Month: June 2008

Some English are bigger the others…

David, the wind blows,
The wind blows
Bits of your life away.
Your friends all say,
“Where is our boy?
Ah, we’ve lost our boy”.
But they should know,
Where you’ve gone,
Because again and again you’ve explained
That you’re going to…
Oh, oh, oh, going to…
Yeah, yeah, yeah,
“England for the English”,
“England for the English”.
David, the wind’s blown,
The wind’s blown
All of my dreams away.
And I still say,
“Where is our boy?
Ah, we’ve lost our boy”.
But I should know
Why you’ve gone,
Because again and again you’ve explained
You’re going to the National…
Ah, to the National…
There’s a country,
You don’t live there,
But one day you would like to.
And if you show them what you’re made of,
Ah, then you might do.
But David, we wonder,
We wonder if the thunder
Is ever really gonna begin,
Begin, begin
You’re mum says,
“I’ve lost my boy”.
But she should know
Why you’ve gone,
Because again and again you’ve explained
You’re going to the National,
To the National,
To the National Front,
Because you want the day to come sooner,
You want the day to come sooner,
You want the day to come sooner,
When you’ve settled the score.
Oh, the National,
Oh, the National,
Oh, the National,
Oh, the National,
Oh, the National.

Caro Babbo Natale…

union-jack-1

Caro Babbo Natale,

ti scrivo come faccio ormai da tantissimi anni, ma stavolta comincio prima. So che non mi risponderai accampando come giustificazioni il fatto che sei anziano e che dovresti rendere conto a troppa gente. Vorrei dirti a tale proposito che eri già anziano quando ero piccolo io e che anche se fosse vero che ti scrivono in molti, in fondo in fondo lo si fa solo una volta l’anno.Cosa avresti da fare per tutto il resto del tempo? io dalle tue parti ci sono stato un paio di volte e se devo dirla tutta, non mi sembra di aver visto tutta questa grande mole di impegni: le palle di neve non si possono tirare perché la neve è troppo friabile; la pipì per strada non si può fare perché fa troppo freddo; sorridere non si può perché si screpolano le labbra; si può solo bere vodka ma stando attenti agli orari di apertura dei negozi di alcol, altrimenti costa troppo. Insomma, scusa la confidenza ma, senza offesa Babbo Natale mio, sei nato proprio in un paese di merda. Mi rendo conto però di aver digredito dalle intenzioni iniziali della lettera. Anzi, sono proprio andato fuori tema. Scusami.In realtà ti scrivo con largo anticipo per darti tempo di riflettere su una mia richiesta a mio modo di vedere non particolarmente onerosa. Anche se te lo chiedo ora, ovviamente tratta la mia richiesta come regalo per Natale, quindi apprezza anche il tempo a disposizione che ti lascio per riflettere e organizzarti.Ti chiedo (sempre per favore) una cosa molto semplice: potresti eliminare gli inglesi dalla faccia della terra una volta per tutte? La richiesta, ad un primo impatto, potrebbe risultarti sciocca e sicuramente stai già pensando a qualiragioni recondite possano spingermi a formularla. Se sia sciocca o meno io non so valutarlo; so per certo però che non ci sono ragioni recondite ma solo una forte antipatia che mi porto dietro fin da bambino. A tale proposito vorrei dirti che oltre alla certezza delle tue non risposte, nutro anche il sospetto delle tue mancate letture. In realtà anche da bambino credo di averti fatto la stessa richiesta ma lascio perdere perché potrei anche sbagliarmi. Come vedi, tengo le orecchie basse e virtualmente il cappello in mano.Ti dicevo.Io gli inglesi, caro Babbo Natale mio, non li ho mai sopportati. Non c’è una ragione specifica, è una fatto di puro istinto. Per farti capire meglio, ricordo bene che da piccolo quando vidi per la prima volta “Il ponte sul fiume Kway” tifavo per i giapponesi e… credo con questo di essere stato abbastanza