abbiamo più domande per loro, né tantomeno ci aspettiamo risposte. I nostri padri sono i contadini, i pastori, i vignaioli e gli artigiani di Sinisgalli, perseguitati dal demone dell’insoddisfazione e abituati a bere per il gusto di condividere un’allegria conviviale o tutt’al più cameratesca.

Questo dobbiamo trasferire alle nuove generazioni: umiltà, onestà e genuino amore per la propria tradizione e per la propria comunità. Non “luci della ribalta”, quindi, o polvere di stelle, ma quella luce tenue, che un tempo fu sacra ai romani, che filtra tra gli alberi dei nostri boschi e dà il nome alla nostra bella terra.

Daneistocrazie

Oggi il nome «democrazia» è rimasto alle usurocrazie, o alle daneistocrazie, se preferite una parola accademicamente corretta, ma forse meno comprensibile, che significa: dominio dei prestatori di denaro. (Ezra Pound)

Youkio Mishima, 14 gennaio 1925 – 25 novembre 1970

“Il valore di un uomo si rivela nell’istante in cui la vita si confronta con la morte” .

Britannia

Ezra Pound 1/11/72 – 1/11/11

Caro Steve

Caro Steve,

tu sei il mentore di giovani e meno giovani che la pensano differente, pur pensandola tutti allo stesso modo. Hai cambiato milioni di vite. E anche un po’ la mia.
Ad esempio, prima andavo a correre a Villa Pamphili e sentivo solo gli uccellini. Ora corro ascoltando i ritmi tribali dei Chemical Brothers o gli archi di Haydn, in una deliziosa bolla musicale, techno o classica, a seconda di come mi gira.
Te ne sarò grato per sempre.

E poi – a dirla tutta – con sta storia di frequentare la morte per apprezzare meglio la vita, mi hai conquistato definitivamente. E’ una buona idea, elementare, ma nessuno ha avuto mai il coraggio di tirarla fuori al grande pubblico con chiarezza, come hai fatto tu. A me lo diceva sempre anche mio nonno. Anzi me lo cantava: “A noi la morte non ci fa paura/ ci si fidanza e ci si fa l’amor/ se poi ci avvince e ci porta al cimitero/s’accende un cero e non se ne parla più”.

Ho sempre guardato con stupore e ammirazione alla tua figura, Steve, a prescindere dagli uccellini di Villa Pamphili: perché pur essendo rigido esecutore di una cultura d’impresa chiusa, isolata e controllata, milioni di designer, pubblicitari, musicisti ed altri professionisti della creatività, hanno amato profondamente te e i tuoi prodotti. E, cosa ancor più incredibile, il marchio Apple è sempre stato sinonimo di libero-pensiero.
Basta buttare un occhio ai media in queste ore, o al sito di Zuckerberg, per fugare tutti i dubbi, qualora ve ne fossero: un guru, un genio, una guida, un messia. Giudizio unanime.

Partiamo dall’iPod, la tua creatura che conosco meglio. L’idea di un riproduttore musicale, sincronizzato solo a se stesso e ad iTunes, ha messo in catene le nostre esperienze di navigazione, la ricerca di brani o band, cambiando per sempre il modo di fruire della musica (e non solo). Una vera e propria rivoluzione, fatta mentre le major si affannavano inutilmente a rincorrere i «pirati» del peer-to-peer.

E qui ci avviciniamo al punto.

Ho l’impressione che tu sia sempre stato concentrato a cercare ficcare tutte le nostre vite in un solo aggeggio: la musica con l’iPod, i giornali con l’iPad, le nostre comunicazioni con l’iPhone. Supporti unici e inviolabili che non tollerano agenti esogeni; supporti totalizzanti, che testimoniano, però, l’appartenenza a un’idea molto diversa da quella che tu stesso amavi raccontare, con quella tua faccia da bravo ragazzo e gli occhialetti alla Lennon.

