Month: March 2013

Ernst Jünger, Maxima-Minima

“Maxima-Minima”, ovvero massime concentrate nello spazio minimo dell’argomentazione aforistica. “Minima moralia” distillati in prosa densa e lapidaria, parole lasciate cadere come gocce per scavare nel profondo. Raffica di sentenze pronunciate in successione da mitraglia per lasciare segni incancellabili. È un testo sconcertante – per l’estrema sinteticità inversamente proporzionale alla densità, per l’agilità di una scrittura che impone a chi legge di procedere per brusche frenate, per la velocità di un pensiero che suscita la sorpresa e provoca la sosta dello stupore meditativo.

Cleptocrazie

Incontro-dibattito con Alain De Benoist: crisi, bankster, immigrazione, reddito di cittadinanza – aprile 2012

Il debito dei paesi Euro continua ad aumentare. Le contraddittorie stime degli esperti si sommano all’impotenza dei politici. Nessuno ha ricette pronte e tutti navigano a (s)vista.

L’usura si fa minacciosa e le banche sono sempre più restie a concedere prestiti alle famiglie e alla piccola e media impresa. Il cosiddetto credit crunch ha prodotto una diminuzione del prestito di 38 miliardi di euro nel solo 2012.

Sotto accusa sono inoltre i metodi con cui i mercati finanziari e le banche operano: acquistano grandi quantità di azioni e obbligazioni degli Stati indebitati, s’impadroniscono dei loro averi a titolo di interessi su un debito consistente in una montagna di denaro virtuale, che non potrà mai essere rimborsato.

Lo sdegno elettorale che non sfocia nell’azione non è che una comoda maniera di sentirsi a posto con la coscienza.

 

Il Sogno Italiano

da www.svartjugend.com

In Italia senti sempre qualcuno che dice io non ho studiato 15 anni per fare la cassiera!.
Infatti, tesoro, hai studiato 15 anni per fare la cassiera 15 anni di meno.

La percentuale di maschi laureati dai 25 ai 64 anni in italia è esattamente la metà della media europea: 11,6 per cento contro il 23,2, il dato più basso di tutta l’UE. E le cose non vanno molto meglio per le donne: 12,8 per cento, rispetto a una media comunitaria del 22,7 . Peggio solo Malta (9,9 per cento), Romania (10,7 per cento) e Repubblica Ceca (11,6 per cento).

Una percentuale che può essere dimezzata sottraendo le lauree inutili, come lettere, filosofia, dams, scienze della comunicazione, e via dicendo. Dei rimanenti laureati, togli quelli che emigrano all’estero, quelli che mantengono un posto stabile di magazziniere, quelli che continuano a laurearsi in loop senza ragione (esistono), quelli che si suicidano.
Rimangono 4 medici, un ingegnere, 5 avvocati, 2 architetti e 11 professori di storia.

La massima ambizione in Italia, dopo vincere al Superenalotto, è un impiego pubblico alle poste.

In Italia ci sono brogli nelle graduatorie dei concorsi per operatori ecologici (sic).

In Italia devi spedire un c.v. con foto per sistemare gli scaffali da Leroy Merlin.

In Italia non assumono persone qualificate, altrimenti dovrebbero pagarle. Ma anche se non sei qualificato, c’è sempre chi lo è meno di te (non sa parlare italiano, non ha il permesso di soggiorno, non può avanzare pretese sindacali, se cade da un ponteggio nessuno lo saprà mai) e può essere pagato in pesos.

In Italia richiedono la conoscenza di 3 lingue straniere per fare la commessa in un Beauty Point a Torre Maura.

In Italia qualsiasi impiego relativo al mondo dello spettacolo e della cultura viaggia sulla tessera di partito.

Se sei giovane, ambizioso, motivato, dinamico: ucciditi.
Se sei anche qualificato trascinati all’Inferno il primo che passa.

Qualunque articolo inerente a statistiche sull’Italia (lauree, nascite, reddito, occupazione) contiene nel titolo le espressioni: “tra gli ultimi”, “fanalino di coda”, “male”, “in fondo”.

Questa nazione non ha futuro.

Il mio unico consiglio è collezionare tappi di bic e restare a guardare le piccole montagne blu, rosse, nere, verdi, schiacciando zanzare tigre con vecchi numeri di Focus.

Affinità e divergenze

Intervista a Marco Tarchi, a cura di Andrea Cascioli per barbadillo.it

tarchiDa politologo affermato, Marco Tarchi è un osservatore acuto della realtà italiana, che ha indagato negli anni Novanta analizzando la transizione della destra oltre il neofascismo, e più tardi approfondendo la natura di un fenomeno ancora poco compreso come il populismo.

Delle vicende della destra è anche un testimone privilegiato, avendo a suo tempo animato in seno al Fronte della Gioventù la componente dinamica della “Nuova Destra”, che darà vita dalla seconda metà degli anni Settanta alle esperienze dei Campi Hobbit e contribuirà ad aprire il ghetto asfittico del neofascismo ad una ventata di inediti interessi culturali: dai fumetti al rock, dall’ecologia al fantasy, all’insegna della vocazione “metapolitica” mutuata dall’ispiratore francese Alain de Benoist.

