Month: April 2010

L’Europa irrilevante

Tra la Russia e il MediterraneoDobbiamo a malincuore constatare che l’Unione Europea dei 27, parvenza di un’Europa politica, è attualmente soltanto un’ “espressione geografica” tra la Russia e il Mediterraneo: una vera e propria nullità sul piano geopolitico. Dal punto di vista geostrategico, invece, essa costituisce la testa di ponte degli USA lanciata sulla massa euroafroasiatica. Per quanto riguarda poi il proprio stato di salute economico e finanziario, i Paesi dell’Unione possono vantare il primato di aver distrutto, nell’arco di appena due decenni, un equilibrio sociale – precario e debole quanto si voglia e certamente bisognoso di sostanziali e radicali correttivi. Un equilibrio che, tuttavia, giacché imperniato sullo stato sociale, costituiva un poderoso elemento di coesione nazionale ed europeo, nonostante le tensioni pure gravi che hanno costellato la storia europea degli ultimi trent’anni. Ma l’errore maggiore è stato quello di non aver costruito alcunché di alternativo, e neanche di prospettare un’ipotesi valida per la costruzione di un’Europa attenta alle questioni sociali ed alla stabilità economica. L’ubriacatura neoliberista, inaugurata dal thatcherismo, ha attraversato tutta la cultura “politica” dell’Europa continentale, esprimendosi, in nome di un’unilaterale concezione della “modernizzazione”, in pratiche antisociali, e, soprattutto, asservendo drammaticamente le scelte politiche e gli interessi – nazionali ed europei – alle logiche economiciste ed espansioniste del vivace ed aggressivo turbocapitalismo d’Oltreoceano. Le dinamiche economico-sociali del neoliberismo degli ultimi anni hanno avvantaggiato soltanto esigui e selezionati ceti europei e aumentato il divario tra “ricchi” e “poveri”.

Sul piano culturale, le cose non stanno di certo meglio. L’industria culturale di massa, quella che in particolare determina i comportamenti delle nuove generazioni (anche di quella parte di esse che si vorrebbe antagonista ed alternativa), appare totalmente dominata dagli stereotipi d’Oltreatlantico, come peraltro quella di élite. Le classi dirigenti europee, siano esse politiche, economiche, finanziarie o intellettuali, mallevadrici dell’american way of life, sono in gran parte cooptate nelle strutture di dominio statunitense. Il loro operato sembra dunque rispondere a egoistici interessi di casta e, soprattutto, almeno a partire dalla prima guerra del Golfo, a quelli economico-finanziari di Wall Street e a quelli strategici di Washington.

Il soft power statunitense ha vinto le ritrosie anche di quei settori della sinistra europea, in larga parte tradizionalmente antiamericana, e di quegli strati delle destre nazionali più attenti agli interessi continentali.

