La sbornia dei padri

Non capita tutti i giorni di sentire un cantiniere che invoca abbracci anziché sbornie. E’ anche per questo che mi ha colpito la requisitoria a lama doppia che ho letto su  questa rivista “Territorio”, a firma di Rocco Catalano. Doppia perché, se da un lato rivolge al sindaco di Potenza una serie domande sacrosante, dall’altro accarezza con lo stesso stiletto la guancia del mio amico Alessandro Galella (“quello dei party”).

E’ la seconda volta che mi ritrovo a scrivere in difesa di Alessando che – sia ben chiaro – sa difendersi benissimo da sé, e non ha alcun bisogno delle mie parole. Lo faccio un po’ per riflesso – nelle zuffe, da ragazzini, se toccavano lui partivo anch’io e viceversa – un po’ per diletto, e un po’ anche perché trovo davvero curioso che fior di opinion leader della mia città non trovino meglio da fare che puntare il dito contro le attività alle quali Alessandro prende parte o spesso dà la stura.

Ma veniamo al punto. Nell’articolo in questione si accusa Santarsiero di lasciare “la città-carcassa” nelle mani degli “avvoltoi”: “Gang pronte a contendersela, oltragiandola col vomito e col piscio”. Un’immagine disgustosa e rivoltante, che manco il Poeta nel peggio girone dell’Inferno…  Anche peggiore, se possibile, della nostra stessa classe politica, muffosa e ammorbante, che ha ridotto Potenza e la nostra regione a uno stagno ideologico, culturale, economico e sociale.

Ora mi chiedo – caro Catalano –  è corretto usare lo stesso stiletto per i due destinatari (quello diretto e quello indiretto) della tua missiva? E’ corretto declassare ad “avvoltoi impazienti di potere e bramanti di notorietà” quei ragazzi in t-shirt che, per tua stessa ammissione, hanno riportato in piazza le famiglie e creato momenti di aggregazione, accendendo un barlume di luce nella notte buia di un’amministrazione attenta solo a rendere edificabili i terreni agricoli, a vantaggio delle solite cosche e dei soliti papponi nostrani?

Non ho difficoltà ad ammettere che alcuni accessi di “sballo” diano fastidio anche al sottoscritto. Per primo ho manifestato ad Alessando alcuni imbarazzi per certi risvolti legati a certe sue iniziative.

Ma prendiamo ad esempio il San Gerardo: una festa riscoperta, valorizzata e vivificata dall’attività di associazioni nate spontaneamente, sulla scorta di quella identità che tu declassi a “integralismo gretto”. Lì dove le istituzioni avevano “cementificato” una festa popolare, depauperandola di ogni significato, è arrivata la ventata d’aria fresca dei giovani avvoltoi in t-shirt, restituendo alla città la propria festa, la propria cultura, la propria identità; che non è fatta, per nostra fortuna, di brandy felpati o di rivisitazioni in salsa finger-food del peperone crusco, ma è fatta appunto di cannitto e tarantelle, di morra e grida, sorrisi e canti. Un universo simbolico di riferimento che si contrappone appunto ai prodotti fabbricati, anche di tipo intellettuale; un evento ciclico che, eccezion fatta per l’eccesso di qualche testa calda, si colloca nel solco di una tradizione cristiano-pagana, che restituisce a mio parere dignità all’intera comunità potentina. E – permettimi – è una vergogna che questo tesoro sia stato dissotterrato da un gruppo di amici in t-shirt anziché dalle istituzioni (che sono state però solerti a ritirare i premi che ne sono scaturiti e ad attribuirsi i relativi meriti). E tu non puoi mettere sullo stesso piano gli uni e gli altri. O peggio, non puoi mettere in guardia il sindaco (“tu sai che i voti si raccolgono così”), come se dovessi segnalare il rischio dell’arrivo di un’orda unna, di una banda di delinquenti (che in effetti chiami proprio “gang”), di un’associazione a delinquere. Permettimi: non è giusto, non è corretto e non è vero.

Ma forse, caro Catalani, quella che sta montando, è solo un po’ di paura. La paura che ci possa essere qualcun’altro che riesce a generare il consenso con l’azione, anziché con la raccomandazione e il clientelismo. Sia pure un’azione minore e meno condivisibile, come quella della notte nera. Qualcuno che comincia a comprendere come far funzionare la macchina della politica e del consenso, pur non avendo posti di lavoro da promettere o autorizzazioni da concedere.