«All-Apple» era il tuo sogno irrefrenabile, fin dall’inizio della tua carriera. Come quando i tuoi stessi ingegneri ti hanno dovuto fermare, perché t’eri messo in testa di costruire un hard-disk  made in Apple. Mal sopportavi, infatti, l’idea che le tue macchine non fossero tue al 100%. E il fastidio per le commistioni è sempre stata un po’ la cifra della tua imprenditoria. Poi il fantasioso colosso americano s’è dovuto piegare al rigore degli hard-disk giapponesi. Una nemesi.

Il mondo dei monopolisti dell’IBM, contro il quale ti sei scagliato in gioventù, l’hai ricostruito tale e quale, insieme al tuo amico Bill, ma – è qui è la tua grandezza – senza perdere un grammo del consenso di questi milioni di ragazzi  – soprattutto ex ragazzi, a dire il vero – con le tracolle, le bandiere della pace e il mito di John Lennon. Tu e Bill, due facce della stessa medaglia. Due attori consumati, pronti a scambiarsi la parte del leader e del follower, a seconda delle necessità del mercato. Lui antipatichello, tu gradevole, smart e politically correct.

Oggi però ti scrivo per darti una cattiva notizia: in Italia, come nel resto del mondo, milioni di persone stanno crackando i tuoi IPhone per montare sistemi open source, e ficcarci dentro il diavolo che gli pare. Gli smartphone Android hanno superato, in numeri assoluti di vendite, i supporti Apple. E’ in corso una forma di rivolta alla Masaniello, applicata ai sistemi informativi.
Il tuo mondo sta morendo, caro Steven, si sta lentamente disgregando, sotto i colpi del progresso: “Sono in tanti, giovani e meno giovani, che decidono di passare a sistemi open. Non si tratta solo di una scelta di maggiore versatilità ma, soprattutto, la sensazione di non ritrovarsi chiusi in un mondo dal quale non possono uscire”. Come Masaniello contro gli spagnoli, appunto, come Mohamed Bouazizi da Sidi Bouzidi, migliaia di giovani stanno preparando una nuova rivoluzione digitale, improntata sullo scambio e sul progresso, più che sul profitto.

Il progresso, Steve. Ti sei mai chiesto qual è la differenza tra il business e il progresso?

Parliamo di mele. Un filosofo irlandese diceva che se tu hai una mela, e io ho una mela, e ce le scambiamo, avremo sempre una mela per uno. Ma se tu hai un’idea, ed io ho un’idea, e ce le scambiamo, allora abbiamo entrambi due idee. Tu, invece, te ne sei sempre fottuto delle idee degli altri, Steve. E appena ne hai avuta una tua – e ne hai avute di preziose – hai sempre fatto in modo di presidiarla e sorvegliarla in maniera rigorosa, come fanno i ricchi americani, con le loro ville a Beverly Hills o i leghisti nostrani coi loro box auto nella provincia di Varese.  E’ qui è la differenza tra il progresso e il business. O meglio, tra il un business sano e uno impuro e – consentimi – un po’ egoista.

Nessuno ti ha mai chiesto di pensare gratuitamente e per lo sviluppo e il bene delle genti future – altrimenti ti saresti chiamato Marconi, non Jobs. Ma scambiare le idee, quello sì, era dovuto. Avresti aiutato ad accelerare i processi di sviluppo. Avresti generato una diminuzione dei costi per i tuoi fan e creato un clima di mercato più salubre. Come ti è saltato in mente di affermare la tesi della superiorità della razza Apple, perseverando sulla strada del razzismo informatico, giocando a rimpiattino col tuo amico Bill, alle spalle di milioni e milioni di persone? Come hai potuto privare l’utenza planetaria, che avevi meritatamente conquistato, di una rapida evoluzione, a vantaggio di una evoluzione che fosse solo Tua (o di Bill), con un relativo, lento, inesorabile aumento degli introiti e della salvaguardia della “purezza” della razza informatica che avevi creato? Proprio tu? Tu che «essere l’uomo più ricco al cimitero non mi interessa», tu progressista, tu tollerante, tu che amavi perfino le biciclette …

