SVART JUGEND

L’aria satura di locuste, le urla – il suono si propagava riecheggiando nei corridoi di cemento, l’eco delle voci eroso dal frinire insistente che sfregiava le facciate grigie di calcestruzzo armato per schiantarsi come vetri rotti sull’asfalto bagnato e rovente.
Apribottiglie in tasca. Stappi. Brindi. Bevi. Frantumi.
Avanzavamo nella primavera già appassita, lasciavamo i nostri feretri d’asfalto per entrare in sentieri sterrati che si inerpicavano desolati fuori dalla civiltà in declino. Al fianco delle strade, del traffico, si schiudevano scenari inediti di un nuovo degrado, nuovi pericoli, nuove civiltà. Resti di insediamenti, rituali, scopate, spazzatura, bottiglie.
Ricercavamo l’abbandono, i ruderi, il margine estremo da infestare. Su e giù per binari morti, stazioni dismesse, in cerca di un limite ultimo, una soglia da varcare.
La vita come effrazione.
La vita come Viale del Tramonto – il flashback di un morto.
Inquieti. Irrequieti. Sfascia tutto e dagli fuoco.
Una volta mica era così.
Eravamo ragazzi di quartiere, ragazzi che tengono agli amici e alla famiglia. Ragazzi semplici, che facevano cose alla Transilvanian Hunger, ossia prendere in mano un candelabro e urlare. Ragazzi sempre pronti a scherzare, come quando cantavamo a Bersani: mi dimetto solo se, se è il compleanno di Hitler. Pronti a giocare persino durante le sedute spiritiche («Oddio, ma è un ectoplasma?» «No, ti sto venendo in bocca»). Ma anche ragazzi di sani principi, come quando scrivevamo a quella spia di Doraemon Gatto Spaziale per te ci son le lame.
Ed ora invece eccoci qui, con un’unica missione nella vita: spaccare bottiglie.
Ma che cazzo di missione è?
Seriamente.
Tanto valeva arruolarsi nei Pony Express e ripetere compulsivamente libidine coi fiocchi.
L’Europa, l’Europa che avevamo amato ed eletto a mito mobilitante, era morta sotto il giogo degli Austro-Ungarici, e tra le macerie dell’Italia si aggirava una Gioventù Nera che ribadiva il suo ruolo nella storia spaccando Peroni vuote. Cimiteri di bottiglie infrante, cocci che adornavano gli angoli delle periferie (tanto l’Ama qui non ci viene) lasciati a memoria per i posteri come resti di templi pagani.
Quello che facevamo non aveva alcun senso, ma avevamo letto abbastanza libri da infondergli significati metastorici complessi per poi interrompere bruscamente il nostro eloquio e ribadire, in modo contraddittorio, che l’assenza di significato era il fulcro del nostro agire.
La verità è che eravamo cattivi e basta.
Avevamo rifiutato tutto ciò che ci era stato dato e tutto ciò che ci era stato offerto perché semplicemente ci pesava il culo a vivere.
La nostra rivolta si esplicava nel non fare un cazzo e odiare tutti.
Questo genere di non-attività implica l’impossibilità di riscatto, redenzione, catarsi.
Odiare tutti era un altro esercizio assolutamente privo di scopo, tanto più che il nostro odio comportava unicamente una bieca indifferenza verso il prossimo. Ma anche l’odiare tutti poteva essere ammantato di motivazioni che spaziavano dal ragionevole al sublime.
La verità, come sempre, è che ci stavi sul cazzo a pelle.
I don’t care about you dei Fear scandiva la nostra giovinezza.
Oscillavamo tra scheda bianca e scheda nulla.
Disprezzavamo le parole “nichilismo”, “disagio”, “provocazione”.
I nostri sorrisi erano rictus.
Avevamo tutti un amico immaginario, un attore di fiction tedesche di nome Raus Bova.
Intanto, il mondo intorno a noi cambiava, la società si trasformava. Noi eravamo sempre gli stessi, ci limitavamo ad invecchiare. Male e troppo in fretta. L’assoluta mancanza di un obiettivo da conseguire ci teneva prigionieri di un loop eterno di vetri infranti.
La decadenza della nuova Weimar rinfoltì le nostre schiere. Orde di giovani abbandonavano speranze ed ambizioni, traditi e spinti ai margini da apparati ed oligarchie che ne avevano cannibalizzato i sogni.
Ma per noi era diverso. I nostri unici sogni erano sempre stati incubi orribili. Ci limitavamo a bere qualsiasi cosa tranne l’Amaro del Finanziere, per poi spaccare la bottiglia.
A modo nostro eravamo felici.
Galleggiavamo, galleggiavamo tutti.
Dipingemmo di nero uno stendardo e tracciammo la via.
Il nostro fair play: Peroni rotte e Sei Sei Sei.
Fu così che interrompemmo ogni genere di dialogo (posto che mai ci fosse stato) con la realtà attorno a noi.
La prima pioggia di primavera era insolitamente fredda mentre avanzavamo nell’erba bruciata, tra carcasse, alberi morti, lande che si aprivano a perdita d’occhio a pochi metri dalla strada, distese che divenivano rifugio di pazzi e di mostri, tra casali diroccati e case stregate, posti in cui l’unica vita rimasta era la presenza impalpabile degli spettri.
Camminiamo lenti, in fila indiana, dietro lo stendardo nero, la Morte in testa a farci strada.
E morte le foglie a terra, bagnate di pioggia, sembrano locuste schiacciate, sembrano compost, e tutto il resto si eclissa, svanisce, e resta soltanto il tuo red carpet marcito, soltanto le foglie morte, perché in fondo è così che ti senti, no?
© 2013, TVB. All rights reserved.

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *