Month: November 2012

Caltagiro giro tondo

Bersani ha gestito il vantaggio di partenza ed è favorito per la vittoria finale. Dopo la quale si candiderà a guidare il paese con Casini-Caltagirone, la Cgil dei pensionati, truppe cammellate del Sud e Vendola. Un’ammucchiata che sa di passato e, sinceramente, non ci rasserena.

Pierluigi Bersani probabilmente vincerà le primarie. Lo dice il buonsenso. Lo dicono i numeri. Lo dice la nuova tarantella sulle regole per il voto. Lo dice, soprattutto, la logica di un confronto che è sempre stato impari, vedendo contrapposto il corpo grosso di una struttura (per quanto invecchiata) che può ancora contare su centinaia di migliaia di braccia, contrapposto all’entusiasmo, alla buona volontà, ai naturali errori di inesperienza, di una storia politica – quella dei “renziani” – appena iniziata, e partita sostanzialmente da zero.

Pierluigi Bersani e i suoi sono stati bravi, dunque, a gestire l’esistente, e una serie di vantaggi strutturali che nel partito democratico risalgono di fatto, ancora, al vecchio dna del Pci. Aveva un ampio vantaggio di partenza, ha accettato che Renzi si mangiasse pezzi di consenso con la forza di parole chiave innegabilmente sensate, ha controllato che il margine non si assottigliasse troppo invitando a rottamarsi D’Alema e Veltroni. Per un Renzi che partiva da zero – Bersani lo sa dall’inizio – sarebbe stato assai difficile arrivare al sorpasso, e quindi tanto valeva controllare quella crescita senza acrimonie e minacce (quelle di Massimo D’Alema, per capirci) aspettando che le bocce si fermassero a distanza di sicurezza. Il voto dei milioni di italiani che domenica sono andati ai seggi raffigura in fondo in modo esatto un dato di realtà: una vera e grande voglia di cambiamento, la solidità delle resistenze, e la forza di idee e risorse che ancora manca al cambiamento per riuscire ad imporsi.

Bene, complimenti dunque a Bersani e in bocca al lupo a entrambi per l’ultimo miglio di una sfida che, comunque, ha fatto bene alla politica italiana. Ma detto questo, e guardando a un dopo probabilmente bersaniano, ci tocca una visione che a chi scrive non sembra rosea. Perché i primi segnali, chiari, sembrano ricordarci un passato che abbiamo già visto, che non ci piaceva mentre era il presente e che ha lasciato segni devastanti sul futuro. Se vince Bersani le primarie, con ogni probabilità, il centrosinistra costruirà un’alleanza per vincere le elezioni con l’obiettivo,
naturale, di governare in prima persona. Per farlo si procederà di fatto a un’ammucchiata in stile 2006: da Casini (nel posto che allora fu di Mastella), fino a Vendola (versione terzo millennio dell’ultimo Novecento incarnato da Bertinotti), passando forse perfino per Di Pietro (ancora lui, sì), con tutto quel che c’è in mezzo.

E cosa c’è, “in mezzo”? C’è un grande sindacato di lavoratori over 50 e pensionati, la Cgil, che per tramite della sua segretaria generale Susanna Camusso ha detto a urne aperte che, se vincesse Renzi, “sarebbe un problema”. C’è un mondo del lavoro vero e rispettabile, naturalmente, ma che non è mai riuscito a rappresentare i nuovi lavoratori, le partite ive, il precariato di ogni tipo. È un fatto. Di più, c’è un grande sindacato che in tante sue parti ancora coltiva una divisione rigida tra lavoro e “padronato” che, in molte realtà di oggi e di domani, sembrerà anacronistico al di là di ogni normativa sul lavoro. Un blocco che rappresenta molti diritti acquisiti e vive di una previdenza diventata evidentemente insostenibile per nuove generazioni di lavoratori, abbandonati senza troppi drammi al proprio destino. Un blocco che, quando si evidenzia che questa disparità rappresenta un’ingiustizia e certi “diritti” sono in realktà privilegi, cambia argomento e chiede una patrimoniale subito, come se c’entrasse qualcosa.

E ancora, in quell’unica grande chiesa che Bersani porterà come sua costituency sulla via di Palazzo Chigi, c’è una fetta impressionante di voto in blocco che arriva dal sud Italia. Dove la capacità di mobilitazione delle strutture non ha incontrato – vale per almeno tre grandi regioni – nessuna resistenza in un voto di opinione che, storicamente, nel mezzogiorno si è sempre espresso col contagocce. Colpisce, innegabilmente, vedere i dati della Sicilia e della Calabria, e non è possibile rimuovere il ricordo di cosa si diceva, dalle parti di Bersani, quando a fare cappotto, a vincere 62 a 0, era Berlusconi. In questo contesto, l’ipotesi di un’alleanza con Casini sembra un’ulteriore blindatura di un blocco di interesse che sa di un’Italia del passato, non certo inclinata verso un futuro sostenibile: quelle delle corporazioni del pubblico impiego, di milioni di cittadini che percepiscono uno stipendio nelle pieghe di una burocrazia piena di inefficienze e clientelismi.