esplicito. Eppure posso fare giurin girello e incrociare le dita, che ce l’ho messa tutta per farmeli piacere. Mi sono comprato una parrucca come i Beatles, ho cominciato a sentire Brit Pop tutto il giorno e ho dipinto la Union Jack sul tetto della macchina. Ho cominciato anche a bere il tè alle cinque, a dire AM e PM dopo l’orario e a mettere “please” dopo ogni richiesta, perché altrimenti sta male. Ho evitato di gesticolare, ho cominciato a non prestare i soldi o a farmene ridare di più; ho perfino fatto incursioni a Londra per comprare dischi molto vecchi e magliette molto fiche. La mattina per un certo periodo mi sono convertito alle uova e ad altre cose fritte. Pensa che per parecchio tempo ho cominciato a guidare la macchina sulla sinistra, a svitare verso destra e a usare acqua calda e fredda separatamente. Non ti dico che cazzo è successo e quante rogne mi sono procurato per stare dietro a tutte queste cose. Non ti dico proprio… un macello, Babbo Natale mio, un vero macello.Vedi, qui fanno tutti i brits, però poi se gli vai addosso sulla carreggiata sbagliata si incazzano. Se chiedi di passare sulla corsia di sinistra sulle scale mobili, la gente ti guarda male. Se ti metti poi la maglia del Liverpool e vai in curva Sud neanche te lo dico. Insomma a fare gli inglesi sono buoni tutti, poi però ognuno si guarda il suo.Insomma, caro Babbo Natale, io ce l’ho messa tutta. Ho sempre pensato che i miei amici più scaltri avessero una marcia in più per poter essere così anglofili; ho sempre creduto che dovessi applicarmi di più per recuperare quel qualcosa che mi era sempre sfuggito. Adesso invece penso che siano stati loro a non aver capito un acca (laddove acca non è proprio una acca); facendo leva sul sintetico ma esauriente “chi cazzo me lo fa fare?”, ti chiedo di tagliare la testa al toro: perché non li levi tutti di torno? Pensa a quanti regali di Natale risparmieresti…Io credo che laddove imperi il culto della spiegazione, della dietrologia e dell’analisi, laddove il multicentrismo culturale sia dominante, sia da apprezzare molto l’intento generoso e privo di ricompensa di cui mi faccio promotore. Sarebbe bello insomma, caro Babbo Natale,ridare corpo all’insana proiezione degli istinti, in modo che le nostre vocazioni non siano più guidate da pianificazioni ma semplicemente da pregiudizi beceri o da simpatie.Credo che le cose che meritano di più siano le più originali e infantili. In fondo cosa altro potrei chiederti? Vorrei in sostanza avere soddisfazione anche perché non nego un vago senso del riscatto. Per dirtela in concreto chi mai mi ripagherà delle fatiche profuse per superare i miei pregiudizi? Tutta la merda che mi sono mangiato per fare la colazione all’inglese, tanto per fare un esempio, e per sforzarmi di superare le mie abitudini da italiota, chi mai me la risarcirà? E il tetto con la Union Jack? Col carrozziere ci parli tu Babbo? oppure vogliamo parlare del tè del cazzo alle cinque e di tutte le volte che ho detto uer ar iu from senza frutto?Dio Padre, nell’ultimo giorno nella valle di Josafat chiederà il conto sugli sforzi e le fatiche di ciascuno di noi. Caro Babbo Natale, se proprio non puoi aiutarmi a togliere di mezzo tutti gli inglesi, potresti intercedere affinché io sia giudicato dopo di loro? Sarebbe già una bella soddisfazione vederli esprimere in una lingua diversa e accampare scuse. Grazie caro Babbo Natale. Grazie anche solo di avere letto questa lettera e preso in considerazione la mia proposta. Già che ci sei, comincia dalle donne perché quelle inglesi, sì, insomma, so’ bruttarelle forte .p.s.Mi viene un dubbio: non è che non rispondi semplicemente perché non capisci l’italiano? Sta a vedere che…Senti Babbo Natale mio: se fossi madrelingua inglese sappi che sto solo scherzando. Aim gioching. Giampiero Venturi


