Month: February 2013

La Falsa Speranza e l’ortodossia lucana

Non c’è nulla di più degradante che nutrire di false speranze chi, per una ragione o per un’altra, è costretto a credere. E ancor più avvilente se di queste speranze se ne fa mercanzia per raggranellare facili consensi, sui quali costruire un successo politico e un illusorio dominio della lotta. 

Quello che Bersani chiama modello Basilicata è un bunker politico, sociale e culturale, dove i lucani sono ostaggi segregati, e il mostro è una gaglioffa classe politica semi-analfabeta, che li costringe in cattività. L’aguzzino dosa sapientemente qualche concessione, sotto forma di posti di lavoro a termine, contributi a cause artistiche delle più balzane, consulenze d’ogni ordine e grado. Poche, semplici forme di clientelismo elementare ed ecco la vita nel bunker prendere una sembianza ordinaria, donando ai lucani una normalità tutta loro, come in un becero truman show.

A girare tra i paesi della Basilicata verrebbe da invocare la circonvenzione d’incapace – come quando l’onorevole Angelo Sanza distribuiva braccialetti-normografi agli analfabeti delle campagne e dei piccoli villaggi.

Ma oggi in ballo ci sono ben altre poste:  “Ormai il Memorandum (l’ultimo accordo firmato tra compagnie petrolifere, Stato e Regione), che conteggia 136 mila barili di greggio da estrarre giornalmente dalla sola Val d’Agri, è tramontato, rimettendo in ballo le contrattazioni e l’accordo sottoscritto nel 1998 da Eni, Regione Basilicata e Governo Centrale, che prevede un massimo di 104 mila barili di greggio da estrarre giornalmente. Quantità che salirebbero invece a 208 mila (!). Alle quali andremmo a sommare anche i 50 mila barili di greggio giornalieri che la Total estrae nella Valle del Sauro, con la concessione Gorgoglione. Il famoso progetto Tempa Rossa. E siamo a 258 mila barili di greggio da estrarre giornalmente, a fronte di un volume di affari, per le sole compagnie, che si aggirerebbe intorno ai 10 miliardi di euro e più”.

E nel soprasuolo? Miseria e povertà.

Proprio come una giovane prigioniera sotto il tacco di un aguzzino, la nostra gente continua a sperare di poter vedere un giorno un pezzo di cielo dal fondo del suo bunker; a questo hanno ridotto la speranza del popolo di una delle terre potenzialmente più ricche e prospere d’Europa. E il posto più povero e malfamato d’Italia, con la  qualità della vita tra le peggiori d’Europa, lo chiamano modello Basilicata: bruttezza, cemento, macerie, inquinamento e devastazioni. E tra queste macerie s’aggirano, come zombie di Romero, gli schiavi ricurvi sulla promessa di un posticino di lavoro, di un favore, un lavoretto per il figlio, una moglie, un cognato. E già, perché qui, nel regno della sozza clientela nessuno è più Cittadino, senza essere prima nu cainat’, nu cuggin’ o n’amic dell’amic. La Basilicata è un posto dove devi conoscere Qualcuno pure se vuoi fare il portantino e hai studiato ad Harvard. L’ortodossia non fa sconti.

E nel frattempo, mentre si pappano la torta, il territorio va a ramengo e la ganga semi-analfabeta si serve di utili idioti con le facce acqua e sapone e si accontenta di trarre quei quattro fondi necessari a mantenere in piedi la giostra delle clientele, generando in qualche caso fatturati maggiori di quelli di Renzo Piano o un posto al caldo di Montecitorio, e riconoscendo ai lucani nessuna altra funzione se non quella di mettere una croce su un pezzo di carta – oltre alla coprofagia, s’intende.

Potremmo concludere che rimane sempre la speranza che tutto questo, ragionevolmente,  avrà fine.