La morte dei fascisti

Giano Accame concludeva la sua vita, dopo aver ricevuto i sacramenti, il 15 aprile del 2009, lasciando però praticamente concluso il libro al quale lavorava da oltre un ventennio, il testo nel quale ripercorreva il suo personale e intellettuale “lungo viaggio attraverso il fascismo” per usare l’espressione di Ruggero Zangrandi. Adesso, a neanche un anno dalla morte di Accame, quel lavoro arriva nelle librerie, pubblicato da Mursia e con una prefazione “partecipata” di Giorgio Galli: La morte dei fascisti (pp. 340, € 19,00).
Proprio poche ore prima di spirare, leggiamo nell’ultima pagina del libro, l’autore leggeva con la figlia Barbara La morte in faccia, uno dei Poemi di Fresnes di Robert Brasillach. Versi che riportati integralmente dai curatori del volume contribuiscono a chiarire il significato profondo di tutta l’opera: «Il mattino – scriveva Brasillach poco prima di morire a 35 anni – il prete è venuto con la comunione. Pensavo con dolcezza a tutti quelli che amavo e tutti quelli che avevo conosciuto nella mia vita, e pensavo con dolore al loro dolore. Ma mi sono sforzato il più possibile di accettare…». Anche per questo i curatori – tra i quali un preziosissimo Luca Gallesi – aggiungono che in quest’opera postuma Accame «ha esposto le ragioni della sua passione politica, che è stata la sua ragione di vita». Una passione politica manifestatasi quando Giano aveva solo diciassette anni, proprio di fronte a una sconfitta e alle immagini tragiche – di una tragedia etimologica, nel senso specifico di
quella versione classica che fornì l’iconografia originaria al nostro Occidente – di piazzale Loreto.
Scrive infatti Galli, a suo tempo collega di studi universitari di Accame, che il cuore del lavoro sta in una interpretazione culturale del fascismo attraverso la ricca cultura europea che si è schierata in quel versante, «nei suoi anni d’oro, ma, con coerenza, sino alla tragica fine: anche per essa, per i suoi rappresentanti che Accame tratta con grande partecipazione, mi pare ci sia la riflessione implicita sulla possibile sopravvivenza alla morte politica del fascismo».
E, concludendo la sua lettura, Galli intravede nell’interpretazione-testamento di Accame i sintomi di una possibile trasvalutazione post-totalitaria nell’orizzonte di «un’esperienza che non si riduca alla morte, al retaggio di suoi maestri come Ezra Pound e Giovanni Gentile, a una destra innovativa e sofisticata, che credo sia stato il suo ideale di politico militante e di uomo di altissima cultura».
Il politologo aveva già ricordato, in uno scritto in occasione degli ottant’anni dell’amico Giano, che Accame ha sempre lavorato «per far uscire la destra dal lungo letargo». Lo confermava lo stesso autore de La morte dei fascisti: «Anche negli anni più ottusi e bui mi sono mosso come pochi per un allargamento, oltre la sconfitta bellica, degli orizzonti culturali, per ristabilire dei collegamenti, per sentirci meno soli e vivere la nostra esperienza in un quadro di riferimenti mondiali, da cui non dovevano essere esclusi nemmeno gli interessantissimi fermenti di rivitalizzazione della tradizione nazionale che si andava sviluppando anche a sinistra».
E partiamo, allora, proprio dal Brasillach i cui versi sono stati l’ultima cosa letta da Accame. Il poeta, scrittore e giornalista francese, ad appena tre mesi dalla vittoria degli alleati in Europa, viene fucilato il 6 febbraio 1945, dopo una condanna a morte per collaborazionismo.
Il 15 marzo successivo esce di scena anche Pierre Drieu la Rochelle, suicidandosi a Parigi dopo aver letto le Upanishad. In Italia solo nel maggio 1961, grazie al coraggio di un editore non-conformista e di area socialista-libertaria come Massimo Pini, arriva nelle librerie Romanticismo fascista di Paul Sérant, con cui per la prima volta veniva portata alla diretta conoscenza nel nostro contesto culturale quell’importante fenomeno di “tentazione fascista”. Le 350 pagine di quel saggio – ripubblicato poi nel 1971 dalle Edizioni del Borghese curate da Claudio Quarantotto – solleciteranno curiosità, traduzioni, approfondimenti.
E il primo interprete italiano sarà proprio Giano Accame col suo saggio Contraddizioni di un romanticismo a destra che solleciterà anche una lunga risposta dello stesso Sérant. Da allora Robert Brasillach e Drieu entrano nell’immaginario dei giovani non-conformisti italiani degli anni Sessanta. E arrivano le traduzioni: splendida quella di Luciano Bianciardi del Gilles di Drieu, sempre del 1961, e poi quella – sempre di un racconto lungo di Drieu – di Fuoco fatuo, da cui qualche anno dopo Louis Malle trarrà anche un bel film. Poi sarà Alfredo Cattabiani a tradurre e pubblicare altri testi, ancora di Drieu: Piccoli borghesi, Che strano viaggio, Le memorie di Dirk Raspe.
Poi ancora testi di Robert Brasillach, grazie soprattutto al lavoro di Adriano Romualdi. È del 1964 la pubblicazione della Lettera a un soldato della classe ’40, curato dalle edizioni “Caravelle”, con un lungo saggio dello stesso Romualdi. Era un un diario dal carcere, in cui Brasillach iniziava con «caro ragazzo», rivolgendosi ai giovani della generazione successiva alla sua e si concludeva così: «Tu che mi leggerai, e che vivrai in un mondo diverso, avrai fatto la tua scelta, e guarderai le nostre disgrazie, contemporanee alla tua infanzia, con la stessa obiettività storica che noi abbiamo avuto per la prima grande guerra del secolo.
Ti chiedo solo di non disprezzare le verità che noi abbiamo cercato, gli accordi che abbiamo sognato al di là di ogni disaccordo, e di conservare le due sole virtù alle quali io credo: la fierezza e la speranza».
Ecco, Accame pubblicava in quel contesto Il poeta dei Balilla, con cui nel 1967 approfondiva i temi della risposta a Sérant e anticipava quanto scriverà anni dopo nel libro Il fascismo immenso e rosso e nelle trasmissioni televisive Intelligenze scomode del Novecento. Siamo all’interno di quella interpretazione culturale del fascismo che accomunerà studiosi di pur diverso orientamento come Augusto Del Noce, George L. Mosse e Tarmo Kunnas. E che indurrà lo storico israeliano Zeev Sternhell ad annotare: «Si può essere pieni di ammirazione per la vitalità della cultura fascista, per lo stesso senso di unità che il fascismo restituiva alla collettività, ma nello stesso tempo aborrire il totalitarismo, lo Stato poliziesco, il crimine politico. Non si è necessariamente candidati al posto di guardiani di campi di concentramento o di servidelle dittature se si riesce a percepire quello che i dissidenti degli anni ’30 ammiravano nello spirito del tempo e cioè l’antimaterialismo e la rivolta contro la concezione utilitaristica della società».
Proprio in questo senso Accame scrive che «la storia del Novecento non si divide affatto in una prima metà dominata con i fascismi da un’attrazione per la morte e in una seconda metà che se ne è liberata con il liberalcapitalismo». E su questo versante il libro di Accame prende di petto e confuta tutte le interpretazioni – a partire da quelle di Furio Jesi e Umberto Eco – sull’«attrazione morbosa della morte come cattivo gusto specifico del fascismo». Semmai, si legge ne La morte dei fascisti, l’emblematica mortuaria e necrofila ha i suoi precedenti nella cultura romantica e decadentista e affonda le sue prime radici nell’epoca delle religioni civili, maturata con l’Illuminismo, con le liturgie massomiche, con una sensibilità letteraria che aveva ereditato larga parte del suo immaginario dai canti cimiteriali inglesi e dai Sepolcri di Foscolo. E invece, sottolinea Accame, «proprio la concezione attivistica, volontaristica, vitalistica del fascismo aveva piuttosto tolto a quella simbologia i tratti più tristemente funerei, per esaltare attraverso la sfida alla morte la vita intesa come passione e combattimento». Oltretutto, «ancor prima d’apparire in guerra l’emblema del teschio si portava dietro il ricordo delle prime spensierate letture adolescenziali: il teschio e le tibie ornavano le bandiere dei corsari, con cui Emilio Salgari aveva popolato simpaticamente la fantasia dei ragazzi. E per altri percorsi il simbolismo simbolismo del nero e del teschio era stato trasmesso al fascismo nascente, con spirito tutt’altro che malinconico e funerario, dai tanti arditi della Prima guerra mondiale che vi avevano aderito…».
Di contro, Accame evidenzia – nel capitolo intitolato “Per una storia della truculenza” – tutto il portato del bellicismo di matrice liberale e democratica: «Sarebbe insensato – spiega – esaurire nella categoria dei totalitarismi, innescati dalla Grande Guerra e da tempo finiti, tutte le pulsioni di morte, le aspirazioni sacrificali, che dal fondo delle epoche più remote gravarono sulla storia del ’900». Efficaci le osservazioni sul fatto che «i primi arabi impiccati da italiani» appartengono all’immaginario liberale, così come liberaldemocratico è stato il moto espansivo di tutto il colonialismo europeo. E in quella matrice di violenza che era stata la Grande Guerra, da cui venne marcato tutto il Novecento, «le voci di Thomas Mann, Sigmund Freud, Giovanni Amendola, Gaetano Salvemini, personaggi che furono antifascisti, espressero inclinazioni alla morte largamente diffuse».
Anche per questo la presunta deriva necrofila è stata un grosso equivoco ai danni della cultura “tentata” dal fascismo. Brasillach, per dirne una, era schierato dalla parte della vita e della giovinezza. «La gravità – scriveva – non è tutto nell’esistenza, è assai meno importante della leggerezza». In sintonia con lui tutti gli altri autori presenti in questo testamento di Giano Accame. Il quale, non a caso, ha voluto dedicare il libro a due persone scomparse che, pur nella differenza di esperienze e di itinerario, si sono poste nell’orizzonte dell’oltrepassamento del fascismo oltre la sua morte politica: Peppe Dimitri e Beppe Niccolai. «Andare – per dirla con Drieu – al di là dell’avvenimento, tentare cammini rischiosi, percorrere tutte le strade possibili: è l’unico modo per andare dove non c’è nessuno».
Luciano Lanna, laureato in filosofia, giornalista professionista dal 1992 e scrittore (autore, con Filippo Rossi, del saggio dizionario Fascisti immaginari. Tutto quello che c’è da sapere sulla destra, Vallecchi 2004), oltre ad aver lavorato in quotidiani e riviste, si è occupato di comunicazione politica e ha collaborato con trasmissioni radiofoniche e televisive della Rai. Già caporedattore del bimestrale di cultura politica Ideazione e vice direttore del quotidiano L’Indipendente, è direttore responsabile del Secolo d’Italia.