Fascisti per moda

Traiamo da un’interessante nota su Facebook di una donna che lavora nel campo della moda.

 

Il 31 ottobre 1935 un decreto legge fonda l’ Ente Nazionale della Moda, con sede a Torino.
Era da tempo che Mussolini cercava di dare un’ mpulso alla moda nazionale; ci furono le Esposizioni universali del 1906 e del 1911 che confermarono l’affermarsi dell’industria tessile; nel 1919 nasce LIDEL, rivista avviata da Lidia Dosio De Liguoro, nazionalista dei fasci milanesi e fervente sostenitrice della necessità di rendersi indipendenti dalla moda straniera.
Al tempo il panorama moda era supremazia francese; erano consueti, per i sarti italiani, due viaggi all’anno a Parigi per acquistare i carta-modelli; Chanel, Lelong, Vionnet, Grès, Lanvin, Molyneux, che poi venivano riprodotti in patria da Ventura, Trizzoni, Ferruzzi.
Una statistica commissionata dal governo nel 1931 calcolò che l’Italia importava capi d’abbigliamento per un miliardo di lire e assorbiva un terzo delle esportazioni francesi. Da qui la legge del 1932, che destinava inizialmente 2 milioni di lire alla costituzione dell’Ente autonomo per la mostra permanente nazionale della moda (poi Ente nazionale della moda), col compito di organizzare i vari settori dell’abbigliamento e localizzare interamente in Italia l’intero ciclo di produzione.
La campagna di indipendenza proseguì anche sul piano dell’immagine: si rilancia il modello femminile formoso e sano, con una campagna antimagrezza che condanna il modello garçonne, e Lidel ammonisce:”snellezza, non magrezza”.
Mario Pompei, nel 1930, scriveva “fiori di fanciulle avviate a insanabili deperimenti organici,
per aver voluto assomigliare alle smidollate giraffe che le case di grido hanno lanciato sul mercato della moda come mannequins non plus ultra”.

Inizia la guerra d’Etiopia e l’Italia viene colpita dalle sanzioni economiche imposte dalla Società delle Nazioni.
E’ l’ora!La moda italiana autonoma diventa una necessità con l’autarchia.
L’Ente Nazionale della Moda obbliga gli addetti ad ottenere un “marchio di italianità di tessuti e di ispirazione” per il 50% della collezione proposta, e fisserà le date delle sfilate anticipando di alcuni mesi quelle francesi.
Nel 1936 fu organizzato il Convegno delle fibre tessiti nazionali, a Forlì, dove l’Ente ribadì la necessità, per l’industria della moda e del Tessile, di sottrarsi alla dipendenza straniera.
La risposta a tale necessità fu individuata nella proposta di potenziamento dell’industria tessile e di ricerca di ispirazione stilistica nei costumi regionali.
Venne istituito il Servizio Tessuto Modello Italiano, che doveva certificare con il marchio Texorit,
i tessuti idealmente e materialmente italiani.
Nel periodo autarchico, la penuria di materie prime e l’insufficiente produzione dell’industria laniera nazionale e poi il razionamento in guerra, furono stimolo allo sviluppo e alla ricerca di fibre naturali e “artificiali”.
Il risultato fu la produzione di nuovi materiali come il rayon(la seta artificiale), il mohair(dal pelo dei conigli d’angora),il fiocco di canapa, il lanital di Antonio Ferretti, derivato dalla proteina del latte, caseina, e sostitutivo della lana;esaltato da F.T.Marinetti nel POEMA DEL VESTITO DI LATTE.
Venne messo a punto il procedimento per la produzione della cellulosa dalla autoctona “canna gentile”, per le fibbre di viscosa,e incrementata la sua coltivazione.
Bandito l’uso di alcuni materiali, come il cuoio, che servivano ad altro, i “creativi” sperimentarono usi alternativi di materiali disponibili.
Nascono i modelli che rivisitavano costumi sardi e liguri di Maria Pezzi, i tacchi di sughero e la tomaia di raffia intrecciata di Ferragamo, i completi di Elvira Leonardi in Bouyeure,in arte Biki; ma la dipendenza psicologica da Parigi non guarì immediatamente.
Racconta la giornalista Elisa Massai: “L’autarchia ebbe almeno il merito di obbligare le case di moda a lasciarsi almeno un po’ alle spalle la comodissima abitudine di acquistare a Parigi, moltiplicare in Italia e vendere.
Finiva che tutti compravano le stesse cose. Sì, c’erano due, tre disegnatori che usavano Parigi e ricreavano, Pascali, Pelizzoni, Elio Costanzi. Ma nessuno si sarebbe messo in testa di fregarsene dei grandi francesi.
Se no, addio alla clientela. Casa Ventura sbandierava addirittura una première di Parigi,
nata e cresciuta in uno di quei mitici atelier e catturata negli anni ’30.
Al di là delle forzature, l’idea nazionalista di una moda italiana non era affatto sballata.
Il nostro artigianato era di prim’ordine. Avevamo, nelle sartorie, mani preziose.
I nostri sarti da uomo erano fra i migliori del mondo. Spesso i tessuti, che passavano per inglesi,
di inglese avevano solo l’etichetta. Erano prodotti nostri, salvo alcuni cachemire che noi abbiamo cominciato a lavorare solo negli anni ’50. Il progetto di una nostra moda, di una moda che non pagasse tributi alla Francia, non era affatto peregrina. C’erano un humus adatto, un entroterra favorevole.
Lo ha dimostrato, a partire dal febbraio 1951, dalla prima sfilata di Firenze, il nostro prêt-à-porter.Nel periodo dell’autarchia della guerra, qualcosa si mosse: modelli un po’ scopiazzati ma con dentro un che di nuovo”.
Da qui in poi il “made in Italy”, nato autarchico, sperimentato per necessità, divenne virtù.

Oggi la “linea italiana” ha subito, come la definisce la Gnoli, la balcanizzazione degli stili, dei generi e delle ispirazioni(e della filiera tutta).
Oggi il 50% dei tessuti sono importati, il restante 50% sono sintetici derivati da petrolio e la lana prodotta dagli otto milioni di pecore italiane finisce in discarica.

fonti:
Sofia Gnoli-Un secolo di moda italiana
Fortunati,Danese-Manuale di comunicazione, sociologia e cultura della moda
Natalia Aspesi-Il lusso L’autarchia

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