Uscito dal Msi nel 1981, Tarchi ha continuato a promuovere una riflessione “non conformista” sui grandi temi della contemporaneità, sfidando i dogmi del pensiero unico liberale e le rigidità dello spartiacque destra-sinistra. Attualmente dirige il bimensile “Diorama Letterario” e il quadrimestrale “Trasgressioni”.

 

Nel 1948, alla prima prova elettorale, il Msi prese il 2%. Fratelli d’Italia, La Destra e Futuro e Libertà hanno raccolto insieme il 3,05%. È la fine di un mondo o può ancora esistere un soggetto politico di destra?

Se si riferisce a quella destra che, attraverso il Msi, aveva raccolto l’eredità del fascismo, credo sia giunta al capolinea. Lo “sdoganamento” e la conseguente integrazione nella coalizione di centrodestra ne avevano infiacchito identità e originalità, facendo ritenere ai suoi dirigenti che omologarsi fosse l’unica via per avere successo. La perdita dello strutturale rapporto con il Capo, causata dagli strappi di Fini, ha completato l’opera.

L’irruzione sulla scena del grillismo ha chiuso l’era bipolare, o è probabile che anche il Movimento 5 Stelle finisca per riposizionarsi sul tradizionale asse destra-sinistra?

Se il M5S accettasse di collocarsi rispetto a quello spartiacque, perderebbe buona parte dei caratteri di novità che lo hanno reso capace di attrarre un vasto elettorato trasversale e dovrebbe darsi una ben distinguibile connotazione ideologica, spaccandosi in correnti distinte e, su più temi, contrapposte. Sarebbe la sua fine.

Grillo e Casaleggio sembrano aver sbarrato la strada alle avances del Pd. Tra il “modello Crocetta”, l’opposizione al “governissimo” e il ritorno al voto cosa converrebbe di più ai grillini?

Il ritorno al voto, ma non subito, per evitare le accuse – strumentali – di irresponsabilità. Per adeguarsi al “modello Crocetta”, che non significa subordinazione al Pd ma convergenza su specifiche proposte, dovrebbe però avere uno o più interlocutori insediati al governo. Non concedere fiducie ad esecutivi “altrui” mi sembra un’ottima scelta.

Per converso, cosa possono fare i partiti tradizionali per mettere in difficoltà il M5S, o quanto meno per arginarne l’espansione?

Cambiare pelle e atteggiamenti, chiudendo l’era dell’autoreferenzialità e generando una classe politica molto meno versata nella retorica e capace di proiettare un’immagine di efficienza. Impresa ardua.

Secondo lei Berlusconi “esprime il volto populista di un partito che non è integralmente tale”. Vale la stessa cosa per “il partito di Grillo”?

Meno, perché alcune delle tematiche di cui il M5S si fa veicolo – la rivendicazione dell’influenza dell’uomo comune sui processi decisionali, la critica radicale del professionismo politico, la diffidenza verso finanzieri, intellettuali e sindacalisti, l’aspirazione ad uno stretto controllo sull’azione dei rappresentanti eletti e così via – sono tipicamente populiste. Grillo le esprime con più forza e chiarezza, ma il fondo è comune.

Il risultato deludente di Monti e la tenuta del Pdl di Berlusconi riaprono la questione dell’assenza di un “partito liberale di massa”: esiste un centrodestra non sovrapponibile al berlusconismo?

Prima forse bisognerebbe chiedersi che cos’è il centrodestra, che nella maggior parte dei paesi europei non esiste: c’è un centro e ci sono una o più destre. Berlusconi ha mescolato componenti spurie in un contenitore unico. Riuscirà l’agglomerato a sopravvivere al fondatore? Ne dubito. E il liberalismo, in Italia, continua ad essere un prodotto di élite.

Cosa ha contato di più nella debacle del centrosinistra: il non aver saputo smarcarsi da Monti, gli errori in campagna elettorale o l’essere tuttora percepiti come una versione aggiornata del Pci?

Il secondo e il terzo dei fattori da Lei citati. Una parte cospicua dell’elettorato non digerirà mai un partito che continua a perpetuare atteggiamenti e affermazioni che rimandano alla vecchia casa-madre di molti degli attuali dirigenti. Anche la campagna fiacca e tuttavia boriosa di Bersani, segnata da un eccesso di fiducia e superficialità, non ha giovato.

Si è detto che con Renzi il Pd avrebbe potuto vincere, sebbene abbia perso più voti proprio dove il consenso renziano alle primarie era stato più modesto (al Centrosud). Davvero Renzi può essere l’anti-Grillo del centrosinistra?

La candidatura di Renzi alla presidenza del Consiglio avrebbe attratto parecchi ex elettori pidiellini sfiduciati o disgustati, più numerosi dei votanti Pd irritati per lo spostamento “a destra”; quindi avrebbe probabilmente consentito al centrosinistra di farcela. Sui sostenitori di Grillo non avrebbe esercitato alcun freno.

