Month: January 2013

L’egolatria che ci sta distruggendo

È emersa una nuova classe: l’iper-classe mondiale. La classe dei super-ricchi e (all’estero) super-laureati da alte scuole di élite, che «non prova il bisogno di un destino collettivo»: la nazione il socialismo o qualunque altra ideologia coesiva non hanno corso fra costoro. I suoi membri si sentono individui unici, per proprio merito; non frequentano che i loro pari negli stessi spazi. Sono un pericolo pubblico.

Così Jean Michel Groven la denuncia nel suo impressionante saggio «2013 l’Apocalypse Economique: l’hyper-classe mondiale à l’assaut de l’économie et de la démocratie». Oltre che economista, Groven è assistente parlamentare al Senato francese: il che apre a tristi comparazioni sul livello intellettuale dei nostri strapagati grand commis, rispetto ai loro.

Groven ha una capacità di analisi filosofica da noi ormai desueta: fa risalire la mentalità di questa neo-classe di super-ricchi («les supériorisés», li chiama), il loro edonismo individualista, alla «rivoluzione culturale» del ’68, nel Maggio che in Francia indusse De Gaulle ad abbandonare. Tutti i temi politici di questa classe – «liberazione» sessuale e dei costumi – si trovavano già negli slogan sessantotteschi: «Vietato vietare», «Dopo Marx, Aprile», «Vogliamo tutto» , «Siamo realisti chiediamo l’impossibile» . E quest’altro, fatale: «La rivoluzione cessa a partire dal momento in cui bisogna sacrificarsi per lei».

Oggi, quelli che pronunciavano quegli slogan in festose o violente manifestazioni. sono al timone dei poteri globali: la finanza, la politica, lo stato-finanza, Goldman Sachs, le grandi banche. E, dice Groven, la loro mentalità resta quella che può compendiarsi nella frase: «Godere senza ostacoli». Facebook e twitter sono gli strumenti esemplari del loro narcisismo; il giovanilismo, la distruzione del matrimonio della stabilità nei rapporti umani sono il risultato della loro secolarizzazione compiuta: ed hanno come contraltare la flessibilità e instabilità del lavoro (per i non-privilegiati). Gli amministratori e i banchieri che in Usa che si danno bonus colossali, i gestori di hedge funds che si arricchiscono sul debito greco, e in Italia la superclasse dei ricchi di Stato che si assegnano da sé stipendi enormi mentre impongono tasse e tagli al popolo, hanno in comune lo stesso universo mentale: la volontà di appropriarsi con ogni mezzo e subito di ciò che vogliono, senza che una morale sia lì a impedirlo – o a giudicarli.

Groven chiama questo tipo umano l’«Homo Spontaneus», mosso dai suoi desideri e impulsi primari, che erige a principii del comportamento individuale. È questo tipo umano che ha ri-legittimato alla grande l’ineguaglianza in base alla ricchezza economica. Ad esso dobbiamo l’immagine negativa della popolazione come «poco produttiva», che «ha vissuto al disopra dei propri mezzi»(in Italia: «bamboccioni», giovani choosy…): immagine negativa che per giunta gran parte della popolazione fa propria. Grovewn fa l’esempio di Jacques Attali, il super-intellettuale-banchiere «secondo cui la Francia non ha altro destino che la diluizione in Europa, e la diluizione dell’Europa nella globalizzazione». Fa anche il paragone col partito socialista francese, che «si danno buona coscienza discutendo dei diritti agli immigrati e del matrimonio unisex, ma trascurano la sorte dell’80% della popolazione, i loro compatrioti»: ritratti che possiamo applicare alla perfezione al tecnico Monti, e alla galassia delle sinistre italiane, ai direttori dei giornali e media progressisti, illuminati.Groven identifica in questa iperclasse tre caratteri. Preleva una parte sempre più eccessiva del valore aggiunto prodotto dai lavoratori, grazie al libero scambio: è a questo che serve la globalizazione e l’ideologia liberista estrema che coltivano ed impongono come verità oggettiva. Preferisce i membri delle oligarchie degli altri Paesi mentre è indifferente al proprio popolo e alla sua sorte. È riuscita a mantenere il suo potere in base ad una morale fatta da lei e per lei: il «politicamente corretto», come obbiettivo dividere la società in vittime e carnefici, in modo che lei, l’élite superiorizzata, si possa erigere in giudice-arbitro. Le «vittime» politicamente corrette sono note anche da noi: i rom, gli immigrati , «le donne», gli «omossesuali» , e naturalmente i poveri ebrei. I carnefici – i colpevoli designati – sono chiunque osasse obiettare a dare le case popolari agli zingari invece che ai poveri italiani (nessuno osa), chi contesta il riscaldamento globale o le paturnie ecologiste; sono carnefici i poliziotti (anche quando sono vittime di assalti, nelle banlieues in Francia, dalle tifoserie in Italia); sono delinquenti coloro che «negano l’olocausto», eccetera.

