Non siamo un partito, non siamo una casta, non siamo un cazzo…

Il mio connazionale tende sostanzialmente a semplificare, a ridurre al minimo le proprie responsabilità, nella casa, nel lavoro, nella cabina elettorale, nel cervello. Di qui, il berlusconismo di ieri, il grillismo oggi, l’italiotismo di sempre. Si tende alla semplicità, alla riduzione, all’impianto binario, in una parola, all’idiozia. E all’homo nuvus di turno si affidano puntualmente la coscienza e i propri doveri. Se ci pensate, è così anche nel calcio, unico specchio del paese, da Paolo Rossi a Totò Schillaci, a Baggio, Totti e Balotelli: uno vale tutti, altroché.

Sto osservando, non senza disgusto, questa offensiva qualunquista – a cazzo, direi, per essere più precisi – contro l’idea, in favore della pratica. Un neo-materialismo volgare in salsa ecologista-vegetariana, già vecchio di cent’anni, da cui nasce il culto dell’inconscio, della distanza breve, del caso, del provvisorio.

Una massa freudiana che crede negli istinti che non ha, divorata dall’esigenza di ridurre tutto al pratico, al quattro-e-quattro-otto, sta trascinando il paese nella più oscura anticamera dell’irrazionale. Il tutto condito con qualche spruzzatina di antifascismo d’accatto, che in Italia non guasta mai.

Osservo disgustato tutti noi (dalla classe dirigente al popolo di facebook) che non riusciamo ancora a discutere senza polemizzare; ed è logico, poiché  in queste ore (come sempre) non sono le menti degli italiani ad incontrarsi per cercare soluzioni, ma i caratteri a scontrarsi per difendere posizioni. Una logica partigiana (in senso lato) che ci fa ricadere nelle alleanze contingenti. Non vi è una vera e propria opposizione delle idee (i programmi elettorali sono fatti con lo stampino) quanto piuttosto un’antipatia che nasce dalle diverse nature: sono i caratteri a combattersi, non le idee. Si ricade in qualcosa di tanto semplice e fatale quanto la lotta di specie, in uno stadio regressivo in cui il litigio, il contrasto e la guerra fra bande dominano la scena, assassinando l’idea stessa di nazione.

Così, di giorno in giorno, i nuovi borghesi liquidi che abitano le nostre contrade, rinunziano a se stessi, felici di alleggerirsi del peso di questa o quella autorità che lo costringevano a credere in valori dei quali non afferrano più il senso: libertà, patria, decoro, religione, tradizione; valori che diventano miti vaghi dai contorni imprecisi che i liquidi non sanno più far coincidere coi propri interessi. Valori che sono solo illusioni da vecchi nonni di quando l’economia basava ancora su stolide basi domestiche e non esistevano i derivati e le tracolle Freitag.

Un esercito della mediocrità dilaga nel paese. Hanno stracci per bandiere e un’idea vaga di se stessi e del mondo: una via di mezzo tra il Bar Sport e J.J. Rousseau.

E noi?

E noi – li mortacci nostri! – dovremmo stare qui a pianificare la presa del potere (perché Tremonti ha detto che siamo a una nuova Weimar e una nuova Weimar esigerebbe nuovi putsch), e invece siamo rimasti qui a bere vino, leggendo quotidiani, guardando tg, tribune politiche, in cerca di un senso. Ma un senso non ce l’ha. D’altronde se il Verona perde in casa col Vicenza e col Padova, è chiaro a tutti che Dio non è con noi.

Ci trinceriamo, dunque, dietro il nostro silenzio e le nostre percentuali da birra analcolica, cercando di rimanere in piedi tra queste macerie. Le gradi anime  – dicono – non disprezzano gli avversari, li dimenticano.