Ancora, nel mezzo, nonostante i primi importanti passi indietro di big come Veltroni o D’Alema, c’è tanta Italia di vecchio ceto politico, di professionisti a volte bravissimi, ma a volte assai mediocri, che vivono ogni elezioni – aiutate dal tanto disprezzato e mai riformato Porcellum – come il momento in cui vedere finalmente valorizzata la propria fedeltà, valore fondativo unico di tante, troppe militanze.

Ci sono poi, in quell’Italia che va da Casini a Di Pietro, passando per Vendola per farsi “federare” da Bersani, tanti interessi economici e altrettanti specchi del bisogno di riformare questo paese e dargli un’impronta davvero liberale. C’è, naturalmente, la “finanza rossa” di Unipol che di spoinda col salotto milanese di Mediobanca convola a (in)giuste nozze con quel che resta di Ligresti, per sommare due debolezze ed evitare che deflagrino troppo in fretta. Ma c’è la “finanza rossa” di Mps, quella impersonata da Giuseppe Mussari che, in pochi anni, ha portato la più antica istituzione bancaria a un metro dal baratro, ma non ha mai fatto mancare il suo sostegno ai Ds e al Pd, e infatti nonostante tutto resiste stoicamente a capo della lobby delle banche italiane. C’è il suocero di Casini, Francesco Gaetano Caltagirone, bell’esempio di capitalismo di relazione che surfando tra imprese editoriali, consigli di amministrazione e partecipazioni di banche e pressioni sulla politica tiene puntellato un impero immobiliare che trasuda voglia di monopolio.

C’è Di Pietro, cui Bersani non a caso ha addirittura riaperto uno spiraglio nel giorno delle primarie, e fa niente se il recente esplodere della questione morale dentro al partito, e il risalente e dubbio consenso a due cifre incardinato nelle zone di Tonino, consiglierebbero di recidere una volta per tutti i legami con chi ha portato in parlamento De Gregorio, Scillipoti e tutti gli altri. C’è il recente passato, abilmente scomparso dai radar, che riguarda le vicende politiche e giudiziarie di Filippo Penati, in un groviglio di interessi opachi per anni denunciati da pochi tra le alzate di spalle di tutti.
E c’è, infine, una proposta politica tutta fatta da un’immagine di antica affidabilità e buonsenso – ben rappresentati da Bersani – e da poco altro. Non si può ragionevolmente sperare in grandi cambiamenti quando la costituency di fondo è quella che abbiamo descritto fin qui.

È ragionevole sperare che, dopo il secondo turno, in caso di vittoria del segretario, si apra una discussione franca e l’indubbia affermazione di Renzi serva a tutti per comprendere l’insufficienza di questi passati per conquistare il futuro. È doveroso adoperarsi perché, adesso, nuove risorse e sangue fresco, idee diverse e competenze portino linfa dentro al partito che sarà con ogni probabilità architrave di qualsiasi futuro governo. È importante che tutto questo non succeda col bilancino delle percentuali e dei posti sicuri, ma proprio incorpronado lo spirito di un cambiamento di cui c’è grande bisogno. Ma la sensazione di una cappa solida e spessa resta, e per dissiparla non basterà qualche operazione di make up.

J. Tondelli

Colonna di nubi

Tel Aviv prende il comando, mentre il potere a Washington è parzialmente vacante. Si attendono la nomina dei nuovi segretari di Stato e della Difesa. Forse, saranno l’ambasciatrice Susan Rice e il senatore John Kerry. Tuttavia, un’aspra lotta, attraverso i media, cerca di screditare la signora Rice. In ogni caso, i segretari di Stato e della Difesa uscenti sono indeboliti ed i loro successori non sono stati ancora nominati.

Nello stesso identico modo, Tel Aviv aveva preso una simile iniziativa, l’”Operazione Piombo Fuso”, durante il periodo di transizione tra i presidenti Bush jr e Obama.

Alcuni commentatori citano anche l’imminenza delle elezioni israeliane e suggeriscono che Benjamin Netanyahu e Avigdor Lieberman cercano di migliorare la loro immagine di falchi intransigenti.

Ciò è improbabile. In realtà, hanno lanciato l’attacco senza conoscerne in anticipo i risultati. Tuttavia, nel 2008-2009, il fallimento di “Piombo fuso” fu fatale per il governo di Ehud Olmert.

Per quale scopo?

Tradizionalmente le forze armate israeliane adeguano i loro obiettivi militari alle opportunità che si presentano.

Come minimo si tratta d’indebolire la resistenza palestinese, distruggendo le infrastrutture e l’amministrazione della Striscia di Gaza, come hanno sempre fatto in più o meno regolarmente. Tuttavia, l’indebolimento di Hamas va automaticamente a vantaggio di Fatah in Cisgiordania, che non mancherà di ripresentare la sua richiesta del riconoscimento di uno Stato palestinese da parte delle Nazioni Unite.

