Month: May 2008

San Gerardo protettore dell’identità

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La postmodernità che attraversiamo sembra un ultimo supplizio prima del probabile decesso dell’Occidente. Un supplizio che infligge molteplici trasformazioni che somigliano sempre di più a negazioni, scomparse, appiattimenti.

Potenza 2008. Provincia del Sud Europa. Festa del Patrono (San Gerardo). In barba alle attualissime visioni europeiste allargate, si festeggia la cacciata dei turchi dalla città.

Una tra le tante amputazioni contemporanee, che potrebbe apparire derisoria se paragonata ad altri drammi del nostro tempo, ma non meno sintomatica, è la progressiva sostituzione della gioia attraverso le festività obbligatorie condotte. Tale tendenza è drasticamente aumentata a partire dagli anni ‘90, sull’onda del veltronismo e di un progressismo di facciata che ha interessato prima Roma, poi l’Italia intera.

In cosa consiste questa nuova pratica della sostituzione della gioia? Nell’erigere a norma sociale «avvenimenti» ufficialmente e civicamente festivi ai quali la popolazione è invitata a partecipare, pena l’essere qualificata come reazionaria, rinnegata e guastafeste.
Il grande rito del tempo libero collettivo certificato «in conformità» prende i nomi di “Festa della musica”, “Raduno roller”, “Notte Bianca”, “Love Parade”, “Gay Pride”, eccetera.

Luoghi ed eventi nei quali la gente si diverte con serietà e professionalità. La festa non è più un soggetto sul quale scherzare, soprattutto da quando essa è stata immolata a medicamento per una popolazione depressa e abulica. E’ uno spazio di divertimento condotto e controllato.

La festa del patrono di Potenza, tralasciando le lacune fisiologiche di questa provincia, segna un punto in direzione contraria: grande partecipazione popolare, grande coesione comunitaria.

Il merito va ascritto all’Associazione dei Portatori del Santo e a tutta gioventù lucana, che anima i giorni della festa con uno spirito triviale, genuino e devoto. Devoto – diciamo la verità – più alla tradizione ed alla appartenenza alla propria comunità che al santo patrono.

La decadenza non manca nella suggestiva cornice di Largo Pignatari che ospita il “pranzo dei portatori”. Ma l’abnegazione e la genuina gioia dei “uagliò” fa barriera contro l’insinuarsi del Secolo e, almeno per un paio d’ore, si sente l’odore della Tradizione e il calore del Popolo.

Oggi, in questo tipo di occasioni, si ride poco, non c’è grande interazione e spesso scoppiano incidenti, risse, tumulti. In sostanza non siamo più in presenza di un’esplosione di gioia collettiva, ma di un tentativo di neutrelizzare il dolore, lo stress e la frustrazione che scaturiscono dalla condotta di vita dell’occidente contemporaneo. Si dimentica anziché ricordare, si disperde anziché conservare, ci si immerge in un mondo fittizio fatto di droghe, alcool e rumore, nel tentativo di nascondere l’abissale vacuità culturale, spitituale e indentitaria.

E’ per questo che la festa potentina colpisce per contrasto coi tempi. Molto si può fare ancora per aumentare il grado di coesione e consapevolezza di questa bellissima gioventù, di questo orgoglioso popolo. Bisogna sempre ricordare che non si ride e non ci si diverte tra gente che non condivide nulla, non ha riferimenti comuni, né storia, né memoria, né ricordi, né avvenire. Verdi, rosse, gialle o bianche che siano, le loro notti non varranno mai neppure un’ora del nostro 29 maggio.

Tempo ciclico e tempo progressivo

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Secondo il filosofo Ernst Junger esistono due diverse concezioni del tempo, una lineare e una ciclica.

“Esse si annunciano già nel linguaggio. Chi parla del tempo che passa, scorre, trascorre, fugge, ha in mente un tempo diverso rispetto a chi usa modi di dire nei quali il tempo è rappresentato da una ruota, e parla perciò di cicli e di ricorsi. Per il primo il tempo è una forza progressiva; per l’altro una forza ciclica. Sebbene nel tempo siano presenti entrambi questi aspetti, è molto diverso se percepiamo l’uno o l’altro e a quale dei due prestiamo ascolto”.