Cariche e caricature – di G. Venturi

   Figurarsi se tra una parola e l’altra riesco a barcamenarmi a dovere. Già l’idea della “barca” mi fa girare indietro per vedere se sono visto… poi menarmi… fossi masochista. Mi disintreccio dalla follia quotidiana che mi obbliga a slalom stretti tra parole larghe e cerco di raggiungere una fetta dritta di terra o di strada. Sì sì, ho detto “fetta”. Ha richiami gastronomici e podistici, sempre migliori dei richiami a cui potrebbe far giungere la parola “striscia”. Tra notizie, passaggi pedonali e botte, dire “striscia” sarebbe un po’ come dire “pista”. 
Mi spiego meglio e ricapitolo: sto cercando una dimensione dove essere (ontologicamente essere) senza giocare con le parole. Per trovarla devo usare però delle frasi, dei termini, degli epiteti che la indichino: ho scelto “fetta di terra”. Per definire lo stesso spazio aperto fatto per correre avrei potuto scegliere anche “striscia”,  “pista” e aggiungo ora  “fettuccia”, “landa”, o semplicemente “spazio”.
 Se dico “striscia” mi si rimproverano nel migliore dei  casi le frequentazioni a Cologno Monzese; nei peggiori, che non mi fermo davanti ai pedoni o che contrariamente a quanto dichiarato potrei essere un “acchittatore di botte”. Se optassi per “pista” mi si accuserebbe di retaggi motociclistici che non ho o ancora una volta di acchitare polveri. Sia “botte” che “pista” avrebbero a che fare poi con “la solita aggressività che emerge”, con cariche a calci e pugni, con anfibi e con i piedi che ci vanno dentro e con la atavica mancanza di argomenti. A me non mancano gli argomenti… il  problema è che non ce li ho proprio.
Perché allora complicarsi la vita? Evitiamo finché possibile.


“Fettuccia” fa molto sartoria, luogo nobile per natura e gretto per sviluppi successivi e per questo potrebbe anche passare. Rimane però questo richiamo gastronomico apocopato, moncone di romanità sbiadita tra pance lunghe e vocabolari corti e francamente la cosa mi deprime molto. Direi moltissimo anzi. Una “fettuccia” è come uno “spago”. Io con lo spago posso al limite farci dei legacci. Ma mi dà l’idea della scatola, della chiusura, del definito… e io cercavo proprio il contrario…

 Poi detto fra noi, “fettuccia” ricorda molto Terracina. La fettuccia di Terracina… strada storica dove si corre e talvolta si muore. Gran cosa, ma purtroppo non ci siamo. Vada per la Terra… ma il suffisso Cina non lo digerisco proprio… Oltre al Circeo e a San Felice non riesco ad andare. Italia, terra di confini: un luogo porta in sé la parola Felice e quello dopo Cina… Siamo un popolo molto molto contraddittorio.
Rimangono “landa” e “spazio”.

 “Landa” ricorda una sonda, un gerundivo e un paese del cazzo sotto il livello del mare, pieno di tulipani, di fica, di gente civile e probabilmente anche di altre cose. La sonda non so cosa sia; il gerundivo giuro che lo sapevo; il paese orange invece lo conosco. C’era Erasmo e c’erano anche le filande. Filanda fa rima con landa, quindi un legame ci deve essere per forza. Io però voglio romperli questi legami… vorrei andare oltre.
Lasciamo perdere “landa” e andiamo su “Spazio”.


Questa parola mi fa paura: troppo grande. Espace… Space… sono tutte parole grosse. L’Espace poi a parcheggiarlo erano cazzi sul serio. Mi ricordo Spazio 1999 con tutte le astronavi di rito. Sono passati due lustri e ancora non si è visto nulla. Una caricatura continua di quello che avrebbe dovuto essere il futuro e che poi invece è sempre diverso.

 Mi tengo “fetta”. Sì, fetta di terra. Ricorda il prosciutto e i piedi grandi, per poterci camminare meglio. Ricorda poi un terreno limitato, non ingombrante, non invadente, straordinariamente delimitato. Guarda tu che roba… poi critico le contraddizioni. Cercavo una dimensione per correre e una parola che la spiegasse e mi ritrovo a fare i conti con una fetta, che sa tanto di porzione. Limitati, anzi limitandi si nasce. Non so se lo nacqui, però so solo che ho completamente dimenticato il motivo reale per cui ho cominciato a scrivere. Tra una caricatura di intelletto e una carica di telefonino, evidentemente ci sono miliardi di altre cose ancora che continuano a scorrere e a strappare un sorriso. Di cosa ci si faccia poi con un sorriso, una volta che lo hai strappato, be’ francamente me ne frego proprio… Giampiero  Venturi

Milano dentro

La casa di Cura Santa Rita di Milano – si legge sulla home page del sito Internet – è certificata Iso 9001-Vision 2000.

