“Del Sessantotto siamo stati gli eroi, ed era tutto più grande di noi”.

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“Generazione maledetta la mia, noi siamo ancora l’Italia che scia; verso il domani, verso il non si sa, perché fa rima con la libertà”. Sublimi Squallor.

Nella mia vita mi era capitato d’incontrare persone incapaci nascondere un velo di nostalgia nello sguardo, un moto d’orgoglio, un sussulto di fervore, quando si parla di ‘68. Anche i miei genitori a modo loro hanno cercato di spiegare, senza riuscirci del tutto, la portata del ‘68, al di là delle ideologie e degli schieramenti. E che il ‘68 in fondo non è stato che l’unificarsi, negli strati giovanili, delle tendenze che in tutto il mondo occidentale si qualificano come “beat generation”; un’onda vagamente protestataria formatasi all’interno del processo neocapitalistico successivo agli assestamenti degli squilibri prodotti dal conflitto bellico mondiale… Berkeley, Parigi, Tokio, Praga, Berlino, Valle Giulia eccetera eccetera…

Ma dove sono finiti oggi quei giovani “protestatari”? E quali sono i bilanci di quella protesta? A quarant’anni dal ’68, non basterebbe forse tutto il blog per parlarne in maniera esaustiva. Dobbiamo rinunciare.

Mi è capitato però, di recente, d’incontrare una persona che – a mio avviso – porta su di sé i segni peculiari di quegli anni e di quella protesta. Un sunto, una summa. Uno stronzo, insomma. No, non uno di quei fricchettoni con le collane e il narghilè, no.

E’ come se Mario – chiamiamolo così – avesse conservato un vestito di carnevale per andare al lavoro il giorno dopo il martedì grasso. E’ un po’ quello che accadrà tra qualche anno a queste migliaia di decerebrati che continuano ad iniettarsi l’inchiostro con gli aghi: ve le immaginate queste truppe di tatuati dalle muscolature cadenti e rattrappite? Che pena.

Dicevamo – Mario è un uomo ricco, molto ricco che vive in una country house, nel mezzo di un bell’appezzamento di terreno. Mario è figlio di una personalità piuttosto importante nella storia repubblicana italiana (quindi non molto importante, in definitiva). E’ colto, pacato e nevrotico al tempo stesso. Non lavora, insegna. Sembra essere piuttosto a suo agio in questa nostra società; ne conosce bene i meccanismi burocratico-sociali, tanto da poter vivere tranquillo, al caldo della copertina dei privilegi che gli sono assicurati dal suo status e dalle sue eredità. E’ piuttosto meschino e individualista, molto attento al denaro. Mario è progressista e futurofago, rifugge tutto ciò ch’è tradizione. Ama il lusso raffinato, ma ha con esso un rapporto conflittuale; ne fa forse una questione d’immagine. Mario ha molte case ben arredate, quasi tutte graziate dai condoni dei governi di centrodestra. Ha comunque tutta una serie di “coperture” che gli consentono di vivere in pace con la sua piccola grande coscienza. La sua è un’esistenza eco-compatibile. Ha una moglie bona e le è fedele. Ha una figlia bona (e qui so’ cazzi, ma vabbè..), un figlio fessacchiotto, qualche figlio adottato qua e là e molte cameriere con i contributi quasi tutti pagati. La sua casa ha i pannelli solari, il camino e i filtri per bere l’acqua del rubinetto. La sua auto è un’utilitaria di scarso valore, ma già pensa a un dual fuel: un colpo all’ecologia e uno al braccino corto. Mario ama il cinema (ci mancherebbe), ma ci va poco: i fil li scarica da Fastweb. Ama il bricolage e la domenica la trascorre coi figli, tra biciclette, laghi e video al plasma che proiettano cartoni animati educativi. Quando i figli giocano in giardino (e che giardino!) e la moglie è al telefono a organizzare beneficenza, lui butta un occhiata a MicroMega e una a You Porn.

Sfoglio il giornale con occhio storico e ho come il sospetto che tutto sia andato esattamente come questi volevano che andasse. Mi guardo intorno, a Roma, e questa convinzione si rafforza.”Che bel mondo di merda che vi siete costruiti” – penso. Ma ho come l’impressione che stia per arrivare il conto al tavolo della storia. E a pagarlo saremo noi – tanto per cambiare – ma anche i figli di Mario. Gli Squallor avevano capito tutto anni fa:

“Oggi mio figlio mi fa il culo perché / a scuola gli altri hanno tutti le timberland / ed io ripenso con tenerezza ormai /al sacco a pelo dove la chiavai. / Il ‘68 lo passammo in trincea, /gridando forte giù le mani dal Vietnam. / Era la storia che apriva strade nuove, / e finalmente fu il ‘69!”.

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