Il pensiero di Junger si snoda poi così: “II tempo che ritorna è un tempo che dona e restituisce. Le ore sono ore dispensatrici. Sono anche diverse l’una dall’altra perché ci sono le ore di tutti i giorni e le ore di festa. Ci sono albe e tramonti, basse e alte maree, costellazioni e culminazioni. Il tempo progressivo invece, non viene misurato in cicli e moti circolari, ma su una scala graduata: è un tempo uniforme. Qui i contenuti passano in secondo piano” .
Quanto più ci si identifica con il proprio tempo e si vive in simbiosi con esso, tanto più si è vittime dei suoi pregiudizi. Ma il pregiudizio più radicato credo sia proprio il tempo in quanto tale.

Lucus

Una dorsale di alte rocce calcaree e silicee che va man mano abbassandosi per risalire ad Occidente con i Monti della Maddalena; paesaggi dolomitici a Brienza, Casalbuono e Moliterno, semplici e gravi a Maratea e Latronico; una barriera formidabile, quella del Pollino, mastodontico verso la Calabria. E monti, monti tra i più alti e impervi dell’Appennino, digradanti di contrafforte in contrafforte sul mar Ionio o cadenti e scoscesi sul Tirreno tra Sapri e Maratea.

Terra brulla, qua e là ferace, generalmente povera, spesso incolta e incoltivabile; natura severa, raramente sorridente, che mette nell’animo un senso di malinconia e di abbandono che non è di pace e nemmeno di riposo.

Gente semplice e malinconica, come la natura che la circonda; pertinace come lo è il montanaro; d’ingegno aguzza, generosa di cuore, ma dura e quasi sadica nella vendetta, come i primitivi; attaccata profondamente alle tradizioni, ai costumi dell’ospitalità e della religione; gente resistente al lavoro, rispettosa della legge, della proprietà, sobria e gelosa dell’onore famigliare; che ha nel sangue l’istinto della trasmigrazione, capace com’è di acclimatarsi sotto tutti i paralleli e tutti i meridiani; gente povera che può lavorare dodici ore nei campi nutrendosi di un tozzo di pane e d’una cipolla; gente eroica che conosce il sacrificio come norma di vita e l’accetta quale dono di Dio e non si ribella.

Questa è la Lucania.

(Gerardo Capoluongo – 1969)

Figli di un sol calante

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L’Unità di oggi annuncia, non senza giubilo, che l’ex first lady democratica Hillary Clinton ha messo a segno, questa notte, una grande vittoria nello stato del West Virginia. Alla faccia del bicarbonato di sodio, direbbe Totò. E’ un po’ come se Mancini dicesse che quello di domenica scorsa col Siena è il primo risultato utile consecutivo, dopo la sconfitta col Milan.

Ho come il sospetto che le primarie per il Partito Democratico americano siano intese più come un episodio di entertainment che un fatto politico vero e proprio. Un passatempo per le genti, una sit-com planetaria.

Quella americana – ho avuto modo di constatare di persona – è una bizzara democrazia. Alle elezioni presidenziali va a votare meno del 50% degli aventi diritto, dei quali una buona parte vota su Internet. Il Presidente USA rappresenta quindi sì e no un americano su quattro. E questo è niente. Nelle altre consultazioni (nei singoli stati, nelle contee e nei municipi) si scende fino al 25-30% di votanti. Se ne deduce quindi che nel santuario della democrazia ci sono anche “maggioranze” che rappresentano meno del 13% della popolazione.

Ma non era il consenso quella forma di appartenenza e di partecipazione, quella forza centripeta che rende l’individuo parte attiva ed integrante di un popolo e di una comunità? No.

Il consenso, nelle “democrazie mature”, è piuttosto ininfluente. Non erano infatti, i cittadini inglesi e americani, del tutto contrari all’intervento in Iraq? Eppure le truppe “alleate” ancora scorrazzano tra il Tigri e l’Eufrate, incuranti del dissenso popolare. E ancora. Non è forse Hillary la moglie di Bill, che succederà a George Walker, figlio di George Herbert? Tutto mentre la piccola Chelsea sta già riscaldando i motori per la scalata di domani.

E pensare che noi in Italia ancora ci s’incazza se si scopre il figlio di o la moglie di sono stati assunti in questo o quel posto di lavoro. Siamo proprio una democrazia immatura, non c’è niente da fare. Nel 2013 dovremmo votare tutti Piersilvio via sms e fargliela vedere noi a sti americani chi sono i veri “democratici”, diamine!

