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Allons Startup de La Patrie!

Esultano le banche, i mercati, il grande capitale, i burocrati e i bobos di tutt’Europa.
I trumpisti di casa nostra, invece, ululano alla luna, imprecando contro il goblotto giudaico-massonico.
Le urne francesi ponevano l’elettore davanti a due visioni del mondo: una ultra-liberale e universalista, che non crede nello Stato né nella Nazione, l’altra identitaria.
Unico problema è che per abbracciare la seconda, bisognava sobbarcarsi tutto il peso di una struttura culturale (e politica) decadente e a tratti imbarazzante, quella appunto del nuovo Front National di Marine Le Pen. E infatti il 36, 91% dei francesi (tra nulle, bianche e astenuti) non se l’è sentita di spingere avanti quest’armata livorosa e decostruzionista (in questo tale e quale ai cinquestellai di casa nostra).
Non molto diverso da quello che succede in Italia, dove da a una ventina di anni a questa parte, se vuoi votare di là, devi farti il segno della croce – d’altronde checché se ne dica, Marine ha salvinizzato il Front (e non viceversa), anteponendo le gravier (la ruspa!) ai principi della novelle droite di Alain de Benoist (tanto cari al padre Jean Marie).
Risultato? Una débâcle!
È bastato l’algido algoritmo umanoide Macron a disintegrare i sogni di gloria lepenisti. In passato i milieu affaristici sostenevano un candidato o un altro, a seconda dei loro interessi. A sto giro hanno avuto agio di piazzarne addirittura uno proprio. E questo solo grazie alla consistenza, ma allo stesso tempo all’inconsistenza, di Marine e della sua equipe di avvocatuncoli borghesi, xenofobi e marrani.

Mi pare evidente che i francesi non siano ancora arrivati allo stato di decomposizione mentale, politica e culturale in cui versano gli americani e i loro cugini inglesi. Nessuna exit, dunque, per adesso, nessun Trump d’Oltralpe.

Ma non disperate. Oltre alla sua passione granny e alla conseguente inclinazione estinzionista, mr Mac ha anche una forte intraprendenza startuppara, e presto prenderà la Francia per mano per condurla ai livelli di degrado politico e culturale in cui versano i suoi cugini-alleati anglo-americani: smantellamento dell’apparato statale, abbassamento dei diritti dei lavoratori, a vantaggio de le grand replacement.
Arriveremo quindi al 2022 che la Francia sarà un polveriera nel cuore dell’Europa.  A quel punto toccherà a Marion Marechal, la vera erede di Jean-Marie. Ma sarà ormai troppo tardi. Il paese sarà probabilmente in submission, saldamente in mano ai fratelli mussulmani.
Saranno cazzi? Beh, sì: saranno cazzi. Non tanto per le banche e i mercati che com’è noto non conoscono luoghi, religioni né ideologie, quanto proprio per i nostri poveri bobos, che si ritroveranno le figlie con lo Hijab, e il loro fidanzato Mohamed che bonificherà la cantina, sversando nel cesso la riserva di Bordeaux di nonno Philippe.

… E poi si chiedono perché uno non faccia politica.
Non è perché sia difficile, ma piuttosto perché sarebbe del tutto inutile. Forse meglio concentrarsi a portare a termine la nemesi e aiutare gli algoritmi finanziari a completare l’opera nel minor tempo possibile.
E tu da che parte remi, verso un’Europa musulmana o una gender-free?
En marche! Rien ne va plus.

* Quest’articolo non prende in considerazione in alcun modo la Russia e Putin onde evitare il rischio concreto di mandare dallo psicanalista l’elettore di sinistra medio italiano, che già si trova al contempo a tifare per Rothschild e l’Europa dei “padroni” contro quella degli operai e dei contadini, votare per Banca Etruria, pur rimanendo anti-capitalista no-global, cantando oh bella ciao al primo maggio, ma anche Occidentali’s Karma, sventolando in entrambi i casi la bandiera del PCI.
A questo punto qualcuno darà atto che perdere la seconda guerra mondiale non è stata proprio una grandissima idea.

 

Il gambero nero

In Alemanno erano state riposte le speranze di una generazione che dalla classe politica della destra italiana aveva preso solo calci nel culo. In quella notte storica, davanti al Campidoglio, s’era adunata sì la solita feccia sub-umana di tassinari e dusce-dusce, ma pure gli altri, quelli che adesso tocca a noi (dimostrare di cosa siamo capaci). Una destra, da sempre minoritaria, che è stata per anni nell’ombra a tenersi in piedi tra le macerie. Uomini per bene, onesti e umili, intenti ad essere baluardo contro il pensiero unico e gli intruppamenti d’ogni ordine e grado. Persone generalmente sorridenti, spesso guascone, di mentalità aperta (in barba ai pregiudizi d’ordinanza). Padri di famiglia, con una scala di valori ben chiara e definita, con la quale hanno costruito la propria intera esistenza.

