Month: July 2009

Obblighi di libertà

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La società preconsumistica aveva bisogno di uomini forti, e dunque casti. La società consumistica ha invece bisogno di uomini deboli, e perciò lussuriosi. Al mito della donna chiusa e separata (il cui obbligo alla castità implicaca la castità dell’uomo) si è sostituito il mito della donna parte e vicina, sempre a disposizione. Al trionfo dell’amicizia tra maschi e dell’erezione, si è sostituito il trionfo della coppia e dell’impotenza. I maschi giovani sono traumatizzati dall’obbligo che impone loro la permissività: cioè l’obbligo di far sempre e liberamente l’amore. (Pier Paolo Pasolini)

Fight Club

http://files.splinder.com/8a7d46f58bd62c858ce7eb4baf8c29b6.jpegLa pubblicità ci fa inseguire le auto e i vestiti, fare lavori che odiamo per comprare cazzate che non ci servono. (Tyler Durden)

Fiori blu

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In un pomeriggio d’estate del lontano 2009, il principe di Salina, sdraiato sull’amaca del suo castello (in affitto), considerò per un momentino la situazione storico-sociale. La trovò poco chiara. Resti del passato alla rinfusa si trascinavano qua e là. Nel Piazzale Partigiani bivaccavano moldavi, misti a macedoni alticci e rubicondi; poco distante i fasci littori della Stazione Ostiense, splendevano tra le lattee aquile, riverberi d’imperii ormai perduti. La Porta San Paolo era come un bambino smarrito, nel mezzo del fragore automobilistico, non più baluardo contro i goti, né barriera per i nuovi barbari del ’43. Si disegnavano all’orizzonte le sagome sfatte di qualche turista americano panciuto, giapponese fotografante, francese con donna, zaino e scarpe da trekking. Gli inglesi bevevano, barcollavano e pisciavano per strada.

Il principe di Salina sospirò pur senza interrompere l’attento esame di quei fenomeni consunti.

Affascinato, continuò per ore ad osservare quei rimasugli che resistevano allo sbriciolamento. Poi, senza alcuna ragione apparente, lasciò il posto di vedetta e scese ai piani inferiori, dando di passata sfogo al suo umore, cioè alla voglia che aveva di picchiare qualcuno.

Picchiò i vicini, in numero di tre; battè servi, tappeti, qualche ferro ancora caldo, la campagna, moneta e, alla fin fine, la testa nel muro.

Ciò fatto, gli venne voglia di un viaggetto.

Il pirata tutto nero

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Germania, 1945: divampano le ultime battaglie di una seconda guerra mondiale ormai avviata verso una conclusione già scritta. All’improvviso, un Messerschmitt Bf 109 con le insegne della Luftwaffe compare sulla scena e sbaraglia i nemici. Nulla cambia, circa le sorti del conflitto, ma per il pilota del caccia bombardiere tedesco poco importa: egli combatte la sua battaglia, con fierezza cavalleresca e distacco ascetico. Chioma scapigliata e cicatrice da duro: il profilo è inconfondibile. Si tratta di Phantom F. Harlock II, discendente di Phantom Harlock I e antenato di Capitan Harlock, il celebre pirata intergalattico creato nel 1977 da Akira “Leiji” Matsumoto.

Il lungometraggio sulla storia del Capitano è intitolato Waga Seishun no Arcadia, ovvero “L’Arcadia della mia giovinezza” è del 1982, ma in Italia è sempre uscito sfigurato dai tagli della censura tanto da risultare incomprensibile. L’equivoco è durato praticamente fino a questi giorni, in cui la De Agostini ha finalmente deciso di ripubblicare l’intera collezione degli “anime” dedicati al Capitano, partendo proprio da “L’Arcadia della mia giovinezza”. Scopriamo così le origini del mitico eroe, a partire proprio da quell’albero genealogico a dir poco “sulfureo”, probabilmente sorto nella mente dell’autore a partire dal ricordo del padre, pilota nel secondo conflitto mondiale dei mitici Zero nipponici. L’ambientazione teutonica, del resto, sembra essere particolarmente cara a Matsumoto, che negli anni pubblicherà anche la Harlock Saga, riedizione della titanica tetralogia wagneriana in chiave futuristica.