Fondata nel 1946, è in regime di accreditamento con il Servizio Sanitario Nazionale. La Casa di Cura ha inoltre attivato da anni convenzioni con primarie Compagnie d’Assicurazione, Aziende, Fondi Sanitari integrativi, Casse Mutue di Assistenza.

Molto bene.

Adesso leggete questa comunicazione telefonica tra il chirurgo Arabella Galasso, ortopedico indagato, e una collega, la dottoressa Maristella Farè:

Galasso: Ciao gioia senti abbiamo un casino…
Farè: …allora ma non gliel’avete poi messo il tendine?
Galasso: Sì, no no, quello di ieri non era nostro…
Farè: …ah non era suo?
Galasso: …oggi l’abbiamo ritirato…
Farè: …non er… ah non era il medico quello che si era rotto!
Galasso: …no… si il medico che si è rotto l’abbiamo operato oggi, so che ieri ti hanno restituito un tendine… ma non era roba nostra…
Farè: …ah… e di chi era?
Galasso: …non era della mia equipe, non so dirti chi l’ha ordinato e l’ha rimandato indietro. Senti abbiamo un problema sul tendine di oggi… perché voi mi avete mandato questo emitendine rotuleo con tutto il certificato di idoneità e il codice del donatore, la data di nascita, di morte, gruppo sanguigno peccato che la busta che m’avete mandato è un tendine tibiale anteriore…nato in una data diversa da questo qua, cioè non c’è corrisponde… noi abbiam dovuto usare il tibiale purtroppo perché ormai il paziente era aperto…
Farè: vabbè…
Galasso: …quindi l’a… l’abbiamo usato…
Farè: …cosi è andato bene il tibiale?
Galasso: …si non era fantastico rispetto al… rotuleo che ci aspettavamo anche perché qui abbiamo tutta la descrizione del tendine…
Farè: …ma porco giuda…
Galasso: …ma non era quello descritto qui…
Farè: …ma guarda te…
Galasso: …quindi adesso io ti telefonavo proprio per la corrispondenza della documentazione che ho in mano, perché ho la busta con d… con un gruppo A negativo ricevente R.D. c’è scritto, tendine tibiale anteriore…
Farè: …ma R.D. è quello che avete mandato indietro ieri…
Galasso: …e com’è possibile madonna, vuoi dire che…
Farè: …eh… hanno fatto casino perché…

Arabella Galasso circa un quarto d’ora dopo richiama la collega per un controllo sulla corrispondenza tra la documentazione e il presidio sanitario, e ad un certo punto Maristella Farè spiega:

Farè: …sì no, noi abbiam sbagliato la consegna sicuramente. Il problema però che non c’è il rotuleo dove l’avevamo messo dov’era da consegnare…
Galasso: …tesoro mio si vede che qualcuno se l’è acchiappato…
Farè: …eh già…
Galasso: …e l’ha mandato da qualche parte
Farè: …eh questo può essere
Galasso: …sì una roba no noi abbiamo messo ad un collega un tibiale destro al posto di un rotuleo sinistro, mi vengono già le coliche ma non importa.
Farè: No beh quello non è un problema
Galasso: Ascolta come sistemiamo sta faccenda? Perché ti devi recuperare i documenti del rotuleo…
Farè: …si…
Galasso: …a questo punto, e io mi devo recuperare i documenti del tibiale
Farè: No i documenti del rotuleo li puoi buttare perché noi li abbiamo tutti in doppia copia, io adesso..

Poco più avanti la conversazione prosegue:

Farè: …benissimo, io ti mando i documenti corretti e l’idoneità del tibiale, poi vabbè…
Galasso: … perfetto…
Farè: Cambiagli il tipo di intervento…
Galasso: …compilo tutto e ti…
Farè: …ma il tendine destro e sinistro non ha importanza mi dispia…
Galasso: …chi se ne frega certo…
Farè: …no quello non ce ne frega… mi dispiace però…
Galasso: …che sfiga che abbiamo noi dottori
Farè: Ma davvero guarda.. cioè ci puoi giurare che un coll…
Galasso: …io non gli dico niente al mio collega..
Farè: …no non dir gli niente…
Galasso: …zitta e muta…
Farè: …dai che andrà benissimo questa…

Bene. Un tendine “tibiale” anteriore destro impiantato al posto di quello “rotuleo” sinistro.