E lì davanti, come in un sogno, Roma: il nostro punto di partenza e di riferimento, il simbolo, il mito. Roma ritrovata, di nuovo nelle nostre mani, dopo decenni di barbarie, di caviale, di notti bianche, conti in rosso strisce blu.

Ma sono bastate poche ore perché la favola svanisse. Il “lupo” s’è subito trasformato in gambero, con quei suoi occhietti piccini, senza iride, senza cornea, solo pupille ravvicinate e inespressive: un gambero, appunto. Il gambero nero.

L’ambiguità, la perdita di identità, le promesse mancate, il rinnegamento del passato anche in modo brutale e gratuito, il barcamenarsi quotidiano, la politica degli annunci, la smentita di ogni promessa passata. Il sindaco di tutti, eccetto che degli elettori che lo avevano votato.

L’illusione di poter far conoscere alla capitale un’aria nuova, una cultura diversa, un atteggiamento morale che tagliasse col passato, è miseramente naufragata di fronte alla paranoia di essere definito fascista. Nessun riequilibrio, nessuna nuova possibilità, nessuna messa in circolo di energie nuove. Solo un accumulo di gesti velleitari e inconcludenti, che manco la Cacania di Musil.

Afflitto dal senso della possibilità, proprio come Ulrich, in poco tempo il nostro diviene imprevedibile in ogni sua azione (dalla neve ai rom, dall’acqua di Acea a Totti). Tutto ora è come è, ma tutto potrebbe diventare o essere diventato ugualmente diverso: ecco perché Alemanno non può cambiare una virgola del corso casuale della storia della sua Roma, quattro anni in preda ai servilismi più marchettari, perso negli arabeschi di una non-linea politica d’accatto. Ecco perché la destra italiana, più in generale, non è in grado di costruire alcunché.

Così de Turris: A ogni sconfitta elettorale nessuno ammette le proprie colpe, nessuno fa tesoro della lezione. Si naviga a vista, non si elabora non dico una strategia a lunga scadenza ma nemmeno una tattica a breve. Giustamente allora è bene auspicare che una certa classe dirigente se ne vada a casa. Purtroppo alle sue spalle lascia il vuoto assoluto, avendo eliminato nel corso degli anni tutti coloro di cui avevano paura perché pensavano potessero far ombra. Non esiste nemmeno una generazione di ricambio: nell’arco di quattro lustri hanno azzerato la politica giovanile: quelli che avevano 20 anni nel 1993 sono diventati dei quarantenni uguali nel peggio alla famosa Casta che tanto disprezzavano, e quelli nati nel 1993 sono in genere totalmente impreparati e incolti. Se la destra è sconfitta, anzi morta, è colpa solo della destra e di coloro i quali l’hanno guidata sino ad oggi.

La sconfitta è alle porte, gente. E – ve lo dico – quella matita sarà pesante da impugnare per molti. L’unica spinta (sconfitta nella sconfitta) può scaturire solo dall’altro lato – onestamente, a uno con quella faccia lì, non gli si chiederebbe manco rimettere a posto i giocatori del Subbuteo!

Finisco di bere, scaglio a terra la bottiglia vuota e mi incammino nel sole che muore. Rapidi come le ombre che scorrono, i gatti lasciano i loro posti e, senza nessun suono, si avviano dietro di me.
Volevo un gatto nero.
Nero.
Nero.

Mi hai dato un gambero, ma io faccio un po’ come mi pare.

Sempre di meno, sempre più inutili. Ma ancora in piedi tra le macerie.

– Ciao Roma, se se mo visti (voce fuori campo)

Non siamo un partito, non siamo una casta, non siamo un cazzo…

Il mio connazionale tende sostanzialmente a semplificare, a ridurre al minimo le proprie responsabilità, nella casa, nel lavoro, nella cabina elettorale, nel cervello. Di qui, il berlusconismo di ieri, il grillismo oggi, l’italiotismo di sempre. Si tende alla semplicità, alla riduzione, all’impianto binario, in una parola, all’idiozia. E all’homo nuvus di turno si affidano puntualmente la coscienza e i propri doveri. Se ci pensate, è così anche nel calcio, unico specchio del paese, da Paolo Rossi a Totò Schillaci, a Baggio, Totti e Balotelli: uno vale tutti, altroché.

Sto osservando, non senza disgusto, questa offensiva qualunquista – a cazzo, direi, per essere più precisi – contro l’idea, in favore della pratica. Un neo-materialismo volgare in salsa ecologista-vegetariana, già vecchio di cent’anni, da cui nasce il culto dell’inconscio, della distanza breve, del caso, del provvisorio.

Una massa freudiana che crede negli istinti che non ha, divorata dall’esigenza di ridurre tutto al pratico, al quattro-e-quattro-otto, sta trascinando il paese nella più oscura anticamera dell’irrazionale. Il tutto condito con qualche spruzzatina di antifascismo d’accatto, che in Italia non guasta mai.