Lenin diceva che la democrazia è il miglior involucro della dittatura del capitale. Una volta lo diceva pure L’Unità, ma oggi è forse troppo impegnata a contare i voti del West Virginia per ricordarselo.

Dante, la Bibbia e la Banca Centrale Europea

Partendo dall’assunto che la Commedia di Dante rappresenta il momento più alto della letteratura del genere umano, è interessante scoprire che, nel mezzo del cammino di essa, Dante abbia rivolto i suoi sforzi ad un trattato di contenuto politico religioso.

 

Proprio così. La datazione de “La Monarchia”, infatti, pur essendo una delle più controverse questioni offerte dalla filologia dantesca, pare proprio che si collochi durante la stesura di quei versi che tanto incantano il mondo intero. L’opera consta di un trattato di tre libri, il primo volto a dimostrare la necessità di una monarchia universale (o Impero) che possa assicurare al genere umano pace ed equilibrio; il secondo individua nel popolo romano il timoniere “ideale” di questo impero per grazia divina e capacità intrinseca; il terzo traccia una linea di demarcazione tra il potere della Chiesa e quello dell’Impero. Un’opera laica, quindi, ma non un’utopia. La tesi di Dante infatti non è basata su un ideale “a-storico”, dedotto con i mezzi della pura ragione, bensì su un background reale che richiama a sostegno la Romanità, interpretandola come filosofia della storia e immortale virtualità politica. D’altronde, questa vocazione imperiale di Roma è avvalorata nei secoli dalla volontà degli imperatori europei a pretendere a tutti i costi di essere incoronati nella città eterna. Un’opera laica dicevamo, poiché il poeta abbraccia l’idea politico filosofica dei “due soli”, Impero e Papato (il “duo luminaria magna” della Bibbia), ciascuno dipendente da Dio per proprio conto.Ciò detto, dove andiamo a cercare l’attualità politico-filosofica di quest’opera? Credo ch’essa si possa ritrovare proprio nella sua assoluta e totale inattualità: il Popolo Italiano e l’Umanità in generale sono quanto di più lontano dalla “vocazione imperiale”; i soli, così come gli dei, sono aumentati; sul pianeta non regna la pace, né temporale, né spirituale. Nessun appiglio dunque, nessun rimando. Nessun contatto con la realtà. Eppure, diamine!, La Monarchia l’ha scritta il sommo Poeta durante la composizione di quella che è ritenuta L’Opera di tutte opere delle umane genti. Non si può certo sospettare che in quei giorni in Nostro non fosse ispirato…Ipotesi. Il terzo sole, quello non previsto da Dante e, oserei dire, neppure dalla Bibbia, ha rotto tutti gli equilibri possibili. Il sole della Finanza, quello delle banche e del danaro, del mercato e del consumo, ha imposto la sua ingombrante e devastante presenza. I “luminaria magna” diventano tre. E il terzo fagocita i primi due. L’uomo s’allontana da Dante, dalla Bibbia e da se stesso, in nome della materialità e del senso del possesso. La politica e le religioni annaspano impotenti al cospetto del sole nero. 

 

Detta così, viene il sospetto che non siano né Dante, né la Bibbia ad aver mancato l’interpretazione della realtà umana, ma piuttosto il contrario.

 

Quello che non c’è

Ho questa foto di pura gioia
E’ di un bambino con la sua pistola
Che spara dritto davanti a sé
A quello che non c’è
Ho perso il gusto, non ha sapore
Quest’alito di angelo che mi lecca il cuore
Ma credo di camminare dritto sull’acqua e
Su quello che non c’è
Arriva l’alba o forse no
A volte ciò che sembra alba non è
Ma so che so camminare dritto sull’acqua e
Su quello che non c’è
Rivuoi la scelta, rivuoi il controllo
Rivoglio le mie ali nere, il mio mantello
La chiave della felicità è la disobbedienza in sé
A quello che non c’è
Perciò io maledico il modo in cui sono fatto Il mio modo di morire sano e salvo dove m’attacco Il mio modo vigliacco di restare sperando che ci sia
Quello che non c’è
Curo le foglie, saranno forti
Se riesco ad ignorare che gli alberi son morti
Ma questo è camminare alto sull’acqua e
Su quello che non c’è
Ed ecco arriva l’alba so che è qui per me
Meraviglioso come a volte ciò che sembra non è
Fottendosi da sé, fottendomi da me
Per quello che non c’è.