E’ tutto chiaro, Steve, tutto normale, tutto lecito. Lo hai fatto perché hai sempre creduto che le tue idee fossero giuste e quelle degli altri non valessero granché. Lo hai fatto perché hai creduto fermamente che lasciar marcire un sistema di lettura video che non fosse il TUO sistema di lettura, fosse una cosa sacrosanta. Lo hai fatto perché you’re not a dreamer, come quel fessacchiotto di Lennon; e a 25 anni valevi “più di 100 milioni di dollari” e hai sempre creduto che “image no possession” fosse una grande, grandissima puttanata. Lo hai fatto perché hai creduto in te e nei tuoi. Non negli altri.

E chi glielo spiega adesso a questi delle tracolle? Cosa penseranno, quando comprenderanno l’inganno?  Quando capiranno che il loro guru, infine non era che uno scaltro imprenditore, affamato sì, ma di danaro e monopoli, alla stregua di tutti i capitani d’impresa della storia dell’occidente. Cosa diranno quando capiranno che, come è inevitabile che sia, anche tu hai aperto la tua strada passando sui cadaveri degli altri, proprio come Zuckerberg con il suo Facebook, la BMW, Hugo Boss, la Coca-cola e tutti i milioni di brand che si sono affermati dal medioevo a oggi.A noi italiani, come funziona, lo ha spiegato molto bene una ragazza barese, una filosofa inconsapevole, qualche giorno fa in un’intervista di successo – non ti dico la combriccola delle tracolle che levata di scudi!

Ma cosa vuoi che ti dicano, Steve? Nulla. Non diranno nulla, tranquillo. Non diranno neppure una parola. Non lo scopriranno mai. Loro sono troppo impegnati ad essere tolleranti, progressisti e a cambiare la loro immagine del profilo con la mela che piange. Non hanno tempo da dedicare a una verità, che non sia la loro. Ormai tu sei un’icona, e tale resterai. La pubblicità è più forte della realtà (milioni di uomini ogni giorno ingeriscono felici una bevanda gassata e corrosiva, che sa di medicinale). Come il Che per i pacifisti, sei destinato a rappresentare il bene, anche in ambiti che non ti hanno mai riguardato.

Ho come la sensazione che li abbia fatti fessi tutti, Steven. E proprio in grande stile. E anche per questo mi mancherai.
Ma gli occhialetti – dimmi la verità –, Lennon o Himmler?

Sempiterna gratitudine.
E scusa il ritardo,
g

Adieu

La gioventù, dio feticcio per pubblicitari

Antonio Scurati

Non so se la mia generazione nutra un sentimento di sana inimicizia nei confronti di quella che ha fatto il Sessantotto, ma so che farebbe bene a nutrirlo.

Per due ottimi motivi. Il primo è che la rivolta contro i padri – una freudiana «uccisione del padre» su scala macrosociale – fu il motore del ’68; la seconda è che quel movimento si ridusse, sotto molti punti di vista, soltanto a quello. Noi, figli anagrafici del ’68 dovremmo, forse, prendere a modello quello scatenamento di un propulsivo conflitto generazionale, e dovremo prendere atto del fatto che, per molti aspetti, si ridusse a una pura lotta di potere. Un potere che, dopo esser stato contestato, sovvertito, conquistato, oggi si è consolidato in un blocco sociale che si erge, spesso, di contro alle generazioni successive. «L’immaginazione al potere» è stato un magnifico cavallo di troia propagandistico per dare l’assalto al palazzo. Poi, una volta preso, il potere è rimasto identico a se stesso e l’immaginazione si è trasformata in immaginario, cioè in quella massa inerte di stereotipi di repertorio che compongono l’universo mediatico, il cui controllo costituisce oggi la specifica forma di esercizio del potere degli ex sessantottini.