Ma sappiamo che non sarà così. Più forte della ragione e di ogni evidenza sarà quella Falsa Speranza di vedere il proprio pezzetto di cielo che ci ha promesso il nostro aguzzino. Arriveremo al seggio e scatterà in noi una sorta di sindrome di Stoccolma, un crampo dell’intelletto che ci farà propendere ancora una volta per i nostri carcerieri dalle facce pulite e l’anima nera, che da martedì potranno gettare le basi per continuare a seviziare questa terra, fino a vederla morire esanime, senza più acqua, senza più petrolio, senza più giovani, né futuro.

Il Modello Basilicata si fonda dunque sul tenere in vita una speranza. E la speranza è la forma normale del delirio, diceva Cioran. « L’Ortodossia consiste nel non pensare — nel non aver bisogno di pensare. L’Ortodossia è inconsapevolezza».

Beati voi.

 

“L’eternità non è un continuo susseguirsi di giorni del calendario, ma un momento colmo di appagamento, in cui la totalità ci abbraccia e noi abbracciamo la totalità. Possiamo soltanto cercare di pensare che questo momento sia la vita in senso pieno, un sempre nuovo immergersi nella vastità dell’essere, mentre siamo semplicemente sopraffatti dalla gioia”. [Joseph Ratzinger]

L’intervista. Alessandro Giuli: “Gli ex An, dal ‘tra-passo delle oche’ alla diserzione”

triumviri

Nel 2007 c’era ancora Alleanza Nazionale. Gianfranco Fini, un giorno sì e l’altro anche, tuonava contro Berlusconi, minacciando di interrompere tutti i rapporti politici tra il suo partito e quello del Cavaliere. Italo Bocchino, durante un convegno dal titolo “Il tempo delle scelte”, giurava che dietro l’uscita di Storace da An, avvenuta a luglio di quell’anno, ci fosse “la manina di Silvio”. Tutti, o quasi, di fronte agli slanci volitivi del leader di Forza Italia- che parlava di nuovi partiti con cui annettere gli alleati- si stringevano intorno al giudizio di Fini sulla questione: Berlusconi “è alle comiche finali”.

Sempre nel 2007 usciva un libro scritto da Alessandro Giuli, all’epoca notista politico de “Il Foglio”, dal titolo “Il passo delle oche” (Einaudi). Si trattava di una radiografia critica della destra post-missina in cui emergeva con chiarezza il fatto che, nonostante l’ostilità ostentata, l’idea finiana di una navigazione tattica, unita a uno scarso peso dato all’elaborazione culturale, avrebbero condotto i rottamatori del Msi tra le braccia di Berlusconi, senza nemmeno garantire loro una duratura sopravvivenza interna al nuovo soggetto. Oggi, Giuli, è il vice-direttore del quotidiano di Ferrara e le previsioni che aveva affidato al suo libro si sono avverate tutte. Rimane solo da capire se sia rimasto ancora materiale utile per scriverne un seguito.

“Il passo delle oche” ha predetto il futuro o tutti i dati disponibili indicavano già cosa sarebbe successo?

Era già tutto chiaro, sia su Fini che sul suo partito. Non ho avuto doti di chiaroveggenza. Ho solo collegato elementi che erano abbastanza evidenti e che, già all’epoca, persone come Enzo Erra e Giorgio Pisanò, che avevano conosciuto di persona Fini e ne avevano seguito tutto il percorso politico, individuavano come avvisaglie di quello che sarebbe stato il decorso distruttivo del Movimento Sociale/Alleanza nazionale dal 1995 in poi. Loro magari non hanno beneficiato di una pubblicistica attenta, mentre il mio libro, edito da Einaudi, ha avuto un rilievo diverso.

La colpa del collasso politico di quel mondo legato ad Alleanza Nazionale è imputabile solo a Gianfranco Fini?

Non solo a lui. Ma Gianfranco Fini è comunque considerabile il più grande assassino seriale di partiti. Ha ucciso il Movimento Sociale, ha ucciso Alleanza Nazionale, ha ucciso il Pdl (perché nonostante quello che pensa Berlusconi, oramai il Pdl è esclusivamente una lista elettorale e personale) e, infine, ha ucciso Futuro e Libertà, che oggi è ridotta a una specie di larva politica. Tutto questo perché, da sempre, Fini ha utilizzato la forma partito come combustibile di una carriera votata al personale. Ovviamente la sua classe dirigente è stata completamente in linea con le sue aspettative. Gregaria, dal sostantivo latino grex che designa il gregge, è entrata, prima, in Alleanza Nazionale e poi nel Pdl, senza elaborare il frutto di una identità negata.