Beauty is difficult

La Bellezza è assassinata ogni giorno dalla bruttezza degli estremisti edili, dalla volgarità delle mode d’oltreoceano, dagli assedi degli architetti, dalla non-arte contemporanea, dai dj. Eppure la Bellezza è viva. Beauty is difficult, ci ricorda Pound in uno dei suoi versi più sintomatici. È difficile, ma è ancora possibile. Secondo Raffaele La Capria, la Bellezza non è solo estetica o arte, è anche sentimento. E’ una corda che vibra dentro di noi nelle occasioni più diverse, e si presenta spesso inaspettata, spiazzante, travolgente. E’ distribuita dal caso in modo multiforme e casuale: la si può scorgere negli occhi di una vacca al pascolo, in una musica o nel volto di una donna, giovane o anziana che sia. La Bellezza è difficile, è vero, anche perché è eterna e invariabile, ma al tempo stesso indefinibile e connaturata alla sua epoca. Ci basti immaginare le mutazioni dell’ideale di Bellezza alle quali siamo sottoposti, passando da una stanza ad un’altra quando siamo in un museo. Ma da un certo punto della Storia in poi, l’ideale di Bellezza dell’uomo si disperde in mille rivoli e diviene impossibile da rintracciare. La nostra epoca è caratterizzata da questa polverizzazione. Non c’è più una strada sulla quale incontrare i canoni della Bellezza, ma mille vicoli tortuosi, pieni di bello e brutto al tempo stesso. Eppure, se andando in giro, guardiamo le forme infinite della Natura, sentiamo che dentro di noi è viva e radicata un’idea di Bellezza che, seppur soggettiva, sappiamo ben riconoscere come tale. E dunque, quando i sacerdoti accademici del Bello, delle arti e delle letterature, della politica e della storia, ci avvertono che “il regno del Bello” è ormai crollato, abbiamo ottime ragioni per non crederci, abbiamo ottime ragioni per alzare il nostro controcanto di Bellezza: senza questa primavera, il mondo sarebbe più povero.

 

maggio 1968 – maggio 2008

 

La commémoration de Mai 68 revient tous les dix ans, avec la même marée de livres et d’articles. Nous en sommes au quatrième épisode, et les barricadiers du « joli mois de mai » ont aujourd’hui l’âge d’être grands-pères. Quarante après, on discute toujours pour savoir ce qui s’est exactement passé durant ces journées-là – et même s’il s’est passé quelque chose. Mai 68 a-t-il été un catalyseur, une cause ou une conséquence ? A-t-il inauguré ou simplement accéléré une évolution de la société qui se serait produite de toute façon ? Psychodrame ou « mutation » ?

La France a le secret des révolutions courtes. Mai 68 n’a pas échappé à la règle. La première « nuit des barricades » eut lieu le 10 mai. La grève générale se déclencha le 13 mai. Le 30 mai, le général de Gaulle prononçait la dissolution de l’Assemblée nationale, tandis qu’un million de ses partisans défilaient sur les Champs-Elysées. Dès le 5 juin, le travail reprenait dans les entreprises, et quelques semaines plus tard, aux élections législatives, les partis de droite remportaient une victoire en forme de soulagement.

Par rapport à ce qui se déroula à la même époque ailleurs en Europe, on note tout de suite deux différences. La première, c’est qu’en France Mai 68 ne fut pas seulement une révolte étudiante. Ce fut aussi un mouvement social, à l’occasion duquel la France fut paralysée par près de 10 millions de grévistes. Déclenchée le 13 mai par les syndicats, on assista même à la plus grande grève générale jamais enregistrée en Europe.

L’autre différence, c’est l’absence de prolongement terroriste du mouvement. La France n’a pas connu de phénomènes comparables à ce qu’ont été en Allemagne la Fraction armée rouge (RAF) ou en Italie les Brigades rouges. Les causes de cette « modération » ont fait l’objet de nombreux débats. Lucidité ou lâcheté ? Réalisme ou humanisme ? L’esprit petit-bourgeois qui dominait déjà la société est sans doute l’une des raisons pour lesquelles l’extrême gauche française n’a pas versé dans le « communisme combattant ».

