Fini e confini
Un Gianfranco Fini “coraggioso” ha proiettato tracce di vita nel deserto del PdL.
Alla festa milanese del partito, il Presidente della Camera ha sferzato la platea legaiola (le platee milanesi sono tutte legaiole; i milanesi sono tutti biologicamnte leghisti) con parole definite “generose e coraggiose” anche dal Ministro Tremonti.
Tema della discussione: la cittadinanza agli immigrati.
Il Ministro Alfano aveva parlato mezzora prima: un discorso sullo spazio delle celle delle carceri italiane, nelle quali sguazzerebbero beati i macedoni, i romeni e gli albanesi. Una roba alla Speroni prima maniera. Da un uomo di legge che arriva dalla terra di confine tra l’Africa e l’Occidente, ci si aspettava qualcosina in più.
Il rivoluzionario Fini – altra stazza, almeno rispetto ad Alfano! – propone di dare la cittadinanza a tutti coloro che dimostrano, in un modo o nell’altro, di “amare la nostra Patria”. La platea mormora. “L’Italia è degli italiani, ma anche di tutti coloro che dimostrano di amarla”. Parte qualche fischio. “Ci sono quattro milioni di stranieri nel nostro paese e non mi sembra un’eresia pensare di garantire loro la cittadinanza, se dimostrano di riconoscersi nella nostra costituzione, nei nostri usi e costumi. Parliamone: non accetto scomuniche preventive dagli organi di stampa e di partito”. Qualcuno si alza e se ne va.
Poi tocca a Tremonti. Gioca in casa e il pubblico è lì che aspetta d’essere coccolato. “Le posizioni di Fini sono generose e coraggiose. Sono temi dei quali si deve discutere”. Il pubblico milanese, attonito, comincia a sudare freddo: quoque tu! Tremonti, leghista mi! Poi il ministro aggiunge uno dei suoi soliti scioglilingua: “Una scelta giusta in tempi sbagliati rende sbagliata anche la scelta giusta”. La platea Luis Vuitton applaude rassicurata: vede procrastinarsi nelle parole di Tremonti il nero periglio degli abiti sgraziati, della diversità, del confronto con chi non veste Prada.
Morale: agli italiani – ai milanesi in particola modo – non bisogna mai chiedere di ragionare sulla realtà. Basta raccontarne loro un’altra fittizia, inutile, legaiola.
Noi – non capitava da anni – siamo d’accordo con Fini (e con la Chesa). E’ tempo d’abbandonare la logica da difesa-del-box-auto del minus habens leghista, per cercare d’inculcare al paese uno straccio di visione umana e sociale. Nello scenario deprimente di un Occidente in declino e di un’Europetta bancaria, l’Italia ha il dovere di ergersi come luogo del dono, dello scambio, del riconoscimento dell’Altro: unico modo per trionfare sul Nulla che ci caratterizza.
Postato: September 27th, 2009 sotto sostanza letteraria sferzante, sostanza politica sferzante.
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Comment da Giampiero
alle ore: September 28, 2009, 5:17 am
Come cattolico e come cittadino sono anche io attratto dalla prospettiva che l’Italia, per le sue particolarità storiche, geografiche e culturali possa presentarsi come qualcosa di “diverso” e riesca a proiettare un disegno nuovo verso una società futura, per forza di cose diversa.
Vorrei però fare alcune specifiche.
Innanzitutto, arriccio sempre il naso quando in politica si parla di fratellismi ed ecumenismi vari.
La Chiesa (sia fronte CEI, che Vaticano) segue il principio sacrosanto dell’accoglienza e della solidarietà ma non ne fa derivare simpatie particolari per questo o quell’aspetto normativo.
Una cosa è parlare di solidarietà; altra cosa è parlare di cittadinanza e di legislazioni ad essa relative.
Matteo 25,35
“Avevo fame e mi avete dato da mangiare; avevo sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato…”
Fini tira fuori il Vangelo quando fa comodo a quanto pare. In termini di “vita” (aborto ed eutanasia) non sembra così ferrato.
Anziché preoccuparsi delle “pregiudiziali contrarie”, dovrebbe spiegarci bene le “utilità a favore” della cittadinanza breve. Io non le ho capite francamente.
Il mito dell’accoglienza vale poco in questo caso, perché odora molto di contrappeso politico alla Lega.
Se così fosse, sarebbe legittimo e auspicabile, ma temo anche goffo e tardivo. L’occasione c’è stata (ne abbiamo parlato per anni) ma l’ago della bilancia politica, Fini lo ha passato di mano a suo tempo.
L’antileghismo o contrappeso che sia, così come configurato, mi suona un po’ strano.
Non vorrei che l’antipatia genetica di Tremonti (economista di rango) ci porti a identificare una dicotomia manichea, molto più leghista della Lega stessa: da una parte le sciure lombarde, i gretti, i brambilla, gli orticelli, i box auto, i crociati, i piccoli borghesi, i pragmatici…. e dall’altra lo scirocco, la pizzica e la taranta, Capossela, quel bell’uomo di Gheddafi, il mediterraneo ombelico del mondo, le cattedre universitarie pubbliche, la caponata e gli orizzonti corruschi su dune sabbiose…
Io non ci sto.
La storia parla chiaro. Siamo sopravvissuti anche grazie allo spostamento dell’asse da Cartagine al Sacro Romano Impero. Tra Annibale e Tremonti ci sono i carolingi, Cluny, la Lega Santa, l’assedio di Vienna e i mondiali del 2006. Il trattato di Roma con cui nasce di fatto l’Unione Europea è (a prescindere da come si sia evoluta) il suggello di una civiltà costruita fra guelfi e ghibellini, tra Papi e Imperatori. Non è una mia opinione, è cronaca storica.
Per dirla in altri termini, a mio avviso, le spinte nordiste si battono togliendogli il terreno sotto i piedi e non contrapponendogli fattispecie fatte apposta per alimentare ulteriori leghismi.
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