Il passaggio da Alleanza Nazionale al Pdl, quindi, sarebbe stato indolore?

Sì perché in An non c’era stata alcuna creazione di valori. Il passaggio dal Movimento Sociale al nuovo partito era stato soltanto un trasbordo dalle catacombe a un seminterrato più presentabile. Inoltre era già evidente che gli ex-missini sarebbero usciti con le ossa rotte dall’esperienza della fusione con Forza Italia, in quanto non avrebbero portato all’interno nessun contributo identitario preciso e, anzi, avrebbero infettato anche il Pdl con le loro beghe di corrente.

Eppure, all’epoca, si parlava di Forza Italia come di un “partito di plastica”, facilmente permeabile…

Esatto. Loro sono partiti con l’idea di egemonizzare culturalmente un partito permeabile a ogni innesto, proprio perché ritenuto di plastica, e in realtà si sono trovati in un mare magno di lotte intestine. Insieme a un partito, l’ex Forza Italia, che comunque conservava tradizioni non totalmente neglette. Per esempio la corrente socialista o quella liberal/conservatrice. Paradossalmente An è entrata con l’intenzione di egemonizzare ma ha finito per fare la figura della truppa di lanzichenecchi.

Quindi un discrimine culturale tra le due formazioni non c’era?

An si è presentata all’appuntamento con le solite correnti. La destra berlusconiana di Gasparri e La Russa, che tendenze culturali non ne ha mai avute ma nemmeno vantate. Matteoli e Urso, che più che una corrente erano un esperimento di laboratorio creato da Fini per controbilanciare la spinta dell’altra corrente, quella sociale di Alemanno, che è la vera area drammaticamente sconfitta e da giudicare senza pietà. Loro sì che sono arrivati con delle pretese culturali, qualche libro letto e Pino Rauti sulle spalle. Sono loro che hanno avuto una implosione nei gangli del potere, dopo aver rinunciato consapevolmente a qualsiasi tipo di promozione culturale.

Ci sono stati tentativi recenti di unire, vista l’impossibilità di farlo con quelle politiche, le correnti culturali della destra identitaria. Può essere, questo, un percorso utile?

Mi pare pura retroguardia. Ne ho visti troppi di tentativi del genere. Dai Campi Hobbit in poi era tutto un “facciamola sinistra”, “facciamola destra”, “facciamola strana”. Il problema è che ogni iniziativa culturale onnicomprensiva, priva di una selezione vera e di una chiarificazione di intenti, è sempre fallita. Ed è fallita perché non puoi mettere l’abramitico Cardini con altri intellettuali più smaglianti e meno confezionati, non puoi mettere insieme l’intellettuale conservatore con i malati di avanguardismo futurista. Sono stati, questi, esperimenti utili negli anni 70 per farsi notare e per far vedere che c’erano delle singole intelligenze, oggi non esprimono altro che un reducismo senza prospettive.

Uno dei problemi della destra è, quindi, il tentativo di “far stare nella stessa stanza” Marinetti e Evola?

Sì, ma non credo ci sia bisogno di essere evoliani per pensare ai futuristi come a dei cretini fosforescenti. Basta Gabriele D’Annunzio.

Cosa ne pensa della novità rappresentata da Casa Pound?

Mi piace per quel tanto che riesce a rievocare di Fiume e del Novecento più vitale, solare, gioioso e patriottico della Grande guerra. Non amo di Casa Pound gli orpelli avanguardisti e pseudo futuristi.

Oggi ci sarebbe materiale per scrivere un seguito de “Il passo delle oche?”

Ci sarebbe ma andrebbe esteso e il titolo dovrebbe essere “I disertori”. Individui che, come tutti sanno, finiscono fucilati dalla storia.