Osservo disgustato tutti noi (dalla classe dirigente al popolo di facebook) che non riusciamo ancora a discutere senza polemizzare; ed è logico, poiché  in queste ore (come sempre) non sono le menti degli italiani ad incontrarsi per cercare soluzioni, ma i caratteri a scontrarsi per difendere posizioni. Una logica partigiana (in senso lato) che ci fa ricadere nelle alleanze contingenti. Non vi è una vera e propria opposizione delle idee (i programmi elettorali sono fatti con lo stampino) quanto piuttosto un’antipatia che nasce dalle diverse nature: sono i caratteri a combattersi, non le idee. Si ricade in qualcosa di tanto semplice e fatale quanto la lotta di specie, in uno stadio regressivo in cui il litigio, il contrasto e la guerra fra bande dominano la scena, assassinando l’idea stessa di nazione.

Così, di giorno in giorno, i nuovi borghesi liquidi che abitano le nostre contrade, rinunziano a se stessi, felici di alleggerirsi del peso di questa o quella autorità che lo costringevano a credere in valori dei quali non afferrano più il senso: libertà, patria, decoro, religione, tradizione; valori che diventano miti vaghi dai contorni imprecisi che i liquidi non sanno più far coincidere coi propri interessi. Valori che sono solo illusioni da vecchi nonni di quando l’economia basava ancora su stolide basi domestiche e non esistevano i derivati e le tracolle Freitag.

Un esercito della mediocrità dilaga nel paese. Hanno stracci per bandiere e un’idea vaga di se stessi e del mondo: una via di mezzo tra il Bar Sport e J.J. Rousseau.

E noi?

E noi – li mortacci nostri! – dovremmo stare qui a pianificare la presa del potere (perché Tremonti ha detto che siamo a una nuova Weimar e una nuova Weimar esigerebbe nuovi putsch), e invece siamo rimasti qui a bere vino, leggendo quotidiani, guardando tg, tribune politiche, in cerca di un senso. Ma un senso non ce l’ha. D’altronde se il Verona perde in casa col Vicenza e col Padova, è chiaro a tutti che Dio non è con noi.

Ci trinceriamo, dunque, dietro il nostro silenzio e le nostre percentuali da birra analcolica, cercando di rimanere in piedi tra queste macerie. Le gradi anime  – dicono – non disprezzano gli avversari, li dimenticano.

L’intervista. Alessandro Giuli: “Gli ex An, dal ‘tra-passo delle oche’ alla diserzione”

triumviri

Nel 2007 c’era ancora Alleanza Nazionale. Gianfranco Fini, un giorno sì e l’altro anche, tuonava contro Berlusconi, minacciando di interrompere tutti i rapporti politici tra il suo partito e quello del Cavaliere. Italo Bocchino, durante un convegno dal titolo “Il tempo delle scelte”, giurava che dietro l’uscita di Storace da An, avvenuta a luglio di quell’anno, ci fosse “la manina di Silvio”. Tutti, o quasi, di fronte agli slanci volitivi del leader di Forza Italia- che parlava di nuovi partiti con cui annettere gli alleati- si stringevano intorno al giudizio di Fini sulla questione: Berlusconi “è alle comiche finali”.

Sempre nel 2007 usciva un libro scritto da Alessandro Giuli, all’epoca notista politico de “Il Foglio”, dal titolo “Il passo delle oche” (Einaudi). Si trattava di una radiografia critica della destra post-missina in cui emergeva con chiarezza il fatto che, nonostante l’ostilità ostentata, l’idea finiana di una navigazione tattica, unita a uno scarso peso dato all’elaborazione culturale, avrebbero condotto i rottamatori del Msi tra le braccia di Berlusconi, senza nemmeno garantire loro una duratura sopravvivenza interna al nuovo soggetto. Oggi, Giuli, è il vice-direttore del quotidiano di Ferrara e le previsioni che aveva affidato al suo libro si sono avverate tutte. Rimane solo da capire se sia rimasto ancora materiale utile per scriverne un seguito.

“Il passo delle oche” ha predetto il futuro o tutti i dati disponibili indicavano già cosa sarebbe successo?

Era già tutto chiaro, sia su Fini che sul suo partito. Non ho avuto doti di chiaroveggenza. Ho solo collegato elementi che erano abbastanza evidenti e che, già all’epoca, persone come Enzo Erra e Giorgio Pisanò, che avevano conosciuto di persona Fini e ne avevano seguito tutto il percorso politico, individuavano come avvisaglie di quello che sarebbe stato il decorso distruttivo del Movimento Sociale/Alleanza nazionale dal 1995 in poi. Loro magari non hanno beneficiato di una pubblicistica attenta, mentre il mio libro, edito da Einaudi, ha avuto un rilievo diverso.

La colpa del collasso politico di quel mondo legato ad Alleanza Nazionale è imputabile solo a Gianfranco Fini?

