Month: October 2009

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Con la buona affluenza alle urne delle primarie e, soprattutto, con la netta affermazione di Pierluigi Bersani, tramonta un’epoca.

Non certo quella di Dario Franceschini, che di quest’era si è trovato a essere, come il Pu Yi di Bertolucci, l’ultimo imperatore, investito di un ruolo scomodo e costretto a essere epigono e continuatore delle scelte di chi lo ha preceduto.

Non si chiude con questa votazione neppure la stagione Veltroni, che aveva incarnato lo spirito del partito liquido, ma-anchista, della forza politica che non deve fare i conti con nessuna storia perché è sufficiente voltare pagina, fingere di eliminare con un colpo di spugna qualsiasi passato per candidarsi a guidare il futuro.

Anzi, Veltroni è e rimane l’unico leader possibile per quel Pd così come si era proposto alle scorse primarie. Un partito che anziché scegliere, affianca, che dribbla le questioni politiche con l’estro di un Careca, che si sceglie gli alleati non in base a un’idea di governo, ma una volta individuato il nemico comune. Un partito lontano dagli italiani, imposto come un’unica alternativa a Berlusconi, un partito fatto di loft e conferenze stampa.

Un partito che ha subito il fascino e per certi versi l’egemonia di Largo Fochetti, a partire dal lungo dibattito dell’estate del 2006 sulla fine della socialdemocrazia e della sinistra.

La Repubblica e il suo direttore, Eugenio Scalfari, hanno infatti svolto un vero ruolo di guida politica della segreteria del Pd. Non pensiate che questo sia potuto accadere per una supposta debolezza politica di

Veltroni (prima) e Franceschini (poi). Anzi, Scalfari ha rappresentato per tanti versi il collante politico tra il partito e una certa idea di opposizione a Berlusconi. Basterebbe riprendere la registrazione di Ballarò del 21 Ottobre di un anno fa per comprendere il rapporto tra Scalfari e Franceschini (allora vice-Veltroni). Si è così delineata un’opposizione che, fatto singolare per un paese ormai ridotto a pochi partiti, metteva il primo partito della sinistra nella condizione di essere sì di opposizione, ma mai di alternativa.

L’accordo con Di Pietro nasce dagli stessi presupposti, da un malinteso concetto di società civile che svilisce gli strumenti di partecipazione (le sezioni, i circoli, il sindacato) a favore di momenti di assenso acritico.

E’ la storia recente di una fetta della sinistra italiana: così davanti al Raphael, così in piazza Navona più o meno un decennio dopo.

La speranza è che il voto di oggi abbia definitivamente chiarito l’equivoco. Perché gli sfidanti di Bersani, preso atto del risultato del voto tra gli iscritti, avrebbero dovuto ritirarsi dalla competizione e permettere al neo-segretario di insediarsi con qualche settimana d’anticipo.

Invece queste primarie sono state vissute come l’ennesimo tentativo di ribaltare il voto dei militanti a colpi di umore dei simpatizzanti. Una tentazione che ha origini lontane e che ha avuto nei girotondi la stagione più acuta.

Non a caso Franceschini nel rush finale ha incassato la pubblica adesione di Nanni Moretti, che dei girotondi fu uomo simbolo, e allo stesso tempo ha indicato come suo vice designato Touadi, eletto (in questa legislatura, non vent’anni fa) nel partito di Di Pietro. Anche il “non si deve tornare indietro” più volte agitato da Franceschini come argomento a sostegno della propria candidatura, suonava come un pregiudizio etico e un po’ arruffapopoli contro Bersani e i suoi sostenitori. Non ha funzionato.

Ora si tratta di voltare pagina e di ricominciare a fare politica per il Paese. Per farlo bisogna riprendere in mano i fili interrotti della politica del fare, riannodare i rapporti con quella parte di società che chiede alla sinistra una spinta pragmatica e, allo stesso tempo, una visione d’insieme e un’idea di futuro.

Potrà farlo Bersani? La sfida è dura e i problemi da affrontare sono moltissimi.

Per ora ci si dovrà limitare ai complimenti per l’ottimo risultato ottenuto e augurargli buona fortuna.

Tra le grane che Bersani dovrà affrontare immediatamente ci sarà il caso Marrazzo. Si potrebbe liquidare in fretta e invece rischia di rivelarsi una perdita di tempo e magari anche di voti. La questione, naturalmente, non sarebbe di competenza del neo-segretario del più grande partito della sinistra se il suo predecessore e parte del gruppo dirigente non si fossero fatti, a più riprese, sedurre dalla campagna scandalistica e accusatoria condotta per un’estate intera dal quotidiano di Scalfari contro Berlusconi. Si fosse fatta politica, anziché perbenismo, ora si avrebbe un problema in meno.

Non è che al posto di Marrazzo sarebbe bene convincere Scalfari a prendersi una pausa?

