Etica 1

La discussione etica ebbe origine nella Grecia antica con i sofisti, che sostituirono all’idea di norme oggettive, dettate dalla religione o dal costume, quella di leggi poste dall’uomo, e quindi riconducibili ai suoi bisogni e ai suoi vantaggi. Socrate si oppose a questa impostazione relativistica e cercò di individuare alcuni principi universali. L’ispirazione antirelativista tornò in Platone, per il quale il criterio del bene si fonda sul riconoscimento dell’ordine cosmico e resta legato alla conoscenza delle idee: il massimo bene per l’uomo è innalzarsi alla loro contemplazione, senza ulteriori fini pratici. http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/4/4a/Plato-raphael.jpgDiversa è l’impostazione di Aristotele, che riportò la discussione nei limiti del mondo terreno, dove il fine ultimo delle azioni degli uomini è il raggiungimento del sommo bene e della felicità. Sulla base della distinzione tra un elemento passionale e irrazionale (il momento del desiderio e della volontà) e un elemento razionale dell’anima, il filosofo distingue tra virtù del carattere o dell’agire (etiche) e virtù dell’intelletto (dianoetiche). Tra le prime vi sono la mansuetudine, il coraggio, il pudore, la generosità e soprattutto la giustizia e l’amicizia. All’interno delle virtù dianoetiche Aristotele distingue la sapienza, intesa come capacità di intuire i principi primi e dedurne tutte le verità implicite, dalla saggezza, come capacità di fare cose che abbiano in se stesse il proprio fine (per es. agire giustamente ha in sé il fine della giustizia). In generale la virtù è una disposizione verso il giusto mezzo: compito della parte razionale dell’anima è infatti contenere nei giusti limiti la parte irrazionale, per evitare che la spinta del desiderio conduca a un comportamento eccessivo o difettoso. Dato che le attività più alte e migliori dell’uomo sono quelle intellettuali, la felicità perfetta, secondo Aristotele, consiste nella vita intellettuale e nel coltivare la sapienza. La stretta relazione tra etica e politica, tipica della Grecia antica, si ruppe con il declino della pòlis, la città-Stato. Sia l’e. stoica sia quella epicurea negavano la fusione tra vita felice e impegno nella società e nella politica. L’e. diventa così una dottrina relativa ai desideri, alle aspettative e alle aspirazioni in primo luogo dell’individuo; diventa quindi l’arte di vivere virtuosamente, che trova il suo modello nella figura del saggio libero dalle passioni e dai bisogni contingenti, che accetta il suo destino e le difficoltà della vita (stoicismo) e sa godere dei beni intellettuali e dell’amicizia (epicureismo).

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