Non solo a lui. Ma Gianfranco Fini è comunque considerabile il più grande assassino seriale di partiti. Ha ucciso il Movimento Sociale, ha ucciso Alleanza Nazionale, ha ucciso il Pdl (perché nonostante quello che pensa Berlusconi, oramai il Pdl è esclusivamente una lista elettorale e personale) e, infine, ha ucciso Futuro e Libertà, che oggi è ridotta a una specie di larva politica. Tutto questo perché, da sempre, Fini ha utilizzato la forma partito come combustibile di una carriera votata al personale. Ovviamente la sua classe dirigente è stata completamente in linea con le sue aspettative. Gregaria, dal sostantivo latino grex che designa il gregge, è entrata, prima, in Alleanza Nazionale e poi nel Pdl, senza elaborare il frutto di una identità negata.

Il passaggio da Alleanza Nazionale al Pdl, quindi, sarebbe stato indolore?

Sì perché in An non c’era stata alcuna creazione di valori. Il passaggio dal Movimento Sociale al nuovo partito era stato soltanto un trasbordo dalle catacombe a un seminterrato più presentabile. Inoltre era già evidente che gli ex-missini sarebbero usciti con le ossa rotte dall’esperienza della fusione con Forza Italia, in quanto non avrebbero portato all’interno nessun contributo identitario preciso e, anzi, avrebbero infettato anche il Pdl con le loro beghe di corrente.

Eppure, all’epoca, si parlava di Forza Italia come di un “partito di plastica”, facilmente permeabile…

Esatto. Loro sono partiti con l’idea di egemonizzare culturalmente un partito permeabile a ogni innesto, proprio perché ritenuto di plastica, e in realtà si sono trovati in un mare magno di lotte intestine. Insieme a un partito, l’ex Forza Italia, che comunque conservava tradizioni non totalmente neglette. Per esempio la corrente socialista o quella liberal/conservatrice. Paradossalmente An è entrata con l’intenzione di egemonizzare ma ha finito per fare la figura della truppa di lanzichenecchi.

Quindi un discrimine culturale tra le due formazioni non c’era?

An si è presentata all’appuntamento con le solite correnti. La destra berlusconiana di Gasparri e La Russa, che tendenze culturali non ne ha mai avute ma nemmeno vantate. Matteoli e Urso, che più che una corrente erano un esperimento di laboratorio creato da Fini per controbilanciare la spinta dell’altra corrente, quella sociale di Alemanno, che è la vera area drammaticamente sconfitta e da giudicare senza pietà. Loro sì che sono arrivati con delle pretese culturali, qualche libro letto e Pino Rauti sulle spalle. Sono loro che hanno avuto una implosione nei gangli del potere, dopo aver rinunciato consapevolmente a qualsiasi tipo di promozione culturale.

Ci sono stati tentativi recenti di unire, vista l’impossibilità di farlo con quelle politiche, le correnti culturali della destra identitaria. Può essere, questo, un percorso utile?

Mi pare pura retroguardia. Ne ho visti troppi di tentativi del genere. Dai Campi Hobbit in poi era tutto un “facciamola sinistra”, “facciamola destra”, “facciamola strana”. Il problema è che ogni iniziativa culturale onnicomprensiva, priva di una selezione vera e di una chiarificazione di intenti, è sempre fallita. Ed è fallita perché non puoi mettere l’abramitico Cardini con altri intellettuali più smaglianti e meno confezionati, non puoi mettere insieme l’intellettuale conservatore con i malati di avanguardismo futurista. Sono stati, questi, esperimenti utili negli anni 70 per farsi notare e per far vedere che c’erano delle singole intelligenze, oggi non esprimono altro che un reducismo senza prospettive.

Uno dei problemi della destra è, quindi, il tentativo di “far stare nella stessa stanza” Marinetti e Evola?

Sì, ma non credo ci sia bisogno di essere evoliani per pensare ai futuristi come a dei cretini fosforescenti. Basta Gabriele D’Annunzio.

Cosa ne pensa della novità rappresentata da Casa Pound?

Mi piace per quel tanto che riesce a rievocare di Fiume e del Novecento più vitale, solare, gioioso e patriottico della Grande guerra. Non amo di Casa Pound gli orpelli avanguardisti e pseudo futuristi.

Oggi ci sarebbe materiale per scrivere un seguito de “Il passo delle oche?”

Ci sarebbe ma andrebbe esteso e il titolo dovrebbe essere “I disertori”. Individui che, come tutti sanno, finiscono fucilati dalla storia.

Il cesso, in fondo, è a destra

Con le dimissioni di Renata Zero si chiude ufficialmente la prima stagione della destra al governo dell’Italia repubblicana: uno squallido fallimento su tutta la linea. Da Alemanno er tassinaro a Moffa a Polverini, ai gaglioffi di Berlusconi, la debacle è stata totale, inequivocabile, definitiva. Truffe, raccomandazioni, spionaggio, parentopoli e barzellette d’ogni genere hanno caratterizzato la combriccola ex-missina, per la quale la paura di essere fottuti, durata sessant’anni, s’è tragicamente trasformata nell’abbaglio di poter fottere impuniti, alla stregua dei loro ben più accorti e navigati predecessori.