Designati così i colpevoli e le vittime, l’élite interviene con leggi anti-discriminazione: crea reati come la «omofobia», il «femminicidio», le leggi che puniscono penalmente il «negazionismo», o che fanno chiudere le acciaierie con 18 mila dipendenti perché «inquinanti».Così facendo, l’élite sceglie non le forze sociali reali e i suoi veri problemi, ma quelle entità di comodo appositamente create: non le donne vere ma «Le Donne contro il Femminicidio», nemmeno gli omosessuali reali ma quelli che «vogliono il matrimonio» (sic), e naturalmente non i lavoratori flessibilizzati, ma «gli ecologisti», i no-Tav eccetera.

L’élite provoca la giudiziarizzazione della società cui assistiamo, che avvelena i rapporti umani e distrae l’attenzione politica dal veri problemi: la necessità di disciplinare la finanza, la devoluzione di sovranità alle élites non elette (che sono loro), l’urgenza di fermare la macchina che concentra la ricchezza all’uno per cento con la pauperizzazione del 99.Scrive Groven: «Ciò che è terrificante in questa doxa nuova, è la sua capacità di trasporre qualunque argomento sotto l’aspetto moralizzatore con, inevitabile, l’eterna triade: vittima-colpevole -giudice». L’effetto finale è che «la nazione e le grandi ideologie collettive sono cancellate dalle micro e macro-tribù», una tribalizzazione che si esprime urbanisticamente nei ghetti: i ghetti dei miserabili (le banlieues in Francia, i centri-città degradati in Usa) e i ghetti di lusso, le città recintate, murate e con guardie armate alle porte per i ricchissimi; o i grattacieli per soli omosex a Manhattan…

Il caos sociale e l’anarchia non possono essere che i risultati «politici» di questo narcisismo-egotismo, del «Godere senza ostacoli» diventato legge di tutte le moltitudini, le ultra-privilegiate come le marginalizzate. Si apre lo spazio per un regime prossimo venturo che «proclamando di voler ricostituire la concordia nazionale (che avrà lui stesso rotto) imposterà le sue leggi per controllare una democrazia vacillante, fino a esigerne la soppressione». Un regime che in Italia non è prossimo venturo, ma già venuto: il governo «tecnico» nominato dal Quirinale.

È singolare la convergenza degli intellettuali in Francia (dove gli intellettuali contano ancora) sull’analisi e la diagnosi della svolta sociale con Greven, che esplicitamente accusa la «morte di Dio» nel cuore degli uomini egolatrici. Per Emmanuel Todd, «Bruxelles, i mercati, le banche, le agenzie di rating americane» non sono che concetti «mistificatori», che «camuffano» la cruda realtà: «La presa del potere politico dei più ricchi su scala mondiale». Questa iper-classe «non è contro lo Stato, si batte per meglio controllarlo». I ricchi «adorano» indebitare Stati e popoli, perché devono impiegare la loro enorme liquidità, il surplus finanziario. «Uno Stato che si indebita è uno Stato che, grazie al monopolio della forza legale, permette ai ricchi di ottenere la massima sicurezza per il loro denaro»; i loro investimenti sono garantiti dalla forza pubblica, che estrae dalla popolazione produttiva gli interessi e poi li devolve ai ricchi. Per questo, da quando si è profilata la crisi e i debiti rischiano di non essere pagati, la finanza super-ricca, l’esemplare Goldman Sachs, si è impadronita direttamente dei governi e delle banche centrali. Salvare la propria rendita strizzando i popoli.