Il dovere di un cittadino costruttivo, che per giunta scrive su un “mensile di impegno civile”, dovrebbe essere quello di agire al fianco di chi prende iniziativa. Soprattutto con l’intento di sorvegliare a che non cada negli errori dei suoi predecessori o in facili peccati di narcisismo e sete di “popolarità”. Anziché offendere l’impegno dei ragazzi in t-shirt di Ennesima Potenza, evidenziando solo i lati negativi dell’iniziativa (sport preferito dei nostri conterranei), bisognerebbe scendere al fianco di chi organizza – senza nessun aiuto da parte delle istituzioni – eventi più o meno validi per la propria comunità. Provare con il proprio contributo a migliorarli, a completarli e ad evitare che degenerino (non so se nel tuo scritto hai fatto specifico riferimento a un mio post, ma fui io per primo a segnalare ad Alessandro il rischio di una pericolosa deriva Mykonos).

Caro Catalano, quindi, se credi come spero che non basti una spruzzatina d’intellettualismo per levare l’olezzo della clientela, delle tangenti e delle raccomandazioni elargite, che contraddistingue ad esempio alcuni avventori della tua cantina, conserva per i pesci grossi le tue migliori stilettate! Quanto li avrai di nuovo ospiti al tuo bancone, faccia a faccia, ricorda loro che il profumo di un buon brandy non può cancellare l’alacre sapore delle grande vergogna legata alla faccenda del petrolio di Basilicata: intere generazioni porteranno il peso della loro inadeguatezza. Un buon aperitivo è il momento giusto per mettere sul tavolo certi tabù. Il coraggio che chiedi a Santarsiero nel tuo articolo, pretendilo da te sesso: non è scritto da nessuna parte che questi signori debbano continuare a saccheggiare e deturpare la nostra terra e le nostre vite, al caldo delle loro certezze inattaccabili. Altrove (e non mi riferisco ad un luogo politico, ma morale) ci sono nuove energie, vogliose di riscatto, prima ancora che di popolarità. Ci può essere inesperienza, certo,  e anche goffaggine e approssimazione, ma di certo c’è la buona fede. Ed è lì che devono convergere le intelligenze, per migliorare le proposte e, dove necessario, sorvegliare o arginare gli eccessi e le storture.

Nel tuo articolo ravvedo – come nei ragionamenti di molti lucani – un atteggiamento rassegnato all’idea che qualsivoglia cambiamento debba prendere le mosse comunque e per forza dai soliti noti (quelli ad esempio che fatturano più di Renzo Piano, pur non avendo neppure la fama di Papanedda). Quasi come se la nostra terra, la nostra storia, il nostro futuro non possano prescindere da loro; quasi come a supplicare questi signori a passarsi una mano sulla coscienza e ad allentare la morsa della macchina del sopruso, che costringe noi poveri lucani sotto il tallone impietoso di lor signori.

Non è così. E’ possibile che ci sia bisogno di una fase dolorosa di transizione, è probabile che bisognerà prendere qualche cantonata perché non si ha confidenza con il mezzo Istituzione, ma non possiamo rinunciare alla speranza di spazzare via tutta questa monnezza umana dai nostri Palazzi. Potenza è il capoluogo di una regione che ha gli stessi abitanti di una borgata romana, un’infinità di risorse e un territorio invidiabile. Dovrebbe essere facile da gestire come un condominio. Che sia ridotta in queste condizioni, svenduta, lottizzata e vilipesa, è un crimine per il quale nessuno ha mai pagato. Concentriamo su questa gente la nostra indignazione e lavoriamo per contrastare questo genere di crimini, invece di accanirci contro chi, nel suo piccolo, prova a fare qualcosa.

Una pur superficiale analisi della nostra classe dirigente, tanto più in un momento di crisi, ci conduce a considerare illusorio o addirittura criminale l’ottimismo (che tu pure invochi), la fiducia nel futuro, la speranza nei cambiamenti. Tu auspichi l’abbraccio dei padri da contrapporre alla sbornia dei figli. Io sono d’accordo con te.

Ma questi non sono i nostri padri. Questi sono i nostri carcerieri, i gendarmi maneggioni del nostro futuro, i secondini della nostra storia. Chiedere loro un abbraccio di padre, sarebbe come chiederlo a Josef Fritzl, l’austriaco che segregò la figlia in un bunker per 24 anni, precludendole ogni contatto col mondo esterno.

Nessun abbraccio, quindi, da questa gente. Non abbiamo più domande per loro, né tantomeno ci aspettiamo risposte. I nostri padri sono i contadini, i pastori, i vignaioli e gli artigiani di Sinisgalli, perseguitati dal demone dell’insoddisfazione e abituati a bere per il gusto di condividere un’allegria conviviale o tutt’al più cameratesca.

Questo dobbiamo trasferire alle nuove generazioni: umiltà, onestà e genuino amore per la propria tradizione e per la propria comunità. Non “luci della ribalta”, quindi, o polvere di stelle, ma quella luce tenue, che un tempo fu sacra ai romani, che filtra tra gli alberi dei nostri boschi e dà il nome alla nostra bella terra.

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