La destra è parsa oggettivamente inadeguata e incontinente nella gestione psicologica di se stessa.

Le colpe di tutto questo sconquasso hanno un nome e un cognome: Gianfranco Fini. Di gran lunga il più cretino dei politici italiani dal dopoguerra (punica) a oggi.

E qui si potrebbe – o forse si dovrebbe  – partire con un’analisi logica dello sbaraglio, per risalire alle ragioni primarie della disfatta. Ma onestamente non ne abbiamo la voglia, né ne sentiamo il bisogno. Il fatto di non aver compiuto neppure un passo al fianco di questo circo di centro-destra, ci riempie di orgoglio e ci fa tirare un sospiro di sollievo, se non altro per la (facile) lungimiranza – proprio qualche giorno fa ho ritrovato copia della mia lettera di dimissioni dal Fronte della Gioventù del 1995 (l’anno di Fiuggi): “pur comprendendo nel merito le esigenze espresse dall’onorevole Fisichella, non me la sento proprio di seguire il partito in questa folle avventura”. Folle avventura: testuale.

La scelta fu dettata non tanto dall’aver intuito la pochezza politica e umana del segretario Fini, quanto piuttosto dall’odore di Democrazia Cristiana che dal quel gennaio 1995  aveva cominciato a caratterizzare le stanze del partito. La pochezza dello struzzo – ahimè – ci è apparsa chiara solo di recente, aggrappati com’eravamo alla speranza che l’uomo (si fa per dire) avesse in tasca uno straccio di progetto, un asso da calare, un santo in paradiso, un amico, un cugino israeliano, qualcosa. E invece, a un certo punto, sulla testa dell’idiota Fini, insieme alla kippah, è spuntato il fumetto di Snoopy: “Non seguitemi: mi sono perso anch’io”!

E sì che il buon Giano Accame ce lo aveva anticipato, quando in un pomeriggio di primavera, nel suo studio che affacciava sul Lungotevere degli Armellini, ci guardò negli occhi con il contegno che gli era proprio e ci rivelò che no, da quell’uomo non sarebbe scaturito proprio un bel niente.

Non esiste lezione da trarre in questa brutta vicenda. S’è trattato di un partito completamente ubriacato da qualche spicciolo di potere, che ha gettato fango su intere generazioni di uomini – dopo tutto sono pur sempre quattro poveri cristi cresciuti nelle fogne della politica, con un irrefrenabile desiderio di farcela – prendete uno come Gasparri, ad esempio. In Italia – mettiamocelo in testa – una vera e propria destra non c’è mai stata (non l’hanno consentito) e speriamo mai ci sarà, dal momento che sinistra e destra sono categorie ormai desuete, mendaci e a tratti anche irritanti.

Cosa fare? Innanzi tutto bisogna uscire dalla logica che ha dato le ali all’insignificanza della destra finiana (e almirantiana) del quello è uno dei nostri (Battisti, Battiato, Nilla Pizzi…), abbandonare la logica del destrismo pariolino e palestrato  di Alemanno e dei suoi abbronzatissimi amici di Piazza Euclide, rifuggire dal pecoreccio della destra alla vaccinara di Francesco Storace e simili, per ritrovare la logica del vivere alto.

Definirsi di “destra” oggi non indica più niente, senza nessun’altra precisazione.

Per noi la lezione non cambia di una virgola: “In prima linea comunque deve esserci l’impegno della sincerità, della lealtà e dell’assoluta aderenza a ogni a ogni parola data, nel piccolo (vita pratica, appuntamenti, scrivere o telefonare), ancor più che nel grande” (J. Evola)

Lavorare su di sé, non sbracare come tutti gli altri, darsi una regola interiore – servono esempi!  Le style c’est l’homme, diceva Henry de Montherland. Noi siamo quelli che restano in piedi tra le rovine (bildung und charakter), abbiamo un senso aristocratico nel confronto con la realtà e non ci facciamo sedurre da essa, oltre un certo limite. Abbiamo un ethos ascetico, un eroismo cavalleresco, siamo lupi tra le pecore. E tanto altro ancora, che non va detto né qui , né mai (sacra privata perpetuo manento).

Siamo gli anarchi di Junger, non apparteniamo a questa schiera di contabili dell’esistenza, pronti a tutto pur di raccattare uno straccio di consenso da parte del club dei politicanti per mestiere o della sedicente intellighenzia, di questi nostri intellettuali d’accatto.

Osserviamo la decadenza circostante (i beoti di Critical Mass, ad esempio) e cerchiamo di opporre un tratto di nobiltà (d’animo): chiedete a noi di Codreanu, non alla povera (encefalitica) Chiara Colosimo. Chiedeteci di Evola, di Heidegger. Non faremo un passo indietro nel tentativo di adulare o di farci accettare da chicchessia. Il progressista quasi certamente non comprenderà, ci prenderà per matti, ma noi proseguiremo per la nostra strada, nel convincimento della nostra diversità antropologica – res non verba. Perché noi viviamo il tempo circolare, ma non balleremo in tondo per seguire uno spartito scritto sopra il dorso dell’ambizione politica del giorno per giorno. Né di destra, né di sinistra!