Non è un caso che molti fra i leader del ’68 abbiano fatto brillanti carriere giornalistiche e siano divenuti opinion leader mediatici. Il ‘68, infatti, in quanto grande movimento sociale che, alla fin fine, agì quasi esclusivamente sul costume, lasciando immutata la struttura economica della società e, soprattutto, la forma di organizzazione politica, fu, nei paesi dell’Occidente liberale, un fenomeno prevalentemente comunicazionale. Fu, anzi, la riduzione della politica a comunicazione (e probabilmente anche della cultura e dell’istruzione). Fra cinquant’anni, guardando indietro, probabilmente si concluderà che le più grandi invenzioni della generazione del ’68 non furono la liberazione sessuale e la parità femminile (già in strada da tempo), ma la pubblicità e il marketing.

A far da contrappeso a questa nuova inconsistenza del mondo, promossa da una gioventù evanescente in rivolta contro la tetragona solidità dei padri, quegli stessi giovani misero la centralità del corpo. Il corpo finalmente restituito, contro ogni coercizione autoritaria, alla libertà del puro godimento, del puro movimento, del falso movimento. Così diedero la mazzata definitiva ai padri poiché, sul terreno della corporalità, l’animale vecchio non può che cedere il passo a quello giovane. Superficialità e nudità. Un uno-due, micidiale. Un’autentica orgia del potere: lo scatenamento sessuale come mezzo per raggiungere l’egemonia sociale. Anche su questo versante l’avanguardia è presto passata al nemico. Ciò che allora fu progressista e libertario, oggi è reazionario e oppressivo. Dal punto di vista delle sue pratiche sessuali, qualsiasi tredicenne, modaiola, irriflessiva, anaffettiva, ferocemente individualista e sfacciatamente disimpegnata che, genitori consenzienti, prende appuntamenti via sms con sconosciuti nelle sale cinematografiche per fare sesso durante lo spettacolo pomeridiano di film horror (si veda in proposito l’ultimo libro di Gabriele Romagnoli), è una figlia del ’68.

Che le vuoi dire? Ha ragione lei. Perché lei fa sesso, perché lei fa il costume, perché per lei si fa quasi tutta la comunicazione ma, soprattutto, perché lei è giovane. Ecco un’altra equivoca eredità del ’68: il giovanilismo. Il culto collettivo tributato alla gioventù eretta a idolo, un dio feticcio impastato per noi dai demiurghi della pubblicità.

«Un tempo c’era la rivoluzione e la dinamite. Poi è rimasta soltanto la dinamite», diceva un personaggio di C’era una volta il West. «Una volta ci fu una gioventù che sognava un grande avvenire per tutti celebrando il proprio presente. Poi, scomparsa la fandonia messianica del futuro, siamo tutti rimasti genuflessi dinanzi al presente», direbbe forse oggi un personaggio di C’era una volta il ‘68.

Portatori (in)sani

Chi di noi assomiglia a un tecnico americano o a una guardia rossa cinese? Nessuno. Eppure l’apparente analogia tra «il rapporto sacrilego con il passato» del tecnico e quello del rivoluzionario, si verifica anche in Italia: per esempio, in certo atteggiamento drastico dei giovani, che condannano indiscriminatamente «tutto» ciò che è vecchio in nome della rivoluzione, facendosi così portatori di un valore neocapitalistico: la sostituzione totale del nuovo potere industriale ai vecchi poteri. Oppure nel culto che hanno certi gruppi di giovani per il lavoro collettivo, d’équipe! come se appunto si trattasse di una collettivizzazione del lavoro di tipo rivoluzionario e popolare, mentre si tratta proprio di una richiesta di spersonalizzazione da parte della cultura di massa. (Pier Paolo Pasolini)

E il grande vecchio della speculazione italiana se la ride sotto i baffi.

Il referendum anti-nucleare che si è tenuto il 12-13 giugno in Italia, ve lo ricordate? E’ già sparito da tutti i giornali, eh? Nessuno ne parla più, perché non serve più al suo scopo. E’ stato il tipico esempio di come un moto popolare possa essere trasformato in una rivolta giacobina.