Emmanuel Todd nota che questa nuova classe differisce profondamente dall’aristocrazia britannica, anche quella predatrice dell’età vittoriana: «Le classi superiori inglesi accettavano una esazione fiscale elevata sui propri redditi; ed hanno conquistato il mondo. L’oligarchia attuale» al contrario si oppone alla tassazione sui più ricchi in America; in Italia i miliardari di Stato, parassiti, si aggrappano ai posti, e ai loro tesoretti milionari, pronti a qualsiasi tradimento, a consegnare l’Italia ai «tecnici» delegati dai creditori, all’Europa della burocrazia, pur di restare incistati nel potere. È la differenza, dice Todd, fra «oligarchia, potere dei pochi, ed aristocrazia, potere dei migliori. Qui si dovrebbe parlare di plutocrazia, se il termine non rimandasse a slogan antisemiti» (sic). (L’État est au service d’une oligarchie liée aux marchés, assure Todd, le “prophète certifié”).

Lo psicanalista Charles Melman parla di «economia libidinale» oggi dominante nelle mentalità, e ne mette a nudo gli esiti anti-umani: «Ci serve del partner come di un oggetto e lo si getta appena lo si valuta insufficiente». Succede nei matrimoni; ma sta per coinvolgere la società intera, e colpirà i vecchi. «La massa dei vecchi costerà cara a una generazione intera. E questa dovrà trovare il modo, sotto oneste apparenze, di risolvere il problema: ossia di gettar via colui che, dopo essere stato utile, è divenuto ‘usato’, fonte di spese senza contropartita».

Da qui, Melman prevede chiaramente la deriva: oggi, l’eutanasia viene proposta come «per mettere fine a sofferenze intollerabili che la medicina non è in grado di curare»; a poco a poco, si passerà alla «eutanasia per convenienza personale senza giustificazione medica: «La vita non mi interessa più». Poi si arriverà alla pressione sociale colpevolizzatrice verso coloro che, rifiutando l’eutanasia, si ostinano a stare a carico della società in modo improduttivo, mentre potrebbero contribuire alla prosperità delle generazioni giovani ancora attive, anticipando il momento dell’eredità…». (Mort aux vieux!)È interessante che tale critica venga da intellettuali che sono laici, non confessionali. Per contro, Greven interpreta questa deriva come «il rovesciamento millenario dall’autorità di Dio al potere dell’individuo». La democrazia ne è stata solo una tappa, quando «il Popolo si è fatto Dio». Il marxismo appartenne a suo modo a quella fase, in cui il Partito poteva esigere dai militanti di sacrificare il loro oggi per il luminoso Domani. La nazione, dal canto suo, poteva chiedere ai cittadini di morire in guerra, ossia superare radicalmente il loro bene privato al bene pubblico.

Ma oggi «la divinità passa dall’Umanità all’individuo», e l’individuo post-sessantottesco del «godere senza ostacoli»: un cittadino che allo Stato chiede sicurezza e benessere, ma a cui si rifiuta di sacrificare qualcosa della sua edonistica felicità del momento. Non gli si può chiedere non solo di morire in armi per la Patria, ma nemmeno di sopportare una discarica vicina, di mungere le vacche (lo facciano i Sikh), di vivere in un’azienda che fa fumi ma dà lavoro…

Questo popolo ridotto alla zoologia accetterà l’eutanasia come cosa ragionevole, politicamente corretta, socialmente meritoria. Secondo certi sondaggi vantati dai radicali, persino una maggioranza di cattolici (che si dicono tali) è matura per questa via d’uscita. E il 70 per cento dei leghisti, pare, è pro-eutanasia.Il che esige di riconoscere che l’egolatria, il credere Dio il proprio «io» transitorio e insignificante, l’imperativo «Godere senza ostacoli», infetta non solo l’1% per cento che se lo può permettere, ma anche il 99 per cento sottostante.

Anche questo celebra l’instabilità del matrimonio, alla ricerca di una «felicità» sempre cambiante, che invece si traduce in sofferenza e miseria (divorzio è bello solo se si è ricchi); e poi si lagna dell’instabilità del posto di lavoro, senza voler capire che è la stessa cosa. Alla donna che ti abbandona perché «vuole vivere la propria vita» corrisponde il femminicida che l’ammazza: entrambi sono mossi dai loro impulsi primari, cui loro obbediscono come sola «regola di vita». Per molti versi l’assassino della ex fidanzata o compagna somiglia al pescecane di Wall Street: per entrambi gli altri sono solo oggetti, strumenti per il proprio io. Gli uni colgono l’attimo in grandi scommesse speculative, l’altro nell’eliminare quella che «mi fa soffrire», che «sconferma il mio io», senza pensare al dopo.È impossibile proporre un progetto a masse e ad élites soggette all’economia libidinale, nessuno sacrifica il più piccolo «oggi» al domani. L’effetto è che la società si atomizza in antagonismi («donne» contro «femminicidi», gay contro omofobi), e diventa invivibile per tutti. Perché tutti , tesi alla pretesa liberazione individuale, sono schiavi di quello che l’amico Enrico Galoppini chiama «il satana interiore».

