Month: January 2010

Stralcio del discorso di B. Obama sullo Stato dell’Unione

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Traduzione di Giampiero Venturi

“…due saranno le riforme su cui dovremo puntare. E sarà una lotta dura, ardua… ma vinceremo le resistenze di chi vuole il vecchio.

Primo: a partire dal 2011 sarà eliminato il mal di testa. Inizialmente con passaggi graduali, poi via via sempre di più, fino ad eliminarlo del tutto.

Questa riforma riguarderà tutti i cittadini americani e come è normale che sia per un governo della spesa pubblica, aumenteremo di un punto l’aliquota sui redditi. Molti si lamenteranno per questo; ma è un prezzo che dovremo pagare se vogliamo che i nostri figli crescano senza mal di testa.

C’è chi dirà “io il mal di testa non ce l’ho mai avuto… perché devo pagare una tassa per quelli che ce l’hanno?”

Dov’è la solidarietà che ha fatto di questo paese una potenza mondiale, mi domando io… Dov’è lo spirito dell’America?

Per venire incontro a quanti però insisteranno, faremo in modo che a chi non ha il mal di testa, verrà eliminato anche il mal di denti. E se non avranno nemmeno il mal di denti, allora, toglieremo il mal di pancia. Non avete il mal di pancia? Allora sarà deducibile il ma di gola. Non avete neppure il mal di gola? Allora di che cazzo vi lamentate? Non è vero che le cose vanno così male allora…

Seconda riforma: coi soldi che avanzeranno dalla riforma del mal di testa, pianteremo alberi di pane. In tutti i giardini. Ogni casa americana avrà il suo albero di pane.

Ci sarà chi dice…”ma io il giardino non ce l’ho…”

Per tutti quelli che non hanno un giardino, troveremo una soluzione. Pianteremo alberi di pane nei giardini pubblici.

Una sola cosa vi chiedo però. Un ultimo sforzo per fare rimanere grande questo paese.

Vi chiedo di compilare un modulo per specificare se l’albero di pane lo volete con le rosette o con le ciabattine. Più sarete precisi, più avremo un futuro di crescita e sviluppo per noi e per le categorie svantaggiate.

Una cosa non potrete chiederla però. La pagnotta casareccia. Quella ancora non ve la posso promettere. Dovremo aspettare almeno il 2012, ma col Congresso dalla mia parte, non avremo problemi a raggiungere questo altro grande obiettivo. Per ora comunque, cari concittadini, solo rosette e ciabattine….”

continua…

(se va avanti così, mi sa non per molto)

Beauty is difficult

http://records.viu.ca/~lanes/english/hemngway/pound.gifLa Bellezza è assassinata ogni giorno dalla bruttezza degli estremisti edili, dalla volgarità delle mode d’oltreoceano, dagli assedi degli architetti, dalla non-arte contemporanea, dai dj. Eppure la Bellezza è viva. Beauty is difficult, ci ricorda Pound in uno dei suoi versi più sintomatici. E’ difficle, ma è ancora possibile. Secondo Raffaele La Capria, la Bellezza non è solo estetica o arte, è anche sentimento. E’ una corda che vibra dentro di noi nelle occasioni più diverse, e si presenta spesso inaspettata, spiazzante, travolgente. E’ distribuita dal caso in modo multiforme e casuale: la si può scorgere negli occhi di una vacca al pascolo, in una musica o nel volto di una donna, giovane o anziana che sia. La Bellezza è difficile, è vero, anche perché è eterna e invariabile, ma al tempo stesso indefinibile e connaturata alla sua epoca. Ci basti immaginare le mutazioni dell’ideale di Bellezza alle quali siamo sottoposti, passando da una stanza ad un’altra quando siamo in un museo. Ma da un certo punto della Storia in poi, l’ideale di Bellezza dell’uomo si disperde in mille rivoli e diviene impossibile da rintracciare. La nostra epoca è caratterizzata da questa polverizzazione. Non c’è più una strada sulla quale incontrare i canoni della Bellezza, ma mille vicoli tortuosi, pieni di bello e brutto al tempo stesso. Eppure, se andando in giro, guardiamo le forme infinite della Natura, sentiamo che dentro di noi è viva e radicata un’idea di Bellezza che, seppur soggettiva, sappiamo ben riconoscere come tale. E dunque, quando i sacerdoti accademici del Bello, delle arti e delle letterature, della politica e della storia, ci avvertono che “il regno del Bello” è ormai crollato, abbiamo ottime ragioni per non crederci, abbiamo ottime ragioni per alzare il nostro controcanto di Bellezza: senza questa primavera, il mondo sarebbe più povero.

Viva Viva la Befana

Befana

“Er ggiorno de Pasqua Befanìa, che vviè a li 6 de gennaro”, scriveva Gigi Zanazzo ottant’anni fa in Usi, cosrtumi e pregiudizi del popolo di Roma.

Alla festa della befana, a Roma (e in tutta Italia) si scambiavano doni e si appendevano le calze al camino, per il tradizionale dono ai bambini dei pasticcini, della cenere e del carbone.

Oggi all’Epifania è rimasta soltanto l’usanza di qualche regaluccio ai più piccini e, nelle famiglie più tradizionaliste, la calzetta col carbone (e i dociumi), mentre i giocattoli e i doni costosi sono trasmigrati al Natale, sulla scia di un’usanza americana che si è imposta in Italia dopo l’ultima guerra.

Abbiamo importato anche la figura di Babbo Natale (Santa Claus), il quale a sua volta non è che una metamorfosi di San Nicola di Bari (il patrono dei bambini), il cui nome latino Sanctus Nicolaus è stato barbarizzato dai popoli del nord in Santa Claus. Il mantello vescovile del santo è stato poi trasformato in un robone rosso orlato di pelliccia dalla multinazionale di Atlanta produttrice di cola, tanto amata dalle nostre parti. Via libera al Consumo Indotto, dunque.

Eppure, questo cambiamento nelle usanze natalizie ha restituito paradossalmente alla Befana la sua vera funzione che non è quella di portare regali importanti o fondamentali, ma solo doni di complemento, così come fanno i Re Magi al Bambin Gesù (sempreché la Lega Nord non li rispedisca a casa!).

Il nome deriva dall’aferesi del latini Epiphania, che a sua volta deriva dal greco Epiphaneia (apparizione o manifestazione sensibile).

Gioacchino Belli:

Ber vede è da per tutto sti fonghetti,
sti mammocci, sti furbi sciumachelli,
fra ‘Da bbattajjeria de ggiucarelli
zompettà come spiriti folletti!
Arlecchini, trommette, purcinelli,
cavallucci, ssediole, sciufoletti,
carrettini, cuccù, schioppi, coccetti,
sciabbole,bbarrettoni, tammurrelli…
Questo porta la cotta e la sottana,
quello e vvistitom càmiscio e ppianeta,
e cquel’ antro è uffizzial de la bbefana.
E intanto, o pprete, o cchirico, o uffizziale,
la robba dorce je tira le deta;
e mmamma strilla che ffinissce male.