Dal sito della clinica:

“L’attività di ricovero si avvale di sofisticati ed efficienti servizi diagnostici che sono a disposizione anche degli utenti ambulatoriali. L’attività ambulatoriale si svolge in studi medici attrezzati e confortevoli.
L’intera Casa di Cura è cablata in fibra ottica e la rete informatica, con accessi attraverso personal computer da ogni postazione di lavoro, permette la condivisione in rete di tutte le risorse di informazione, elaborazione ed archiviazione per una gestione rapida ed efficiente di tutte le attività”. E certo: sono certificati Iso 9001!

Ah Milano, Milano…

Dino Risi

L'immagine “http://www.repubblica.it/2004/d/sezioni/spettacoli_e_cultura/libri26/risi/stor_3239814_12460.jpg” non può essere visualizzata poiché contiene degli errori.

“Mi sento come un inquilino abusivo. Sono rimasto senza amici. Erano tutti più giovani di me e se ne sono andati prima di me: Gassman, Fellini, Zapponi, Lapegna, Tognazzi, Mastroianni, Sordi, Manfredi. Non so più con chi parlare. Il linguaggio dei giovani è insopportabile. I miei nipoti vanno avanti a “puntocom” e “vuvuvu”. Io non ho nemmeno il coso, come si chiama, il fax. Imbuco sempre le lettere nella cassetta”.

Denti

Roma, anziché essere l’avamposto comunitario che la sua storia gli impone, è una stolida pseudo-metropoli piena di persone che fingono d’interessarsi alle “Ribellioni n.2″. Questo è il risultato di decenni di subcultura. Ultimo esempio del degrado artistico della città è l’iniziativa”Contemporaneamonti“: una stolida esposizione di aborti visivi, disseminati negli esercizi commerciali del Rione I. Ma di esempi se ne potrebbero fare a migliaia.

Io non sono un esperto d’arte, sia chiaro. Ma se i parametri condivisi sono il Michelangelo e il Bernini, non puoi sperticarti in recensioni ultra artistiche e chiedere per giunta 3 mila e 500 euro per cinque denti di gesso mezzi fracassati, sparsi sul pavimento del negozio della mia ragazza. E’ arte dici? Ma dai. Allora se mi porgi la mascella provo con un destro a tirar fuori i 32 elementi artistici rimasti intrappolati al chiuso del tuo cavo orale! E’ arte pure quella, no? Suvvia…

La verità è che una sciagurata gestione derelitta è riuscita a portareall’ombra dei sette colli solo vip e vippismi, saltimbanchi, architetti uterini, attoruncoli, nani, ballerine, starlet e avanzi del DAMS. E allora ecco il fotografo da quatto soldi comportarsi come una rock star, la comparsa di fiction atteggiarsi manco fosse Gassmann, il cantantino di quint’ordine sfasciare la stanza d’albergo like a Rolling Stone. Uno squallido stall-system che costa, sporca, spende e spande, a danno e della comunità.

E’ proprio su queste storture che l’attuale giunta comunale dovrebbe misurarsi. Anziché perdersi in meschine rivalse sulla gestione della mostra del cinema, su questa o quella kermesse.

Ma quale mostra del cinema? Bisognerebbe spazzare via queste degenerazioni di Papa Walter. Azzerare, salvando quel pochissimo di buono che c’è, di destra o di sinistra che sia. Alzare il tiro. Ripensare Roma come centro mondiale dell’Arte e della Cultura, anziché come passerella per attori di Hollywood. Estirpare il morbo finto-intellettuale. Annullare questa tendenza dei giovani artisti e artistoidi al narcisismo edonistico ed egoistico: “non riesco ad immaginare come sia possibile che un artista serio possa mai considerarsi soddisfatto del proprio lavoro”.

Bisogna ricreare a Roma un habitat in cui l’Arte possa risorgere. Osteggiare l’individualismo artistico. Ridonare l’Arte al popolo per ritrovare in essa una salvifica funzione sociale ed intellettuale.

Roma non può essere abbandonata nella mani di questi sciacalli, di questi shampisti dell’arte che sperperano il denaro pubblico e privato nell’organizzare di esposizioni mortifere e degradanti. Roma è un canone mondiale di bellezza. E non c’è nulla di più triste e avvilente di una bellezza sfiorita e maltrattata.

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“È molto difficile per un uomo credere abbastanza energicamente in qualcosa, in modo che ciò che crede significhi qualcosa, senza dare fastidio agli altri”. [Ezra Pound]