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Il gambero nero

In Alemanno erano state riposte le speranze di una generazione che dalla classe politica della destra italiana aveva preso solo calci nel culo. In quella notte storica, davanti al Campidoglio, s’era adunata sì la solita feccia sub-umana di tassinari e dusce-dusce, ma pure gli altri, quelli che adesso tocca a noi (dimostrare di cosa siamo capaci). Una destra, da sempre minoritaria, che è stata per anni nell’ombra a tenersi in piedi tra le macerie. Uomini per bene, onesti e umili, intenti ad essere baluardo contro il pensiero unico e gli intruppamenti d’ogni ordine e grado. Persone generalmente sorridenti, spesso guascone, di mentalità aperta (in barba ai pregiudizi d’ordinanza). Padri di famiglia, con una scala di valori ben chiara e definita, con la quale hanno costruito la propria intera esistenza.

E lì davanti, come in un sogno, Roma: il nostro punto di partenza e di riferimento, il simbolo, il mito. Roma ritrovata, di nuovo nelle nostre mani, dopo decenni di barbarie, di caviale, di notti bianche, conti in rosso strisce blu.

Ma sono bastate poche ore perché la favola svanisse. Il “lupo” s’è subito trasformato in gambero, con quei suoi occhietti piccini, senza iride, senza cornea, solo pupille ravvicinate e inespressive: un gambero, appunto. Il gambero nero.

L’ambiguità, la perdita di identità, le promesse mancate, il rinnegamento del passato anche in modo brutale e gratuito, il barcamenarsi quotidiano, la politica degli annunci, la smentita di ogni promessa passata. Il sindaco di tutti, eccetto che degli elettori che lo avevano votato.

L’illusione di poter far conoscere alla capitale un’aria nuova, una cultura diversa, un atteggiamento morale che tagliasse col passato, è miseramente naufragata di fronte alla paranoia di essere definito fascista. Nessun riequilibrio, nessuna nuova possibilità, nessuna messa in circolo di energie nuove. Solo un accumulo di gesti velleitari e inconcludenti, che manco la Cacania di Musil.

Afflitto dal senso della possibilità, proprio come Ulrich, in poco tempo il nostro diviene imprevedibile in ogni sua azione (dalla neve ai rom, dall’acqua di Acea a Totti). Tutto ora è come è, ma tutto potrebbe diventare o essere diventato ugualmente diverso: ecco perché Alemanno non può cambiare una virgola del corso casuale della storia della sua Roma, quattro anni in preda ai servilismi più marchettari, perso negli arabeschi di una non-linea politica d’accatto. Ecco perché la destra italiana, più in generale, non è in grado di costruire alcunché.

Così de Turris: A ogni sconfitta elettorale nessuno ammette le proprie colpe, nessuno fa tesoro della lezione. Si naviga a vista, non si elabora non dico una strategia a lunga scadenza ma nemmeno una tattica a breve. Giustamente allora è bene auspicare che una certa classe dirigente se ne vada a casa. Purtroppo alle sue spalle lascia il vuoto assoluto, avendo eliminato nel corso degli anni tutti coloro di cui avevano paura perché pensavano potessero far ombra. Non esiste nemmeno una generazione di ricambio: nell’arco di quattro lustri hanno azzerato la politica giovanile: quelli che avevano 20 anni nel 1993 sono diventati dei quarantenni uguali nel peggio alla famosa Casta che tanto disprezzavano, e quelli nati nel 1993 sono in genere totalmente impreparati e incolti. Se la destra è sconfitta, anzi morta, è colpa solo della destra e di coloro i quali l’hanno guidata sino ad oggi.

La sconfitta è alle porte, gente. E – ve lo dico – quella matita sarà pesante da impugnare per molti. L’unica spinta (sconfitta nella sconfitta) può scaturire solo dall’altro lato – onestamente, a uno con quella faccia lì, non gli si chiederebbe manco rimettere a posto i giocatori del Subbuteo!

Finisco di bere, scaglio a terra la bottiglia vuota e mi incammino nel sole che muore. Rapidi come le ombre che scorrono, i gatti lasciano i loro posti e, senza nessun suono, si avviano dietro di me.
Volevo un gatto nero.
Nero.
Nero.

Mi hai dato un gambero, ma io faccio un po’ come mi pare.

Sempre di meno, sempre più inutili. Ma ancora in piedi tra le macerie.

– Ciao Roma, se se mo visti (voce fuori campo)

Il cesso, in fondo, è a destra

Con le dimissioni di Renata Zero si chiude ufficialmente la prima stagione della destra al governo dell’Italia repubblicana: uno squallido fallimento su tutta la linea. Da Alemanno er tassinaro a Moffa a Polverini, ai gaglioffi di Berlusconi, la debacle è stata totale, inequivocabile, definitiva. Truffe, raccomandazioni, spionaggio, parentopoli e barzellette d’ogni genere hanno caratterizzato la combriccola ex-missina, per la quale la paura di essere fottuti, durata sessant’anni, s’è tragicamente trasformata nell’abbaglio di poter fottere impuniti, alla stregua dei loro ben più accorti e navigati predecessori.

La destra è parsa oggettivamente inadeguata e incontinente nella gestione psicologica di se stessa.