Tutto ciò che abbiamo di fiorito è una rosa rossa tra i denti. Siamo il marmo contro la palude, siamo gli zaini pesanti contro le tracolle Freitag.

 

Maurice Bardèche

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Finiremo per guardare le esperienze fasciste come delle esperienze politiche che sono state indebitate e sfigurate dalle necessità drammatiche della guerra, ma che hanno per carattere essenziale l’innalzamento di alcuni valori morali: il coraggio, l’energia, la disciplina, la responsabilità, la coscienza professionale, la solidarietà. La scomparsa di questi valori è il dramma delle società venute in seguito.

I movimenti fascisti sono sorti da una reazione contro questa snaturazione dei popoli. Questa reazione ebbe dappertutto lo stesso punto d’appoggio. Nel loro sgomento, coloro che rifiutavano questo mondo nuovo del dopoguerra, hanno fatto riferimento a un’immagine-modello dell’antica grandezza del loro popolo, per l’Italia quella delle legioni di Roma, per la Germania quella dei Germani di Arminius che avevano sconfitto l’esercito del consule Varus, per la Romania o l’Ungheria quella dei loro contadini combattenti, per la Spagna l’immagine dell’onore castellano : non un’ideologia, ma un modello morale, quello che incarnava meglio ciò che erano o quello che avrebbero voluto essere nelle trincee dove avevano combattuto.

[…] Prima di odiare il fascismo, bisognerebbe cercare di capirlo.

Il fascismo è nato, storicamente, dalla collera degli ex-combattenti contro la classe politica. Ma è stato, più profondamente, un’opposizione spontanea contro la demoralizzazione della guerra e del dopoguerra che accompagnò la trasformazione di una società rurale stabile, economa, paziente, coraggiosa, legata all’onestà e al civismo, in una società di lavoratori dipendenti che hanno come unico orizzonte l’aumento dello stipendio, come guida l’ideologia, come strumento la politica.

Distruggendo, dopo la Seconda Guerra Mondiale, questa rinascita della coscienza nazionale con il pretesto di annientare l’ideologia razzista, è stata distrutta una soluzione politica originale che permetteva di rompere le ideologie distruttrici dell’unità nazionale e nello stesso tempo gli eccessi del capitalismo selvaggio.

In realtà, i regimi fascisti non sono stati dei regimi di costrizione per gli individui. Hanno generalmente rispettato le libertà individuali e hanno represso solo il sabotaggio, il parassitismo e la speculazione. In compenso, hanno assicurato ai popoli la libertà più preziosa, quella di essere loro stessi e non ciò che altri hanno deciso per loro: libertà che noi non conosciamo più.

[…] I regimi fascisti sono stati o hanno cercato di essere dei regimi di solidarietà e di giustizia sociale, che sono stati in seguito deformati dagli obblighi della guerra. Qualunque regime di solidarietà e di giustizia sociale esige uno Stato forte: ma uno Stato forte non ha bisogno di ideologia : ha bisogno solamente di buon senso e di generosità.

Maurice Bardèche
Testo tratto dalla rivista Le Crapouillot, N° 77, settembre-ottobre 1984

Il Borghese e il Lavoratore di Junger

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Al Borghese, Jünger nega ogni valore metafisico.

Il Borghese, contrariamente al Lavoratore, ragiona esclusivamente in maniera utilitaria. Vuole ricevere il più possibile dalla vita e darle il meno possibile. Al di sopra di tutti i valori colloca la sicurezza. Per secoli si è rinchiuso in castelli fortificati e grossi borghi. Poi ha visto con assoluta naturalezza le grandi città come «centri ideali di sicurezza».

Mosso dal timore e dall’invidia, alla ricerca del profitto e del riposo, oggi il borghese continua a barricarsi
contro la vita. È incapace, per il suo livello dell’essere, di concepire un’azione storica, di realizzare azioni energiche decisive. Si tiene sempre in disparte rispetto ai poteri di quell’«elementare» da cui il Lavoratore trae la sua potenza. Considera tali poteri, che siano quelli della guerra o dell’amore, della natura o della morte, «irragionevoli» o «immorali». La società, per il Borghese, è il risultato di un atto razionale volontario, di un contratto, che si fonda sul principio rassicurante dell’eguaglianza di tutti. (Anche per questo, in caso di conflitto internazionale, gli importa così tanto di sapere chi ha «torto» o «ragione»). Insomma, Lavoratore e Borghese differiscono come l’alba e il crepuscolo.