In un periodo di sacrosanto fermento contro politiche economiche fallite, contro la disoccupazione e la perdita di speranza per il futuro, chi credeva che il voto potesse servire a mandare un messaggio alla classe politica è stato invece portato a compiere una scelta catastrofica sull’energia.

Gli elettori hanno respinto il nucleare, assicurando che in Italia non se ne parli per almeno un decennio. A urne calde, Berlusconi ha già annunciato la svolta a favore delle “rinnovabili”.

Il popolo italiano è stato raggirato e indotto a sostenere una crociata organizzata dalla fazione anglofila il cui rappresentante di spicco è il finanziere Carlo De Benedetti. Il referendum non è stato organizzato “dal basso”, ma dall’alto, da uno dei cavalli della scuderia dell’ingegnere, Antonio Di Pietro; che infatti ha reagito alla vittoria dei sì in modo anomalo (forse indotto). L’obiettivo di De Benedetti è deindustrializzare l’Italia. Il fatto che egli possieda la più grande impresa di energie rinnovabili è solo un predicato di una politica che segue l’istinto di una specie, quella oligarchica.

In questo modo l’Italia rinuncia al progresso tecnologico fondamentale e si condanna ad un futuro di energia scarsa e costosa. Oltre ad essere inferiori in termini tecnici, le rinnovabili non sono sufficienti neanche lontanamente a soddisfare il fabbisogno energetico di un paese avanzato, come sa benissimo chi osteggia il progresso economico nel nome dell’”equilibrio” o della decrescita. Si è approfittato del disastro naturale dello tsunami in Giappone per disseminare falsità a non finire sull’energia nucleare, riempiendo televisioni, giornali e manifesti elettorali con la propaganda pura. Il risultato è stato una psicosi anti-scientifica collettiva, che il Paese pagherà per molti anni a venire, proprio come successe dopo il referendum del 1987, organizzato più o meno allo stesso modo.

Gli altri quesiti referendari hanno contribuito a confondere l’opinione pubblica e a far credere che fosse un referendum per liberarci del Cavaliere. Il quesito sull’acqua, benché poco chiaro in termini legislativi, è stato oggetto di una forte sensibilità popolare (anche da parte nostra). Questa protesta contro la politica delle privatizzazioni però va vista come un messaggio forte ad entrambi gli schieramenti politici; infatti spesso il Pd scavalca Berlusconi, in fatto di privatizzazioni. Basti pensare, ad esempio, allo smembramento e svendita di pezzi dello stato, attuato da un altro gringo dei signori della speculazione, quel Romano Prodi che guarda caso si riaffaccia sulla scena politica italiana (proprio per bocca di Di Pietro). Il vero cambiamento nelle condizioni di vita  di un paese passa per una politica di intervento statale a favore delle attività produttive e delle tecnologie avanzate, come quello attuato da Franklin D. Roosevelt negli anni Trenta (per non fare altri scomodi esempi della stessa epoca), e non per il fanatico mercatismo dell’Unione Europea e del FMI.

L’istituto del referendum dovrebbe essere usato solo in occasioni importanti come ad esempio l’abrogazione di pezzi di costituzione, o provvedimenti analoghi; o meglio ancor in senso attuativo, più che abrogativo. Questo gli italiani l’avevano capito, bocciando ogni referendum dal 1996 ad oggi. La propaganda su Fukushima li ha convinti che si trattasse di vita o di morte. Ma quando veramente di questo si tratta, come nel caso dell’Euro e del Trattato di Lisbona, gli organizzatori della “volontà popolare” si guardano bene dal chiamare il popolo a votare. I coraggiosi beoti che si sono recati alle urne, quindi, con l’idea di dare una spallata a un Berlusconi già caduto, hanno solo piazzato un bel calcio nel culo del paese. 25 milioni di grazie.

Mon pays me fait mal

Luciano Bianciardi