Le colpe di tutto questo sconquasso hanno un nome e un cognome: Gianfranco Fini. Di gran lunga il più cretino dei politici italiani dal dopoguerra (punica) a oggi.

E qui si potrebbe – o forse si dovrebbe  – partire con un’analisi logica dello sbaraglio, per risalire alle ragioni primarie della disfatta. Ma onestamente non ne abbiamo la voglia, né ne sentiamo il bisogno. Il fatto di non aver compiuto neppure un passo al fianco di questo circo di centro-destra, ci riempie di orgoglio e ci fa tirare un sospiro di sollievo, se non altro per la (facile) lungimiranza – proprio qualche giorno fa ho ritrovato copia della mia lettera di dimissioni dal Fronte della Gioventù del 1995 (l’anno di Fiuggi): “pur comprendendo nel merito le esigenze espresse dall’onorevole Fisichella, non me la sento proprio di seguire il partito in questa folle avventura”. Folle avventura: testuale.

La scelta fu dettata non tanto dall’aver intuito la pochezza politica e umana del segretario Fini, quanto piuttosto dall’odore di Democrazia Cristiana che dal quel gennaio 1995  aveva cominciato a caratterizzare le stanze del partito. La pochezza dello struzzo – ahimè – ci è apparsa chiara solo di recente, aggrappati com’eravamo alla speranza che l’uomo (si fa per dire) avesse in tasca uno straccio di progetto, un asso da calare, un santo in paradiso, un amico, un cugino israeliano, qualcosa. E invece, a un certo punto, sulla testa dell’idiota Fini, insieme alla kippah, è spuntato il fumetto di Snoopy: “Non seguitemi: mi sono perso anch’io”!

E sì che il buon Giano Accame ce lo aveva anticipato, quando in un pomeriggio di primavera, nel suo studio che affacciava sul Lungotevere degli Armellini, ci guardò negli occhi con il contegno che gli era proprio e ci rivelò che no, da quell’uomo non sarebbe scaturito proprio un bel niente.

Non esiste lezione da trarre in questa brutta vicenda. S’è trattato di un partito completamente ubriacato da qualche spicciolo di potere, che ha gettato fango su intere generazioni di uomini – dopo tutto sono pur sempre quattro poveri cristi cresciuti nelle fogne della politica, con un irrefrenabile desiderio di farcela – prendete uno come Gasparri, ad esempio. In Italia – mettiamocelo in testa – una vera e propria destra non c’è mai stata (non l’hanno consentito) e speriamo mai ci sarà, dal momento che sinistra e destra sono categorie ormai desuete, mendaci e a tratti anche irritanti.

Cosa fare? Innanzi tutto bisogna uscire dalla logica che ha dato le ali all’insignificanza della destra finiana (e almirantiana) del quello è uno dei nostri (Battisti, Battiato, Nilla Pizzi…), abbandonare la logica del destrismo pariolino e palestrato  di Alemanno e dei suoi abbronzatissimi amici di Piazza Euclide, rifuggire dal pecoreccio della destra alla vaccinara di Francesco Storace e simili, per ritrovare la logica del vivere alto.

Definirsi di “destra” oggi non indica più niente, senza nessun’altra precisazione.

Per noi la lezione non cambia di una virgola: “In prima linea comunque deve esserci l’impegno della sincerità, della lealtà e dell’assoluta aderenza a ogni a ogni parola data, nel piccolo (vita pratica, appuntamenti, scrivere o telefonare), ancor più che nel grande” (J. Evola)

Lavorare su di sé, non sbracare come tutti gli altri, darsi una regola interiore – servono esempi!  Le style c’est l’homme, diceva Henry de Montherland. Noi siamo quelli che restano in piedi tra le rovine (bildung und charakter), abbiamo un senso aristocratico nel confronto con la realtà e non ci facciamo sedurre da essa, oltre un certo limite. Abbiamo un ethos ascetico, un eroismo cavalleresco, siamo lupi tra le pecore. E tanto altro ancora, che non va detto né qui , né mai (sacra privata perpetuo manento).

Siamo gli anarchi di Junger, non apparteniamo a questa schiera di contabili dell’esistenza, pronti a tutto pur di raccattare uno straccio di consenso da parte del club dei politicanti per mestiere o della sedicente intellighenzia, di questi nostri intellettuali d’accatto.

Osserviamo la decadenza circostante (i beoti di Critical Mass, ad esempio) e cerchiamo di opporre un tratto di nobiltà (d’animo): chiedete a noi di Codreanu, non alla povera (encefalitica) Chiara Colosimo. Chiedeteci di Evola, di Heidegger. Non faremo un passo indietro nel tentativo di adulare o di farci accettare da chicchessia. Il progressista quasi certamente non comprenderà, ci prenderà per matti, ma noi proseguiremo per la nostra strada, nel convincimento della nostra diversità antropologica – res non verba. Perché noi viviamo il tempo circolare, ma non balleremo in tondo per seguire uno spartito scritto sopra il dorso dell’ambizione politica del giorno per giorno. Né di destra, né di sinistra!

Tutto ciò che abbiamo di fiorito è una rosa rossa tra i denti. Siamo il marmo contro la palude, siamo gli zaini pesanti contro le tracolle Freitag.