La Lega Nord esce dagli scandali dimezzata ma viva. Proseguirà con la “normalizzazione” maroniana, o dovrà riprendere il registro populista per non cedere altro terreno a Grillo?

La linea di Maroni è ripiegata su un pragmatismo nordista lontano dalle radici populiste del discorso bossiano e dà frutti solo grazie all’alleanza con il Pdl. Serve a sopravvivere, non a rilanciarsi.

Come animatore a suo tempo della Nuova Destra e poi delle “nuove sintesi”, la conforta constatare come le riflessioni sull’inattualità del discrimine destra-sinistra e alcuni vostri interessi si ritrovino nel Movimento 5 Stelle? Crede che anche nei meetup ci sia chi ha letto i suoi libri e quelli di de Benoist?

Dubito che si possa parlare di influenze dirette, ma di affinità ce ne sono, e non poche. Posso solo augurarmi che, se de Benoist non è stato letto sinora nei meetup, cominci ad esserlo d’ora in poi. Credo che alla crescita della cultura politica grillina servirebbe molto.

 

A cura di Andrea Cascioli

Non siamo un partito, non siamo una casta, non siamo un cazzo…

Il mio connazionale tende sostanzialmente a semplificare, a ridurre al minimo le proprie responsabilità, nella casa, nel lavoro, nella cabina elettorale, nel cervello. Di qui, il berlusconismo di ieri, il grillismo oggi, l’italiotismo di sempre. Si tende alla semplicità, alla riduzione, all’impianto binario, in una parola, all’idiozia. E all’homo nuvus di turno si affidano puntualmente la coscienza e i propri doveri. Se ci pensate, è così anche nel calcio, unico specchio del paese, da Paolo Rossi a Totò Schillaci, a Baggio, Totti e Balotelli: uno vale tutti, altroché.

Sto osservando, non senza disgusto, questa offensiva qualunquista – a cazzo, direi, per essere più precisi – contro l’idea, in favore della pratica. Un neo-materialismo volgare in salsa ecologista-vegetariana, già vecchio di cent’anni, da cui nasce il culto dell’inconscio, della distanza breve, del caso, del provvisorio.

Una massa freudiana che crede negli istinti che non ha, divorata dall’esigenza di ridurre tutto al pratico, al quattro-e-quattro-otto, sta trascinando il paese nella più oscura anticamera dell’irrazionale. Il tutto condito con qualche spruzzatina di antifascismo d’accatto, che in Italia non guasta mai.

Osservo disgustato tutti noi (dalla classe dirigente al popolo di facebook) che non riusciamo ancora a discutere senza polemizzare; ed è logico, poiché  in queste ore (come sempre) non sono le menti degli italiani ad incontrarsi per cercare soluzioni, ma i caratteri a scontrarsi per difendere posizioni. Una logica partigiana (in senso lato) che ci fa ricadere nelle alleanze contingenti. Non vi è una vera e propria opposizione delle idee (i programmi elettorali sono fatti con lo stampino) quanto piuttosto un’antipatia che nasce dalle diverse nature: sono i caratteri a combattersi, non le idee. Si ricade in qualcosa di tanto semplice e fatale quanto la lotta di specie, in uno stadio regressivo in cui il litigio, il contrasto e la guerra fra bande dominano la scena, assassinando l’idea stessa di nazione.

Così, di giorno in giorno, i nuovi borghesi liquidi che abitano le nostre contrade, rinunziano a se stessi, felici di alleggerirsi del peso di questa o quella autorità che lo costringevano a credere in valori dei quali non afferrano più il senso: libertà, patria, decoro, religione, tradizione; valori che diventano miti vaghi dai contorni imprecisi che i liquidi non sanno più far coincidere coi propri interessi. Valori che sono solo illusioni da vecchi nonni di quando l’economia basava ancora su stolide basi domestiche e non esistevano i derivati e le tracolle Freitag.

Un esercito della mediocrità dilaga nel paese. Hanno stracci per bandiere e un’idea vaga di se stessi e del mondo: una via di mezzo tra il Bar Sport e J.J. Rousseau.

E noi?

E noi – li mortacci nostri! – dovremmo stare qui a pianificare la presa del potere (perché Tremonti ha detto che siamo a una nuova Weimar e una nuova Weimar esigerebbe nuovi putsch), e invece siamo rimasti qui a bere vino, leggendo quotidiani, guardando tg, tribune politiche, in cerca di un senso. Ma un senso non ce l’ha. D’altronde se il Verona perde in casa col Vicenza e col Padova, è chiaro a tutti che Dio non è con noi.

Ci trinceriamo, dunque, dietro il nostro silenzio e le nostre percentuali da birra analcolica, cercando di rimanere in piedi tra queste macerie. Le gradi anime  – dicono – non disprezzano gli avversari, li dimenticano.