Cariche e caricature – di G. Venturi

   Figurarsi se tra una parola e l’altra riesco a barcamenarmi a dovere. Già l’idea della “barca” mi fa girare indietro per vedere se sono visto… poi menarmi… fossi masochista. Mi disintreccio dalla follia quotidiana che mi obbliga a slalom stretti tra parole larghe e cerco di raggiungere una fetta dritta di terra o di strada. Sì sì, ho detto “fetta”. Ha richiami gastronomici e podistici, sempre migliori dei richiami a cui potrebbe far giungere la parola “striscia”. Tra notizie, passaggi pedonali e botte, dire “striscia” sarebbe un po’ come dire “pista”. 
Mi spiego meglio e ricapitolo: sto cercando una dimensione dove essere (ontologicamente essere) senza giocare con le parole. Per trovarla devo usare però delle frasi, dei termini, degli epiteti che la indichino: ho scelto “fetta di terra”. Per definire lo stesso spazio aperto fatto per correre avrei potuto scegliere anche “striscia”,  “pista” e aggiungo ora  “fettuccia”, “landa”, o semplicemente “spazio”.
 Se dico “striscia” mi si rimproverano nel migliore dei  casi le frequentazioni a Cologno Monzese; nei peggiori, che non mi fermo davanti ai pedoni o che contrariamente a quanto dichiarato potrei essere un “acchittatore di botte”. Se optassi per “pista” mi si accuserebbe di retaggi motociclistici che non ho o ancora una volta di acchitare polveri. Sia “botte” che “pista” avrebbero a che fare poi con “la solita aggressività che emerge”, con cariche a calci e pugni, con anfibi e con i piedi che ci vanno dentro e con la atavica mancanza di argomenti. A me non mancano gli argomenti… il  problema è che non ce li ho proprio.
Perché allora complicarsi la vita? Evitiamo finché possibile.


“Fettuccia” fa molto sartoria, luogo nobile per natura e gretto per sviluppi successivi e per questo potrebbe anche passare. Rimane però questo richiamo gastronomico apocopato, moncone di romanità sbiadita tra pance lunghe e vocabolari corti e francamente la cosa mi deprime molto. Direi moltissimo anzi. Una “fettuccia” è come uno “spago”. Io con lo spago posso al limite farci dei legacci. Ma mi dà l’idea della scatola, della chiusura, del definito… e io cercavo proprio il contrario…

 Poi detto fra noi, “fettuccia” ricorda molto Terracina. La fettuccia di Terracina… strada storica dove si corre e talvolta si muore. Gran cosa, ma purtroppo non ci siamo. Vada per la Terra… ma il suffisso Cina non lo digerisco proprio… Oltre al Circeo e a San Felice non riesco ad andare. Italia, terra di confini: un luogo porta in sé la parola Felice e quello dopo Cina… Siamo un popolo molto molto contraddittorio.
Rimangono “landa” e “spazio”.

 “Landa” ricorda una sonda, un gerundivo e un paese del cazzo sotto il livello del mare, pieno di tulipani, di fica, di gente civile e probabilmente anche di altre cose. La sonda non so cosa sia; il gerundivo giuro che lo sapevo; il paese orange invece lo conosco. C’era Erasmo e c’erano anche le filande. Filanda fa rima con landa, quindi un legame ci deve essere per forza. Io però voglio romperli questi legami… vorrei andare oltre.
Lasciamo perdere “landa” e andiamo su “Spazio”.


Questa parola mi fa paura: troppo grande. Espace… Space… sono tutte parole grosse. L’Espace poi a parcheggiarlo erano cazzi sul serio. Mi ricordo Spazio 1999 con tutte le astronavi di rito. Sono passati due lustri e ancora non si è visto nulla. Una caricatura continua di quello che avrebbe dovuto essere il futuro e che poi invece è sempre diverso.

 Mi tengo “fetta”. Sì, fetta di terra. Ricorda il prosciutto e i piedi grandi, per poterci camminare meglio. Ricorda poi un terreno limitato, non ingombrante, non invadente, straordinariamente delimitato. Guarda tu che roba… poi critico le contraddizioni. Cercavo una dimensione per correre e una parola che la spiegasse e mi ritrovo a fare i conti con una fetta, che sa tanto di porzione. Limitati, anzi limitandi si nasce. Non so se lo nacqui, però so solo che ho completamente dimenticato il motivo reale per cui ho cominciato a scrivere. Tra una caricatura di intelletto e una carica di telefonino, evidentemente ci sono miliardi di altre cose ancora che continuano a scorrere e a strappare un sorriso. Di cosa ci si faccia poi con un sorriso, una volta che lo hai strappato, be’ francamente me ne frego proprio… Giampiero  Venturi

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