Alain de Benoist

Peròn!

http://www.dictatorofthemonth.com/Peron/juan_evita_peron.jpeg

Giampiero Venturi per salinari.it

Quando, come ogni 17 ottobre, qualcuno lo ricorda in piazza a Buenos Aires, probabilmente si riferisce a ciò che fu dopo. Durante il secondo mandato, quando la dicotomia perversa delle eredità da spartire era già diventata guerra di bande, pasto per avvoltoi. Gli stessi avvoltoi che oggi alla Casa Rosada, si dichiarano peronisti, nel nome generico di un popolo, parola rifritta che odora molto di “sudaco” e poco di democrazia reale. Erano peronisti del resto pure Guevara e i Montoneros. Lo stesso Diego Armando Maradona si iscrisse al partito peronista, alla facciaccia della storia e di chi si impegna a studiarla. Un giorno si scoprirà che forse pure Bruno Giordano e Moreno Ferrario avevano la tessera del partito che porta il nome del generale.
Io mi limito a brindare in sordina e con molto rumore lo stesso. L’attualità storica ce lo consente. Sulle ceneri del comunismo ha imperversato per tre lustri il pensiero liberale. Materialista in economia, individualista nella filosofia e nell’etica, agnostico nello spirito. Eliminato il funesto cancro rosso, il suo gemello rinnegato, il capitalismo, ha fatto da papà, da mamma e da figlio scemo. Lo abbiamo dato per scontato, coi gendarmi anglosassoni a fare da scudo da ogni possibile avversità. Hanno trionfato per anni la scuola neoclassica e il famigerato monetarismo della scuola di Chicago. La Politica sottomessa all’Economia, che fa anticamera, che decide (quando decide) solo di rimbalzo. Il pensiero economico ha girato intorno all’Offerta, ponendosi il problema della Domanda Aggregata solo per riflesso. “Il mercato ci penserà da solo…” si è sempre detto confortati dai dati dei cicli economici positivi.
Niente da dire sul piano teorico. Sono assi cartesiani su cui si incrociano linee. I keynesiani o fautori della spesa pubblica, si sono messi in riga aspettando il ciclo successivo come sempre accade in Economia. Una volta ciascuno non fa male a nessuno.
Comandavano i keynesiani del resto negli anni’60, i Golden Years, anni dalla spesa pubblica pazza, del massimo impiego, del boom economico. Poi la recessione, addirittura la stagflazione legata allo shock petrolifero, che alla disoccupazione ha sommato il rialzo dei prezzi. Alla ripresa, dopo gli orrendi anni ’70, è il Reaganismo a dominare la scena; il Friedman ammazza-Stato è il suo vate, il Tatcherismo, addirittura un modo di vestire, parlare, essere brutti.
Eliminato il mostro sovietico (sia ringraziato Dio sempre) sembrava quasi che non ci fosse più bisogno di dimostrare nulla. Con i progressisti in eterno impasse (la sfiga è sfiga del resto, hai voglia a incrociare assi cartesiani), figuriamoci! Se l’antitodo alla destra economica doveva essere gente che somigliava a Veltroni, ringraziamo Dio (e due!) se oggi in Italia non c’è il dollaro! E come faceva a vincere lo Stato? Con questi qui? Non scherziamo! Ha difeso l’economia pubblica gente che quando gioca in casa fa 2 fisso.
La destra economico finanziaria sembrava obbligata ad assurgere a modello unico per assenza di nemici insomma.
Invece il nemico endemico ha fatto capolino. Se lo stesso Tremonti rivendica il ritorno all’800 e alle Patrie sovranità, qualcosa deve essersi rotto. La Finanza (non la Guardia, che quella il suo da fare ce l’ha sempre) si è bloccata. Capito che non serve a produrre ricchezza ma a riallocarla, deve cedere di nuovo il posto alla Politica.
Alla domanda “quale politica?” non so rispondere. Il discorso si allargherebbe.
Oggi mi basta poco: è il giorno in cui si ricorda la scarcerazione del generale Perón, il 17 ottobre del 1945, grazie alla mobilitazione di massa del sindacato da lui nazionalizzato, sceso in campo a suo favore. Prendo una Peroni e brindo. Una Peroni in memoria di Perón.
Mentre il mondo franava, la Terza Posizione, incarnata da un modello economico-sociale nemico del comunismo e del pensiero liberaldemocratico, ridestava la speranza. I dirigismi europei anni trenta franavano ma la dimostrazione che un mondo diverso dai mostri dei due blocchi sembrava a portata di mano. Né collettivismo ateo, né materialismo capitalista.
Croce, Spada e Stato. Quello sociale appunto. Quello fatto da solidarismo, equità, redistribuzione, coscienza nazionale, giustizia sociale.
“Ti sei scordato la libertà…” potrebbe obiettarmi chicchessia…
Ah è vero, la libertà…
Quella sì. È quella che decide il bello e il cattivo tempo nella vita dell’uomo, mica no…
Mi affaccio fuori e vedo che oggi più che altro lo ha fatto cattivo perché piove tantissimo. Sarà perché è venerdì 17 e non sembra un giorno da poter nascere col sole.
Però meglio così… di pioggia ne è caduta tanta, proprio oggi che c’era la manifestazione dei Cobas tra l’altro… poi dici la sfiga…

