Month: February 2010

Etica 2

In epoca moderna si contrappongono due diverse dottrine: un’e. utilitaristica e un’etica del dovere. La prima venne inizialmente definita da T. Hobbes e poi sviluppata da J. Bentham e J.S. Mill: l’individuo raccoglie una serie di impressioni piacevoli e spiacevoli, che, in base alla loro qualità di piacere, diventano il metro delle azioni. Ma questa regola non vale solo a livello personale: anche una vita sociale integrata e armoniosa si deve basare sulla massima felicità del maggior numero di individui. Questo non costituisce tuttavia un programma astratto, ma significa affermare la necessità di riforme politico-sociali quali il libero scambio, il suffragio universale, la libertà di pensiero e così via. http://www.leadershipmedica.com/sommari/2005/numero_05/medicina/zaporozhan/articolo_ing/foto/bentham.jpgEssenziale è il contributo di I. Kant all’etica moderna. Egli suddivise la sua teoria dei costumi in due parti: la dottrina del diritto e la dottrina della virtù, distinguendo così nettamente l’ambito della legalità, in cui l’uomo risponde a doveri esterni (cioè imposti da una fonte esterna, lo Stato), dall’ambito della moralità, quello dei doveri interni, la cui fonte è la coscienza e di cui ciascuno risponde davanti a se stesso. Questi doveri sono categorici e non prescrivono particolari contenuti, bensì determinano la volontà indicando solo la forma delle azioni, cioè la norma del volere. Questa norma è per l’uomo obbedire alle leggi della ragione. Il rispetto della legge morale è l’unico motivo che determina la volontà (è il principio del ‘dovere per il dovere’), senza altri fini utilitaristici o particolaristici.

Etica 1

La discussione etica ebbe origine nella Grecia antica con i sofisti, che sostituirono all’idea di norme oggettive, dettate dalla religione o dal costume, quella di leggi poste dall’uomo, e quindi riconducibili ai suoi bisogni e ai suoi vantaggi. Socrate si oppose a questa impostazione relativistica e cercò di individuare alcuni principi universali. L’ispirazione antirelativista tornò in Platone, per il quale il criterio del bene si fonda sul riconoscimento dell’ordine cosmico e resta legato alla conoscenza delle idee: il massimo bene per l’uomo è innalzarsi alla loro contemplazione, senza ulteriori fini pratici. http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/4/4a/Plato-raphael.jpgDiversa è l’impostazione di Aristotele, che riportò la discussione nei limiti del mondo terreno, dove il fine ultimo delle azioni degli uomini è il raggiungimento del sommo bene e della felicità. Sulla base della distinzione tra un elemento passionale e irrazionale (il momento del desiderio e della volontà) e un elemento razionale dell’anima, il filosofo distingue tra virtù del carattere o dell’agire (etiche) e virtù dell’intelletto (dianoetiche). Tra le prime vi sono la mansuetudine, il coraggio, il pudore, la generosità e soprattutto la giustizia e l’amicizia. All’interno delle virtù dianoetiche Aristotele distingue la sapienza, intesa come capacità di intuire i principi primi e dedurne tutte le verità implicite, dalla saggezza, come capacità di fare cose che abbiano in se stesse il proprio fine (per es. agire giustamente ha in sé il fine della giustizia). In generale la virtù è una disposizione verso il giusto mezzo: compito della parte razionale dell’anima è infatti contenere nei giusti limiti la parte irrazionale, per evitare che la spinta del desiderio conduca a un comportamento eccessivo o difettoso. Dato che le attività più alte e migliori dell’uomo sono quelle intellettuali, la felicità perfetta, secondo Aristotele, consiste nella vita intellettuale e nel coltivare la sapienza. La stretta relazione tra etica e politica, tipica della Grecia antica, si ruppe con il declino della pòlis, la città-Stato. Sia l’e. stoica sia quella epicurea negavano la fusione tra vita felice e impegno nella società e nella politica. L’e. diventa così una dottrina relativa ai desideri, alle aspettative e alle aspirazioni in primo luogo dell’individuo; diventa quindi l’arte di vivere virtuosamente, che trova il suo modello nella figura del saggio libero dalle passioni e dai bisogni contingenti, che accetta il suo destino e le difficoltà della vita (stoicismo) e sa godere dei beni intellettuali e dell’amicizia (epicureismo).

