Il buio di Gaza

 

“Nessun paese sotto attacco”, ha dichiarato il segretario di Stato americano John Kerry a commento delle operazioni militari israeliane a Gaza, “resterebbe immobile […] Israele ha tutti i diritti del mondo di difendersi”.

Tale punto di vista è condiviso da larga parte dell’opinione pubblica israeliana: l’esistenza a pochi chilometri dalle maggiori città israeliane di un’organizzazione, Hamas, che sovente ha colpito in maniera indiscriminata i civili e che ancora oggi mantiene nel suo statuto fondante (del 1988 – molto diverso dal suo più recente programma politico) la volontà di distruggere lo Stato di Israele, è un affronto che pochi tra quanti criticano l’establishment israeliano sarebbero disposti ad accettare.

La maggioranza degli israeliani percepisce dunque l’operazione “Margine protettivo” come un’azione difensiva.

Il rapimento e l’uccisione di 3 giovani ragazzi israeliani dello scorso 12 giugno sono considerati in questo senso le ultime di una serie di provocazioni cui non si poteva non reagire: “Israele non ha scelto questa guerra”, ha dichiarato lo scorso 20 luglio il premier Benjamin Netanyahu, “continueremo a lottare fin quando dovremo”.

Questi aspetti, per quanto significativi, offrono tuttavia solo una visione parziale dell’attuale tragedia.

Il 44% della Striscia di Gaza, 40 chilometri di lunghezza per 12 di larghezza, è stato dichiarato in questi giorni “zona militare-cuscinetto” dalle autorità israeliane: i suoi circa un milione e 800 mila abitanti hanno scarse possibilità di movimento.

La popolazione è in larga parte composta da famiglie di profughi.Molte di esse furono espulse nel 1948 da Najd, Al-Jura e al-Majdal (odierne Or HaNer, Sderot e Ashkelon, quest’ultima, una città di origini canaanite, includeva fino al 1948 al-Majdal) e trasportate con autobus nei campi e nelle città che compongono l’odierna Striscia di Gaza.

Una popolazione già provata da decenni di privazioni – l’asfissiante blocco di Gaza risale al 2007, ma l’area è sotto controllo israeliano da ormai 47 anni – è costretta a utilizzare un’unica, inquinata, falda acquifera e a vivere in uno stato di completa dipendenza.

Lo spazio aereo, l’area marittima e le relative risorse energetiche (gas), l’energia elettrica (l’unica centrale presente nella Striscia è stata bombardata), nonchè gli spostamenti tra Gaza e la Cisgiordania (parti di una “singola unità territoriale”), sono sotto esclusivo controllo israeliano.

Il 53% della popolazione nella Striscia ha meno di 18 anni: significa che più della metà degli abitanti di Gaza nel 2006, quando Hamas vinse democraticamente le elezioni, non avevano diritto di voto.

Diversi analisti collegano l’attuale escalation all’omicidio dei 3 ragazzi israeliani, su cui sono emersi finora pochi particolari. La tesi è difficile da sostenere. Numerosi adolescenti palestinesi sono stati uccisi nei giorni antecedenti e in quelli subito successivi a quel tragico evento. Oltre ai 9 palestinesi che hanno perso la vita tra il 12 e il 22 giugno, altre centinaia, alcuni compresi tra i 13 e i 16 anni di età, sono stati arbitrariamente arrestati.

Il “punto zero” ha dunque molto a che vedere con la scelta del quando si decide di fermare le lancette dell’orologio.

Le ragioni più profonde dell’attacco su Gaza, dalle conseguenze imponderabili per via di un quadro regionale in continuo mutamento, sono in larga parte da collegare alla volontà dell’establishment israeliano di minare una qualsiasi possibile riconciliziazione tra le fazioni palestinesi: un’eventualità che l’accordo raggiunto lo scorso aprile tra Fatah e Hamas – non osteggiato dalle cancellerie occidentali – sembrava rendere possibile.

Tale obiettivo – così come la logica sottesa ai continui fondi per la costruzione o l’allargamento degli insediamenti in Cisgiordania – è finalizzata a prevenire la creazione di uno Stato palestinese autosufficiente: una strategia che nega un futuro a milioni di persone.

A dispetto di alcune dichiarazioni estemporanee registrate nel corso degli anni, lo statuto del Likud del 1999 (mai abiurato nei suoi principi di base) resta molto attuale: il partito del premier Netanyahu, in maniera speculare, mutatis mutandis, alle frange estremiste di Hamas, “rifiuta la nascita di uno Stato arabo palestinese a ovest del fiume Giordano”.

Un simile rifiuto è riscontrabile anche nelle parole pronunciate da numerosi esponenti dell’attuale governo israeliano, incluso il ministro dell’Economia Naftali Bennett, leader del partito HaBayit HaYehudi: “Non c’è spazio nella nostra piccola ma stupenda terra dataci da Dio”, ha dichiarato Bennett nel suo primo discorso alla Knesset (12 febbraio 2013), “per un altro Stato”.

Alcuni studiosi ritengono che tale considerazione sia smentita dal fatto che Israele si è ritirato dalla Striscia nel 2005. L’allora premier Ariel Sharon evacuò 7 mila coloni da Gaza. In quegli stessi giorni, tuttavia, ne insediò decine di migliaia in Cisgiordania. “L’evacuazione degli insediamenti di Gaza”, notò Eyal Weizman, “è parte della medesima logica alla base delle soluzioni unilaterali di sicurezza nazionale riscontrabili negli insediamenti stessi: perpetuare e intensificare animosità e violenza, piuttosto che annullarle”.

Il carico di morte registrato in questi giorni porta con sé una precisa lezione: sebbene appartenenti a due realtà che per molte ragioni non possono essere poste sullo stesso piano, gli estremisti di entrambi le parti si alimentano e hanno bisogno gli uni degli altri. Una percentuale rilevante degli israeliani e dei palestinesi ha investito un enorme carico di energie nel tentativo (riuscito) di disumanizzare l’altro: questi ne sono i risultati.

Un simile vicolo cieco richiede un deciso intervento multilaterale e condivise forme di pressione a supporto dell’autodeterminazione di entrambi i popoli e dei principi contenuti nella “Arab Peace Initiative” del 2002 (riproposti poi nel 2007).

Esistono due alternative a un approccio di questo tipo. La prima è rappresentata dal nefasto unilateralismo che entrambe le parti hanno mostrato in innumerevoli occasioni. La seconda è ciò che il filosofo israeliano Martin Buber definì un “monologo travestito da dialogo”, ovvero un dialogo “in cui due o più uomini riuniti in un luogo, in modo stranamente contorto e indiretto, parlano solo con se stessi e tuttavia si credono sottratti alla pena del dover contare solo di sé”.

Buber scrisse queste parole nel 1947. Nel 2014 appaiono più attuali che mai.

di Lorenzo Kamel

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