Aristocrazia Europea

“I miei antenati europei avevano lavorato duro per diversi secoli; si erano battuti prima per dominare e poi per trasformare il mondo, e in un certo senso vi erano riusciti. L’avevano fatto per soddisfare la propria passione per il lavoro e per il guadagno, ma anche perché credevano nella superiorità della loro civiltà: avevano inventato il sogno, il progresso, l’utopia, il futuro”. [Michel Houellebecq- Piattaforma, 2001]

Oggi l’europeo continua a lavorare. La saggezza del popoli d’Europa sarebbe dovuta approdare ad una stasi, alla felicità del saggio. Ma nesssuno reputerebbe felice un saggio, nell’Europa di oggi. Si penserebbe che non sia stato capace o che ci “abbia rinunciato”. E allora continuiamo a prendere aerei, treni ad alta velocità, ci sorbiamo convegni, seminari, meeting devastanti e avvilenti briefing. Facciamo gli importanti, ci impegnamo ogni giorno nel vergognoso e ridicolo attivismo che ben conosciamo: telefonate a tutto spiano, andirivieni, traffico, caselli autostradali e trasformiamo quella che poteva essere una giornata di felicità e di conoscenza, in una giornata nella quale facciamo molte telefonate. Tutto qui.

L’europeo lavora per una sorta di nevrosi compulsiva: è scomparsa la coscienza del diritto naturale di dominare il mondo e orientare la storia. Grazie al lavoro degli europei dei secoli precedenti, conservaiamo ancora un certa ricchezza, destinata a scomparire presto, sotto il peso di civiltà emergenti.

Godiamoci quel poco che resta.

2 comments

  1. vittorio says:

    Caro Giuseppe,

    l’argomento che hai trattato, in maniera sintetica e completa (almeno negli spunti e nella capacità di renderne il senso), mi è sempre stato caro.

    Ho sempre pensato di essere orgogliosamente un figlio dell’Europa e, per questo, perfetta sintesi tra essere naturale (=uomo nella natura) ed essere razionale, evoluto, pensante.

    E’ sorprendente pensare, seguendo un sasso già lanciato da te, come una civiltà imperialista abbia conquistato quasi la totalità delle terre conosciute e vi abbia portato, dopo il sangue, le regole. E queste regole le abbia allacciate di volta in volta a quelle esistenti nel rispetto della cultura e dell’autodeterminazione (culturale) del popolo conquistato.
    Sarebbe bello se ciò non sfuggisse agli imperi contemporanei.

    Altrettanto sorprendente è stato, quindi, per l’Europa assistere all’ascesa dei popoli del nord, socialmente meno organizzati di Roma eppur meno corrotti.

    In un’eleaborazione sempre più articolata della civiltà e delle sue regole, i popoli latini hanno sviluppato sempre più il primato del singolo e dei suoi interessi particolari, perdendo così il senso dell’individuo e della società: summum jus, summa iniuria!

    Dall’altre parte, i popoli mittleeuropei e nordici, hanno sviluppato il senso della coesione, non solo in battaglia, rendendosi interpreti molto più autentici dei principi democratici greci.

    L’avvento della pop-civiltà soffiando dall’atlantico si è quindi diffuso rapidamente attraverso le viuzze strette del vecchio continente, generando, appunto, briefing, brunch, e happening e dove il saggio è colui che sa usare l’i-phone come eccellente strumento di lavoro e pensa che la speculazione filosofica (o una semplice lettura) siano una perdita di tempo, se non finalizzate ad un colloquio o a farci fare bella figura davanti alla “merda” di McCarthy, che purtroppo non è la “merda” di Manzoni: il clamore è più forte dell’introspezione…oggi.

    Mi sento europeo, ma come tale mi identifico in una cultura più gotica che mediterranea, perchè mi sembra che il Rinascimento sia sempre più isolato, i cui immensi frutti non sappiamo cogliere, mentre sento respirare la spiritualità delle cattedrali francesi, leggo l’uomo nel simbolismo astratto, mi sento uomo in una democrazia che sia tale e non solo fatta di inchiostro ed articolata attraverso segni intellegibili su carta.

    Era tanto che avevo voglia di salutarti, anche perchè l’ultima volta che mi hai chiesto come stavo, io colpevolmente non ti ho neanche risposto.

    Un abbraccio,

    Vittorio

  2. admin says:

    Ciao Vittorio. Scusa innanzi tutto per la tardiva pubblicazione del tuo commento, ma in questi ultimi giorni ho fatto un sacco di telefonate, appunto, e poca meditazione, lettura e cura di me (e del mio piccolo blog).

    Grazie per il tuo intervento, nel quale mi riconosco quasi totalmente.

    Aggiungerei solo due parole in merito alla cosiddetta “latinità”, che è poco più di un intonaco, oltre il quale si celano differnze etniche, spirituali e sociali non indifferenti. La Roma eroica, infatti, quella antica, patrizia e catoniana, nutrirebbe oggi disprezzo per tutto quanto si è usi definire “latino”.
    Con la prima romanità, così come con Sparta, ci si trova dinnanzi a un mondo eroico-sacrale avente un ethos severo, un amore per la disciplina e per una tenuta virile e dominatrice dell’animo, che poi ha contraddistinto – solo in un secondo momento – la “coesione” dei popoli nordici, dei quali tu parli.

    Bisogna dunque distinguere, secodo me, tra ciò che è inteso oggi come “latino” dalla vulgata legaiola e ciò che è “romano”. E’ significativo, a tal proposito, che L. Aldington abbia pottuto descrivere i romani come “i prussiani del loro tempo”.

    Un abraccio.

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