Quoque tu

Ramona Badescu e Gianni Alemanno

L’attrice Ramona Badescu è stata nominata consigliere del sindaco di Roma per i rapporti con i romeni La politica Daniela Santanché è stata ingaggiata da Odeon Tv, insieme a Irene Pivetti ed Elisabetta Gardini, una ex onorevole diventata personaggio televisivo e un ex personaggio televisivo diventata onorevole. Se la società degli umani seguisse i criteri dei politici, avremmo dentisti che trapanano radiatori e meccanici che scalpellano carie, parrucchieri che insegnano procedura penale e magistrati che fanno la messa in piega. Sarebbe un mondo elettrico ed estemporaneo. Finirebbe in fretta, ma fra molte risate. Invece quello dei politici resiste perché non è più un mercato specializzato. Prevale chi non sa fare nulla, a patto che non lo sappia fare dappertutto. Un ceto di incompetenti intercambiabili, che può stare su un calendario come al governo, andare in Parlamento sull’onda di un successo (o insuccesso) televisivo e finire in tv sulla scia di un’esperienza parlamentare.

Ben ci sta. Ai tempi di Mani Pulite ci accanimmo contro i professionisti della politica. Anziché esigere semplicemente che i componenti di tutti gli organi elettivi dello Stato e degli enti locali venissero dimezzati, per ridurre a cifre accettabili i costi endemici della corruzione, pensammo di risolvere il problema con l’ingresso della fantomatica società civile nelle stanze dei bottoni. Così la politica, che in mano ai politici era una cosa sporca ma seria, è rimasta sporca ed è diventata anche frivola.

Anti

Iadicicco, Presidente romano di Azione Giovani, scrive una lettera aperta nella quale dichiara di “non riuscire a trovare una sola ragione per essere del tutto antifascista”. Pioggia di fischi e pernacchie dall’opinione pubblica, a quasi tutti i livelli. Massimo Gramellini su La Stampa fornisce al giovane aennino un motivo per essere ancora oggi antifascisti: il delitto Matteotti. Dato per buono che si sia trattato di un omicidio volontario (in verità la ricostruzione storica penderebbe più per un eccesso zelo di quattro gaglioffi), mi chiedo se a fronte di tutti i delitti, stragi e catastrofi di stato dal ’45 ad oggi, Gramellini se la senta d’incoraggiare Iadicicco ad essere anti-democratico. Alemanno, dal canto suo, chiede d’inserire la voce anticomunismo nella costituzione repubblicana. Gramellini risponde che in Italia siamo antifascisti perché c’era il regime nero, in Polonia saranno anticomunisti perché è toccato loro il regime rosso. Non fa una piega. Mi sfugge però il vantaggio d’essere anti-questo e anti-quello, in un paese che cade a pezzi. Il fascismo è Storia d’Italia. L’antifascismo è una categoria inutile e ingiustificata tanto quanto l’odio anticomunista. Lo stolido cittadino che impreca e lotta contro l’uno o contro l’altro è un perdigiorno, un fannullone, un attaccabrighe, un fesso.

LXXXVI

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Disinteressato a vibrare all’unisono con la storia, cerca nella sconfitta il sapore di ciò che più ama: il distacco da ogni interesse materiale e il gusto del gioco e della morte. ” L’estetica dell’insuccesso è l’unica durevole. Chi non capisce l’insuccesso è perduto”. (Cocteau)
Si caratterizza per il rifiuto di quei valori borghesi sui quali si è edificata la cosiddetta civiltà: l’utile, il denaro e il lavoro. Si contrappone alla democrazia proclamando la sua appartenenza a una sorta di “nuova aristocrazia”, poiché possiede facoltà che non è dato comprare.

Campidoglio di ricino

Quella di Alemanno è la vittoria della Destra, quella vera. Ieri, quando “Lupo” s’è affacciato alla finestra del Campidoglio, l’Inno a Roma lo cantava un po’ tutta la piazza. Alemanno non è uno di destra così tanto per dire: è uno che la celtica la porta ancora al collo. C’entra poco con Fini , Gasparri e quelli di Alleanza Nazionale. “Una notte da raccontare ai nipotini”- diceva qualcuno all’ombra della statua di un imbandierato Marco Aurelio. E in effetti è un po’ così. Anni e anni di militanza nel sottobosco trovano soddisfazione e un po’ di giustizia in questa sua vittoria. Una vittoria ben diversa da quella del PdL. Adesso c’è da augurarsi che questa destra selvatica abbia la maturità e la forza di governare una macchina così complicata. Il compito è molto arduo. Bisognerebbe assestare subito un paio di colpi significativi. E Alemanno ha le capacità e la spregiudicatezza per poterlo fare. Sarebbe bello se riuscisse a dimostrare a questo paese che ricacciare la destra nelle fogne per tanto tempo non è stato un vantaggio per nessuno. E che un goccetto di olio di ricino, al massimo, è servito a molti, per digerire i veleni e i pregiudizi per per tanti anni hanno dovuto ingoiare.