Al massimo la “Colonna di nubi” potrà aprire la porta a un vecchio piano sionista: la proclamazione della Giordania a stato palestinese, il trasferimento della popolazione di Gaza (cfr. anche della West Bank) in Giordania e l’annessione dei territori svuotati. In questo caso, i militari non dovrebbero colpire indiscriminatamente i leader di Hamas, ma solo coloro che si oppongono all’ex leader politico dell’organizzazione, Khaled Meshaal. Quest’ultimo diventerà il primo presidente di uno stato palestinese in Giordania. [T.M.]

(S)Born in the USA

 
Gli Stati Uniti sono diventati  il maggior produttore di Stati falliti, su scala industriale. Per Stato fallito, intendo uno Stato che, dopo esser stato schiacciato militarmente o reso ingovernabile a causa di una destabilizzazione politica o economica che lo getti nel caos, ha quasi sicuramente perso la capacità (o il diritto) di ricostruirsi e di soddisfare le legittime aspirazioni dei suoi cittadini. Naturalmente, questa abilità degli Stati Uniti non nasce ieri: come dimostra la storia di Haiti, della Repubblica Dominicana, di El Salvador, del Guatemala o degli Stati dell’Indocina, dove i massacri hanno funzionato a perfezione. Inoltre, abbiamo visto di recente una recrudescenza incredibile nella produzione di Stati falliti, di tanto in tanto senza ecatombe, come ad esempio nelle repubbliche ex-sovietiche e in tutta una serie di paesi dell’Europa dell’est (a parte la Serbia – ndr) , dove la riduzione dei salari e l’aumento vertiginoso del tasso di mortalità sono frutto diretto dalla “terapia d’urto” e del saccheggio generalizzato e semi-legale dell’economia e delle risorse, da parte di élite sostenute dall’Occidente, ma anche più o meno organizzate e sostenute a livello locale (privatizzazioni a tutto campo, corruzione a livelli esorbitanti).

Sono coinvolte  anche organizzazioni umanitarie o di “promozione della democrazia” apparentemente indipendenti, come Human Rights Watch, l’International Crisis Group e l’Open Society Institute, che regolarmente si uniscono alla processione imperiale, facendo l’inventario dei crimini correlati al regime obiettivo e ai suoi dirigenti: cosa che contribuisce in modo significativo alla polarizzazione dei media. L’insieme consente di creare un ambiente morale favorevole a un intervento più aggressivo in nome della difesa delle vittime.

Ma gli Stati Uniti stessi non sono che un caso, dei peggio riusciti, di produzione di tali Stati falliti. Ovviamente, nessuna potenza straniera li ha mai schiacciati militarmente, ma la base della sua popolazione ha pagato un tributo pesante al sistema di guerra permanente. Qui, l’elite militare, così come i suoi alleati nel mondo dell’industria, della politica, della finanza, dei media e gli intellettuali, hanno contribuito ampiamente ad aggravare la povertà e il disagio generalizzato dovuto alla disintegrazione dei servizi pubblici e all’impoverimento del paese; la classe dirigente, paralizzata e compromessa, è incapace di rispondere adeguatamente alle esigenze e alle aspettative dei suoi cittadini, nonostante il costante aumento della produttività pro capite del PIL. Le eccedenze sono completamente dirottate verso il sistema di guerra permanente e dal consumo e l’arricchimento di una piccola minoranza, che lotta in modo aggressivo per realizzare la captazione non solo delle eccedenze, ma fino al trasferimento diretto delle entrate, delle proprietà e dei diritti pubblici della stragrande maggioranza dei suoi concittadini (in difficoltà). In quanto Stato fallito, come in molti altri campi, gli Stati Uniti sono una nazione senza dubbio d’eccezione!  [Edward S. Herman]

Barack e burattini

 

Gli italiani sono un popolo ispirato dal conformismo (un indolore eppure grave malattia dello spirito) che li ha spinti a costruirsi un presente da sudditi nel quale sguazzare felici, in una chiassosa periferia dell’impero, con a capo una classe dirigente di comparse umane.

Il consenso popolare che un presidente USA riesce a trovare (solo) in Italia – qualcuno mi ha parlato addirittura di oltre il 90% – mi lascia attonito. Tutti gli schieramenti politici italiani non rinuncerebbero mai alla benedizione di un’amministrazione Usa, e se devono esprimere qualche critica marginale all’azione del governo di Washington, si affrettano a chiarire che lo fanno nell’interesse dell’ordine internazionale che ha negli Stati Uniti il suo pilastro. Anche in questo caso, è il conformismo a dominare.

Settant’anni di colonialismo non potevano ambire a risultato migliore.

Le residue speranze di riportare il baricentro culturale – se così può essere ancora chiamato  – fuori da quello che Freud defini “il più grande esperimento della storia umana, destinato all’insuccesso” (cioè gli Usa), sono affidate ad altri paesi europei (al lumicino anch’essi) e alle giovani culture emergenti.

Jean Baudrillard diceva che in America c’è una crudeltà mentale e un’atrocità consenziente sospette. La gente ti fa capire che sei libero in tutto, salvo nel non essere uno di loro.

In italia è vero l’esatto contrario.