Volontà per dilettanti

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Volere è potere: il dogma del nostro tempo. “Impossible is nothing”.

Troppa gente che “vuole”, piena solo di volontà. Una volontà che non ha nulla a che vedere con quella di Nietzsche o di Kant, ma è una tenacia sordida, colma di ambizione. Troppi incapaci che bramano di affermarsi e ci riescono, senz’altre attitudini o prerogative che una pervicace, irriducibile, torbida volontà.

E dove dirigono le loro mire questi signori del volere? Nei campi dell’arte o giù di lì. Meno che artisti i pubblicitari, meno che scrittori i giornalisti, meno che oratori gli opinionisti, meno che dottori i tecnici, meno che creativi gli artistoidi contemporanei, i musicanti, gli attoroidi, nelle aziende i consuleti, e via dicendo, fino ai bassifondi dei finti barman.

Sono questi i vasti altopiani di un West dove ognuno si fa la propria legge e la impone agli sceriffi. Nelle lande del “non-proprio-ma-quasi” la volontà di questi signori è spesso scambiata per talento, per ingegno, talvolta per intelligenza. Così questi disperati, senza qualità di cuore, di mente e di spirito, vivono nell’ebbrezza di arrivare, di esibirsi. Imparano qualcosa di facile, rifanno magari il verso a qualche loro maestro elettivo, che di certo li disprezzerebbe.

Questi esseri mono dimensionali, privi di fede e senza una precisa scala di valori, senza una meta, senza una patria, amministrano con avarizia le loro povere forze, seguono le mode, terrorizzati di sbagliare, impassibili di fronte a qualsivoglia rifiuto, feroci nella vittoria, supplichevoli nella sconfitta. Finché la Fama si decide ad andare a letto con loro per stanchezza, una sola volta: tanto per levarseli dai piedi.

(liberamente ispirato dal Diario notturno di Flaiano)

Friedrich Nietzsche e il lavoro

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Il lavoro si è ormai assicurato di avere tutta la “buona coscienza” dalla sua parte: la propensione alla gioia si inizia a chiamare “bisogno di riposo” e si inizia a percepirla come qualcosa di cui vergognarsi. “Bisogna pure pensare alla propria salute” così si scusano coloro colti in flagrante delitto di essersi concessi una gita in campagna. Sì, potrebbe ben darsi che si arrivi a non cedere più all’inclinazione per la vita contemplativa (cioè all’andare in giro con i propri pensieri e con i propri amici) senza senso di colpa e disprezzo per se stessi.

Emil Cioran e il lavoro

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Gli uomini lavorano generalmente troppo per poter
ancora restare loro stessi. Il lavoro: una maledizione
che l’uomo ha trasformato in volontà. Operare con
tutte le proprie forze per il solo amore del lavoro,
estrarre gioia da uno sforzo che non conduce a nulla
se non al raggiungimento di obiettivi senza valore,
stimare di non potersi realizzare in nessuna maniera
che sia altra dal lavoro incessante – ecco un qualcosa
di rivoltante e incomprensibile. Il lavoro continuato
e sostenuto abbrutisce, banalizza, e rende impersonali.
Il centro d’interesse dell’individuo si sposta dal
suo centro soggettivo verso un’insulsa oggettività; e
l’uomo si disinteressa allora del suo stesso destino,
della sua evoluzione interiore, per attaccarsi a non
importa cosa: la vera opera, che dovrebbe essere una
attività di trasfigurazione permanente, è divenuta un
mezzo di esteriorizzazione che gli fa dimenticare la
parte più intima del suo essere. E’ significativo che
il lavoro sia venuto a designare una attività puramente
esteriore: anche l’uomo non si realizza più –
piuttosto, egli realizza.