Mais en fait, on ne peut rien comprendre à ce qui s’est passé en Mai 68 si l’on ne réalise pas qu’à l’occasion de ces journées deux types d’aspirations totalement différentes se sont exprimés. A l’origine mouvement de révolte contre l’autoritarisme politique, Mai 68 fut d’abord, indéniablement, une protestation contre la politique-spectacle et le règne de la marchandise, un retour à l’esprit de la Commune, une mise en accusation radicale des valeurs bourgeoises. Cet aspect n’était pas antipathique, même s’il s’y mêlait beaucoup de références obsolètes et de naïveté juvénile.

La grande erreur a été de croire que c’est en s’attaquant aux valeurs traditionnelles qu’on pourrait le mieux lutter contre la logique du capital. C’était ne pas voir que ces valeurs, de même que ce qu’il restait encore de structures sociales organiques, constituaient le dernier obstacle à l’épanouissement planétaire de cette logique. Le sociologue Jacques Julliard a fait à ce propos une observation très juste lorsqu’il a écrit que les militants de Mai 68, quand ils dénonçaient les valeurs traditionnelles, « ne se sont pas avisés que ces valeurs (honneur, solidarité, héroïsme) étaient, aux étiquettes près, les mêmes que celles du socialisme, et qu’en les supprimant, ils ouvraient la voie au triomphe des valeurs bourgeoises : individualisme, calcul rationnel, efficacité ».

Mais il y eut aussi un autre Mai 68, d’inspiration strictement hédoniste et individualiste. Loin d’exalter une discipline révolutionnaire, ses partisans voulaient avant tout « interdire d’interdire » et « jouir sans entraves ». Or, ils ont très vite réalisé que ce n’est pas en faisant la révolution ni en se mettant « au service du peuple » qu’ils allaient satisfaire ces désirs. Ils ont au contraire rapidement compris que ceux-ci seraient plus sûrement satisfaits dans une société libérale permissive. Ils se sont donc tout naturellement rallié au capitalisme libéral, ce qui n’est pas allé, pour nombre d’entre eux, sans avantages matériels et financiers.

Installés aujourd’hui dans les états-majors politiques, les grandes entreprises, les grands groupes éditoriaux et médiatiques, ils ont pratiquement tout renié, ne gardant de leur engagement de jeunesse qu’un sectarisme inaltéré. Ceux qui voulaient entamer une « longue marche à travers les institutions » ont fini par s’y installer confortablement. Ralliés à l’idéologie des droits de l’homme et à la société de marché, ce sont ces rénégats qui se déclarent aujourd’hui « antiracistes » pour mieux faire oublier qu’ils n’ont plus rien à dire contre le capitalisme. C’est aussi grâce à eux que l’esprit « bo-bo » (« bourgeois-bohême », c’est-à-dire libéral-libertaire) triomphe désormais partout, tandis que la pensée critique est plus que jamais marginalisée. En ce sens, il n’est pas exagéré de dire que c’est finalement la droite libérale qui a banalisé l’esprit « hédoniste » et « anti-autoritaire » de Mai 68. Par son style de vie, Nicolas Sarkozy apparaît d’ailleurs, le tout premier, comme un parfait soixante-huitard.

Simultanément, le monde a changé. Dans les années 1960, l’économie était florissante et le prolétariat découvrait la consommation de masse. Les étudiants ne connaissaient ni le sida ni la peur du chômage, et la question de l’immigration ne se posait pas. Tout semblait possible. Aujourd’hui, c’est l’avenir qui paraît fermé. Les jeunes ne rêvent plus de révolution. Ils veulent un travail, un logement et une famille comme tout le monde. Mais en même temps, ils vivent dans la précarité et se demandent surtout s’ils trouveront un emploi après leurs études.

En 1968, aucun étudiant ne portait de jeans et les slogans « révolutionnaires » qui fleurissaient sur les murs ne comportaient aucune faute d’orthographe ! Sur les barricades, on se réclamait de modèles vieillis (la Commune de 1871, les conseils ouvriers de 1917, la révolution espagnole de 1936) ou exotiques (la « révolution culturelle » maoïste), mais au moins militait-on pour autre chose que pour son confort personnel. Aujourd’hui, les revendications sociales ont un caractère purement sectoriel : chaque catégorie se borne à réclamer de meilleurs salaires et de meilleures conditions de travail. « Deux, trois, plusieurs Vietnam ! », « Mettre le feu à la plaine », « Hasta la libertad, sempre ! » : cela ne fait évidemment plus battre les cœurs. Plus personne ne se bat plus pour la classe ouvrière dans son ensemble.

