Month: May 2009

Spiritualità della montagna

E’ possibile che gli Antichi, i quali ignoravano l’alpinismo, ovvero ne conoscevano solo forme rudimentali, e quindi avevano dinanzi la montagna secondo i caratteri di una reale inaccessibilità e inviolabilità, appunto per questo furono portati a sentirla secondo il carattere di un simbolo e di una trascendente spiritualità. Oggi che la montagna è materialmente conquistata e poche sono le vette che ancora l’uomo non ha violate, è importante far sì che questa conquista non si equivalga ad una profanazione e ad una «caduta» di significato. Per questo, è essenziale che le nostre nuove generazioni poco a poco giungano ad elevare l’azione al valore di un rito, che poco a poco esse riescano a ritrovare quel punto trascendente di riferimento, attraverso il quale le vicende di ardimento, di rischio e di conquista, le discipline del corpo, della sensibilità e della volontà fra l’immota e simbolica grandezza montana, assurgano al valore di vie per la realizzazione di ciò che nell’uomo sta di là dall’uomo, epperò ricevano la loro più alta giustificazione nei quadri del nuovo moto ascendente e spiritualmente rivoluzionario della nostra stirpe. [J. Evola]

Gerusalemme

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Quando sulla montagna del Purgatorio Dante e Virgilio vengono invitati dall’angelo della castità ad entrare nelle fiamme, perché altrimenti non potrebbero proseguire la salita, è il tramonto del 12 aprile. Il sole occupa la medesima posizione in cui si trova quando invia i suoi primi raggi a Gerusalemme, mentre il fiume Ebro scorre sotto la costellazione della Bilancia, che è alta nel cielo, e le acque del Gange sono infuocate dal sole pomeridiano. “Sì come quando i primi raggi vibra – là dove il suo fattor lo sangue sparse, – cadendo Ibero sotto l’alta Libra, – e l’onde in Gange da nona riarse, – sì stava il sole” (Purg. XXVII, 1-5). Dante indica l’ora del giorno mediante il riferimento a quattro punti geografici fondamentali: Gerusalemme, l’Ebro, il Gange, il Purgatorio. Secondo la geografia dantesca, infatti, la terra abitata dai vivi corrisponde alla superficie dell’emisfero boreale ed ha al proprio centro Gerusalemme, la quale, trovandosi agli antipodi del Purgatorio, è equidistante dall’estremo occidente, segnato dall’Ebro, e dall’estremo oriente, rappresentato dal Gange. Perciò, quando il sole sorge sul Purgatorio, all’orizzonte di Gerusalemme il giorno tramonta sull’Ebro e la notte scende sul Gange; al mattino del 10 aprile, mentre i due poeti erano ancora alle falde della montagna, il sole era già arrivato all’orizzonte di Gerusalemme e la notte, girando opposta al sole, usciva dal Gange nella costellazione della Bilancia (costellazione nella quale esso non si trova più dopo l’equinozio d’autunno, quando la notte diventa più lunga del dì). Con le parole di Dante: “Già era ‘l sole a l’orizzonte giunto – lo cui meridian cerchio coverchia – Ierusalèm col suo più alto punto; – e la notte, che opposita a lui cerchia – uscia di Gange fuor con le Bilance, – che le caggion di man quando soverchia” (Purg. II, 1-6).

Titani

Nel nostro mondo, in cui s’è sviluppata oltre misura la Prudenza, le persone tendono ad evitare ogni rischio. Da quelli imprenditoriali, a quelli fisici, a quelli politici, fino alle correnti d’aria. Nel bel mezzo di uno stato assistenziale, con le assicurazioni, le mutue, le previdenze e le nercosi d’ogni natura e genere, ogni tanto capita di incrociare “tipi umani la cui pelle sembra conciata a cuoio e lo scheletro fuso nel ferro”.

Un’ora trascorsa con questi titani può valere un anno di tempo trascorso tra le persone comuni. Lo sprezzo del pericolo vissuto con grande calma è spesso una prerogative per riconoscerli. Sia esso un pericolo che mette a repentaglio il fisico, la reputazione, la morale, il danaro.

Quasi sempre queste persone hanno i tratti di chi, affrontato il nichilismo e la décadence del loro secolo, riesce a guardare il sole che splende “oltre la collina”. La generale nevrastenia reclama la loro esistenza e il loro sole illumina il nostro cammino.

Il respingente che attrae

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Alle elezioni di Morterone, splendido Comune della provincia di Lecco, si presentano 34 candidati per 32 elettori. E’ come alle feste: ci sono gli imbucati. A meno che qualche cittadino particolarmente ubiquo e democristiano sia riuscito a farsi inserire in più di una lista. Non ce ne stupiremmo. Mentre invece continua a stupirci la capacità degli italiani di razzolare all’opposto di come predicano. Non eravamo il Paese dell’antipolitica, nauseato dalla Casta e pronto a battersi per l’abolizione degli enti inutili, come ho sentito promettere fra gli applausi da un candidato alla presidenza di una Provincia? Certo. Così come siamo il Paese dell’antilettura che ingolfa le case editrici di romanzi inediti. Nessuno legge, ma tutti scrivono. Nessuno ama i politici, ma tutti (e a Morterone anche qualcuno in più) bramano diventarlo. La politica è un respingente che attrae. Proprio adesso che conta poco e che forse non esiste nemmeno più.

Sarà che, in epoca di precariato spinto, la carriera del notabile emana il fascino del posto fisso, grazie ai tanti privilegi che ne perpetuano gli effetti anche dopo la cessazione del mandato. Sarà che il popolo telespettatore è rimasto contagiato dall’orgia di televoti e desidera provare sulla propria pelle il brivido della «nomination» e del giudizio altrui. Sarà, più banalmente, che tutti si annoiano da morire e un mese di campagna elettorale garantisce un’uscita provvisoria dalla routine. Le possibilità di farcela sono scarse, ma non importa. Mal che vada, si potrà sempre scrivere un libro di memorie che nessuno leggerà. (Gramellini)

L’aria delle cime

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“Chi sa respirare l’aria dei miei scritti sa che è un’aria delle cime, un’aria forte. Bisogna essere nati per respirare quell’aria, altrimenti si corre il rischio, non piccolo, di raffreddarsi, lassù. Il ghiaccio è vicino, la solitudine immensa – ma che pace illumina le cose! come si respira liberamente! quanta parte di mondo sentiamo sotto di noi”. [F. Nietsche – Ecce Homo]

Il cammino

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«Il cammino», scrive Junger, «è più importante della meta, nel senso che esso la contiene in ogni istante, soprattutto in quello della morte». In esso è significativo ogni tratto, è il cammino il compito di ogni persona. «La meta è sempre possibile, sempre e dappertutto; il viandante la porta con sé, come il suo orologio. E se il cammino è pensato come una passione, egli si porta la sua croce fin dal principio. Nessuno muore prima di aver realizzato il proprio compito». Solo coloro i quali pensano di aver vissuto.

che_-fondo-magazineA più di quarant’anni dalla morte, Ernesto Che Guevara sembra essere stato dimenticato dalla sinistra.
Un mito esaurito? Niente affatto. Dalla Francia all’Italia gruppi, associazioni, movimenti della destra radicale idolatrano il Che, il rivoluzionario che ha combattuto contro ogni forma di imperialismo a fianco degli umili e degli oppressi.
Con una meticolosa e originale documentazione, Mario La Ferla tenta di superare luoghi comuni e pigre falsità. Perché la cronaca, e soprattutto la storia, siano meno incompiute e bugiarde.