L’io illusorio che ci distoglie, tentandoci, dalla vera liberazione. Che cosa è infatti l’io che tutti i moderni credono di avere, per così dire, «di diritto»? Una parodia dell’anima immortale. L’io autentico è semplice; l’io illusorio è composto, è sostenuto («fatto») della tua posizione sociale, del lavoro che hai, della compagna, della carta di credito.I superiorizzati possono illudersi di avere un «io» perché appunto posizione e conto in banca sono più grossi; ma la loro sicurezza poggia su basi non meno fragili della moltitudine sottostante, a cui è stato detto che è «libera» e deve sempre più «liberarsi».Sono come – al livello più basso – i graffitari che riempiono ormai tutti i muri delle città italiane; non già disegnatori da strada, né artisti in qualche modo, ma semplici «sigle». La loro natura, se ci si fa l’occhio, è agghiacciante: sentono il bisogno irrefrenabile di imporsi agli altri, indifferenti, siglando le loro iniziali con lo spray in ogni spazio murario esterno: ma cosa dicono? Nulla. Non hanno nulla da dire, ma lo dicono continuamente, miserevole psittacismo sub-umano. Sono larve spettrali, animule incomplete, informi come feti spirituali, che incessantemente pigolano «io, io, io»: esisto, io. esisto…. Invece non esistono, e per quello ce lo ripetono incessantemente.È il pigolio dei piani bassi, sub-personali, dell’inferno cui corrisponde ai vertici la plutocrazia irresponsabile e nichilista. Perché anche l’inferno «ha molte dimore», e già di qua l’obbedienza al «satana interiore» che è l’io configura l’inferno nell’aldiquà.

Urgerebbe una pedagogia severa, che stroncasse il narcisismo, e togliesse le illusioni di avere un «io» a chi non ne ha diritto, perché ha scelto l’informe e l’istinto immediato. È come diceva sardonico Gurdjeff: voi occidentali non avete un’anima; l’anima, dovete fabbricarvela.Come diceva il fondatore dell’Opus Dei, le crisi moderne sono crisi di santi. I santi, come nota l’amico Enrico, sono quelli che «per definizione hanno sconfitto il loro satana interiore». Se ci tolgono posizione sociale, bella macchina, bella moglie, conto in banca, tutto questo, cosa rimane del vostro, del mio io? «Uno straniero con il quale siamo sempre vissuti senza volerlo conoscere realmente», risponde il buddhista tibetano Sogyal Rimpoche: «Non è per questo che occupiamo tutto il tempo in mezzo al rumore e in attività continue, allo scopo di non rimanere mai soli in silenzio con quello straniero?».

Questo stare in silenzio con lo straniero è la preghiera; vederlo in faccia, alla luce di Dio, riconoscerne la radicale insufficienza il peccato. I santi sono degli specialisti in questo supremo atto di coraggio che è la preghiera. San Francesco non meditava altro, da ultimo: «chi sei Tu…e chi sono io!».Sarebbe necessario che la massa, la quale non ha possibilità di accaparrarsi le ricchezze del mondo, non seguisse il credo folle dei signori plutocrati. I santi sono liberi e liberatori, a seguirli. E da cosa si sono liberati? Dal proprio io. Precisamente quello che curiamo, tesaurizziamo, adoriamo; che vogliamo far «godere senza ostacoli», a cui risparmiamo le prove; e che cerchiamo di far prevalere sugli altri io con tutti i mezzi, facendo della nostra vita e dell’altrui un inferno pericoloso. Si è liberi quando si è gettato questo io. «Non sono più “io” che vivo, ma Dio vive in me», come ha potuto dire con verità san Paolo.Per salvarci al punto in cui siamo, occorreranno molti santi. Probabilmente molti martiri.
Maurizio Blondet