Titanic

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Siamo come sul Titanic. Abbiamo spontaneamente ceduto libertà e responsabilità all’efficiente equipaggio di questo immenso e sicuro transatlantico inaffondabile. Adesso abbiamo possibilità di godere della nostra libertà sotto forma di volontaria e deresponsabilizzata fruizione di comfort. Siamo nel Villaggio Globale, che non differisce molto da un villaggio Valtur. Come passeggeri/villeggianti, per poter meglio usufruire delle migliori performance della tecnologia e dei migliori e lussuosi servizi di bordo, abbiamo ceduto la responsabilità e la capacità di fare esperienza del viaggio, raggiungendo una pressoché totale estraneità nei confronti del mezzo che ci contiene e ci trasporta. Conseguenze? Niente di preoccupante. Perdita della propria libertà – dicevamo -, perdita di controllo sul proprio destino, molti cocktail, molti telefoni-computer-decoder, qualche bruciore di stomaco, motori common rail.

Gli Iceberg sono visibili, ma ancora non hanno divelto la chiglia.

Quando e se succederà, il transatlantico, come sappiamo, si trasformerà in una fredda scatola di metallo, un involucro di vite disperate, un’arca di poveri diavoli, una bara.

Per adesso, quello che dobbiamo chiederci è se esiste un modo per tenere testa, da parte del singolo, al terrore che si cela dietro la levigata superficie della sicurezza e del comfort. Un terrore che sarà tanto più profondo, quanto più alto sarà il muro di schiavitù (al comfort ed alla sicurezza) che abbiamo costruito attorno a noi.

“E’ possibile attenuare il terrore mentre l’automatismo perdura, o, come prevedibile, si avvicina alla perfezione? Non sarebbe insomma possibile rimanere sulla nave e conservare la nostra autonomia di decisione. E’ questo il problema fondamentale della nostra esistenza”. [E. Junger]

Oltre al “regno del Titanic” c’è per noi un secondo regno, quello del porto, del paese natio, la pace e la sicurezza che ognuno porta dentro di sé e che noi chiamiamo bosco. Un regno che implica un nuovo rapporto con la Madre Terra. E – come sostiene Maurizio Guerri nel suo saggio Terrore e Libertà – è proprio in questa opera di provocazione e sollecitazione della terra che l’uomo può riappropriarsi della propria dimensione infinita e trovare dimora nella quiete su cui poggia ogni movimento.

E – aggiungiamo noi – grazie a Dio, la nostra terra si chiama Italia.

Uomini d’altri tempi

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Santo Pelliccia, classe 1923. Sguardo fiero, profondo e penetrante. Fisico asciutto e scattante. Volontario a poco più di 17 anni nell’Esercito, prescelto poi per la Regia Scuola di Paracadutismo di Tarquinia. Ebbe la ventura di combattere a El Alamein e divenire uno dei pochi “leoni della Folgore” tornati a casa dopo quella incredibile battaglia del 1942 e la conseguente lunga e dura prigionia inglese.

André Zirnheld

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Je m’adresse à vous, mon Dieu, car vous donnez
Ce qu’on ne peut obtenir que de soi.

Donnez-moi, mon Dieu, ce qui vous reste
Donnez-moi ce qu’on ne vous demande jamais.
Je ne vous demande pas le repos
Ni la tranquillité
Ni celle de l’âme, ni celle du corps.
Je ne vous demande pas la richesse
Ni le succès, ni même la santé.

Tout ça, mon Dieu, on vous le demande tellement
Que vous ne devez plus en avoir.

Donnez-moi, mon Dieu, ce qui vous reste.
Donnez-moi ce que l’on vous refuse.
Je veux l’insécurité et l’inquiétude.
Je veux la tourmente et la bagarre
Et que vous me les donniez, mon Dieu,
“Définitivement.
Que je sois sûr de les avoir toujours
Car je n’aurais pas toujours le courage
De vous le demander.”

Donnez-moi, mon Dieu, ce qui vous reste.
Donnez-moi ce que les autres ne veulent pas.
Mais donnez-moi aussi le courage
Et la force et la Foi.

André ZIRNHELD
Mort au Champ d’Honneur en 1942

Mio Dio datemi quello che Vi resta
Datemi quello che non Vi è mai chiesto.
Non Vi chiedo il riposo o la tranquillità,
Né quella dell’anima, né quella del corpo.
Non Vi chiedo la ricchezza, ne il successo,
e nemmeno la salute;
Tutto ciò, mio Dio, tanti Ve lo chiedono,
che forse non ce la farete a darmelo.
Datemi, mio Dio, quello che Vi resta.
Datemi, quello che Vi si rifiuta.
Voglio il rischio e l’inquietudine,
voglio il tormento e la battaglia.
Datemelo, mio Dio, definitivamente.
Che sia sicuro, di averli sempre.
Perché non avrò sempre il coraggio
di chiedervelo.
Datemi, mio Dio, quello che Vi resta.
Datemi quello che gli altri non vogliono.
Ma datemi anche il coraggio
e la forza, e la fede.