Ad ogni modo, il lungometraggio appena uscito nelle edicole, impressionante per la maturità e la complessità della sceneggiatura, descrive un mondo sfigurato dalla lotta fra umani e umanoidi,dalla quale i primi sono usciti miseramente sconfitti. Fra miseria, prepotenza e tradimento, solo pochi umani riescono a mantenere dignità e voglia di lottare, ed uno di questi è proprio il Capitano, uomo di poche parole, portatore di un innato stile aristocratico tanto da esser temuto e rispettato persino dagli stessi nemici.

La lotta di Harlock, tuttavia, è scevra di facili entusiasmi o di ottimismi fallaci, per acquisire piuttosto connotazioni prettamente stoiche. Il Capitano, in effetti, finisce per incarnare l’archetipo del combattente libertario e anticonformista, che pure non può che essere rappresentato come un fuorilegge, nello squallore senza vita del mondo decadente immaginato da Matsumoto. Nella serie Tv, infatti, la Terra appare governata da un Governo Unificato corrotto e incapace, incurante dello stato di decadenza ambientale e morale in cui versa il pianeta. La classe dirigente, rappresentata da un anonimo Primo Ministro, è vile ed ottusa, del tutto incapace di far fronte al pericolo mazoniano proveniente dallo spazio. In questo quadro dagli evidenti richiami all’attualità, sono solo Harlock e la sua ciurma a rappresentare una possibilità di salvezza per la Terra. Ma se egli combatte per il suo pianeta, non è certo per un vago sentimentalismo umanitario. Il pirata spaziale, anzi, non sembra amare particolarmente i terrestri. Eppure egli difende il suo pianeta.

In una frase tratta dal manga originale in versione italiana viene efficacemente sintetizzata l’essenza di questo spirito: «Io mi batto solo per quello in cui credo. Non per uno stato o un pianeta in particolare. Lotto solamente per gli ideali che ho nel cuore… la gente mi chiama Capitan Harlock… il “black jack” è issato sulla mia nave, e con questa bandiera che sventola tra le stelle, io vivo in libertà. L’universo è la mia casa… la voce sommessa di questo mare infinito mi invoca, e mi invita a vivere senza catene… la mia bandiera è un simbolo di libertà».

Harlock non spera e non dispera, fa solo ciò che deve essere fatto. La sua patria è là dove si combatte per la sua idea.

Oltre Eboli

Lucania, l’antico e mai dimenticato nome, ha diverse radici filologiche. Una di queste è data da leucos, originariamente parola greca che aveva conservato nella sua accezione latina lo stesso significato: bianco, lucente. Ma anche nell’antica lingua sanscrita la parola luc ha significato di luce e luminosità, e lo stesso significato lo si ritrova nella parola sémita di luachan. Senz’altro bianchi e lucenti erano gli ampi squarci delle radure e i picchi dei calanchi, composti da terre calcaree ed argillose, che si aprivano tra le fitte macchie di foreste che coprivano l’intera regione, e poiché Bosco Sacro in latino si traduce in lucus, è molto verosimile che anche questo nome abbia contribuito a dare alla regione il suo antico nome, ufficializzato, poi, nel periodo della Roma imperiale quale III regione augustea dell’Impero. Lucania: regione, dunque, chiaro-scura, ombrosa e romantica, segnata a tratti da squarci di luce.

Against Mass Society

The structural complexity and hierarchy of civilization must be refused, along with the political and ecological imperialism that it propagates across the globe. Hierarchical institutions, territorial expansion, and the mechanization of life are all required for the administration and process of mass production to occur. Only small communities of self-sufficient individuals can coexist with other beings, human or not, without imposing their authority upon them.