Le sociologue Albert O. Hirschman disait que l’histoire voit alterner les périodes où dominent les passions et celles où dominent les intérêts. L’histoire de Mai 68 fut celle d’une passion qui s’est dissoute dans le jeu des intérêts.

Alain de Benoist

Mediterraneo

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Francia, Spagna, Marocco, Algeria, Tunisia, Libia, Egitto, Palestina, Libano, Siria, Turchia, Grecia, Albania, Serbia-Croazia, e in mezzo noi: una specie d’immenso molo, al centro del Mediterraneo.

Il nostro popolo sta avendo difficoltà con il proprio mare e con la propria appartenenza. Sembra quasi che l’italiano abbia deciso di essere molto occidentale e poco mediterraneo. Questo è un errore grossolano, che fa temere per la nostra convivenza con quelli che sono stati – nel bene e nel male – i nostri compagni di cammino per secoli e secoli. Scivoliamo sempre più nella comodità e nella pigrizia mentale e spirituale di questo nostro occidente anglo-sassone, dimenticando le nostre prerogative e le nostre origini. Per qualche superficialotto ancora in giro, il discorso sembra facile. Basta aprire le porte e sventolare bandiere arcobaleno, essere tolleranti a prescindere, magari mangiare etnico e andare a cinema a vedere l’ultimo capolavoro del regista libanese o il documentario sulla rana bue della bassa Giordania. Il tutto inframezzato da lunghe discussioni nei comodi salotti con camino, nelle case in Toscana o sui terrazzi degli attici, spesso felpati dai fogli de Il Manifesto, La Repubblica, via via degradando fino alle mortifere riviste patinate di ultra-sinistra, edite da compagni miliardari annoiati e noiosi. Una festa ogni tanto, una canna, quattro bonghi e un narghilè.

 Ma la pace e la convivenza sono un lusso eccezionale, e bisogna pagarle con uno sforzo ben maggiore. Si vive in pace con i vicini solo se si fa un vero sforzo per difendere se stessi, la propria cultura e la propria identità. Un popolo sicuro della propria identità non ha nessuna paura di aprire le porte allo straniero.  Roma imperiale – tanto per dire – non ha mai avuto paura di aprire all’esterno, se non negli anni del suo declino. E questo vale anche per il decadente impero statunitense che in questi anni ha rafforzato i suoi confini, blindandosi fino alla paranoia (impronte digitali, passaporti digitali, videocamere, allarmi, scudi spaziali…). L’interscambio vuol dire imparare dagli altri e, se possibile, che gli altri imparino da noi. Ma per far questo, bisogna essere sicuri della propria cultura, amarla e interpretarla in modo originale, autentico, al passo con i tempi.Alcuni non saranno d’accordo, ma io trovo inutile travestirsi da nord europei: noi italiani siamo mediterranei. Tra l’altro, storicamente, quando ci comportiamo da mediterranei, il Mediterraneo ci ama e ci guarda come un popolo-guida; quando invece – per strani e inspiegabili complessi di inferiorità  – imitiamo (male) i nostri cugini nord-europei, il Mediterraneo ci odia e ci deride (e, quel che è peggio, ci deridono pure i nord europei).

Conosciamo a memoria le città e le regioni d’Inghilterra o Danimarca, ma non abbiamo idea dei confini della Siria, del Libano, del Marocco. Come fare a non vedere gli stessi colori e a non sentire gli stessi sapori del Mediterraneo su tutte le sue coste? Il genio italico è storicamente un genio mediterraneo! Come fare a ignorare le rovine dell’Impero di Roma in tutta la costa Sud di questo Mare Nostrum? La culla della nostra civiltà. Dalla Siria all’Egitto, dalla Libia al Marocco. Come fare a non vedere come, anche oggi, la gente in quei paesi si occupa di quelle rovine e indica quei monumenti come riferimento, con vera fierezza ed ammirazione? D’altronde le colonne del Pantheon non sono arrivate lungo il Nilo fino ad Alessandria e poi via mare fino a Roma? Dimenticare la ricchezza che ci lega al nostro mare, in nome di aspirazioni neo-ugonotte, è il modo migliore per tagliare le gambe alla nostra cultura e alla nostra economia. La forza nostra è nel Mare Nostro. E’ lì che si è assopito il Destino degli italiani. Nessuno al mondo ha un mare così ricco di storia, di genti, di colori, di sapori.