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Il Borghese e il Lavoratore di Junger

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Al Borghese, Jünger nega ogni valore metafisico.

Il Borghese, contrariamente al Lavoratore, ragiona esclusivamente in maniera utilitaria. Vuole ricevere il più possibile dalla vita e darle il meno possibile. Al di sopra di tutti i valori colloca la sicurezza. Per secoli si è rinchiuso in castelli fortificati e grossi borghi. Poi ha visto con assoluta naturalezza le grandi città come «centri ideali di sicurezza».

Mosso dal timore e dall’invidia, alla ricerca del profitto e del riposo, oggi il borghese continua a barricarsi
contro la vita. È incapace, per il suo livello dell’essere, di concepire un’azione storica, di realizzare azioni energiche decisive. Si tiene sempre in disparte rispetto ai poteri di quell’«elementare» da cui il Lavoratore trae la sua potenza. Considera tali poteri, che siano quelli della guerra o dell’amore, della natura o della morte, «irragionevoli» o «immorali». La società, per il Borghese, è il risultato di un atto razionale volontario, di un contratto, che si fonda sul principio rassicurante dell’eguaglianza di tutti. (Anche per questo, in caso di conflitto internazionale, gli importa così tanto di sapere chi ha «torto» o «ragione»). Insomma, Lavoratore e Borghese differiscono come l’alba e il crepuscolo.

Alain de Benoist

Ernst Jünger

Nato il 29 marzo 1895 a Heidelberg 3, Jünger compie i suoi studi dapprima al liceo di Hannover e a Schwarzenberg, negli Erzgebirge, poi a Braunschweig e di nuovo ad Hannover, oltre che alla Scharnhorst-Realschule di Wunstorf.  Nel 1913, all’età di diciotto anni, scappa dalla casa paterna. Scopo della fuga: arruolarsi nella Legione Straniera, a Verdun! Alcuni mesi dopo, quando ha già brevemente soggiornato ad Algeri e cominciato a seguire corsi di istruzione a Sidi- bel-Abbès, il padre riesce a convincerlo a rientrare in Germania. Riprende quindi gli studi al Gildemeister Institut di Hannover, dove si familiarizza in particolare con l’opera di Nietzsche. La prima Guerra mondiale scoppia il primo agosto 1914. Sin dal primo giorno, Jünger si offre volontario. Assegnato al 73° reggimento fucilieri, riceve l’ordine di marcia il 6 ottobre. Il 27 dicembre parte per il fronte della Champagne. Combatte a Dorfes-les-Epargnes, a Douchym, Monchy. Caposezione nell’agosto 1915, sottotenente nel novembre, segue a partire dall’aprile 1916 dei corsi a Croisilles per diventare ufficiale. Due mesi più tardi prende parte ai combattimenti sulla Somme, dove viene ferito due volte. Di ritorno al fronte, in novembre, col grado di tenente, è nuovamente ferito vicino a Saint-Pierre-Vaast. Il 16 dicembre riceve la Croce di ferro di prima classe. Nel febbraio 1917 è Stosstruppführer, capo di un gruppo d’assalto. È il momento in cui si è aperta la guerra di logoramento e le perdite umane raggiungono un’ampiezza terrificante. Da parte francese fervono i preparativi per la sanguinosa ed inutile offensiva di Nivelle sul Chemin des Dames. Alla testa dei suoi uomini, Jünger si infiltra nelle trincee e moltiplica i colpi di mano. Scontri incessanti, nuove ferite: a luglio sul fronte delle Fiandre e ancora in dicembre. Jünger è decorato con la croce di cavaliere dell’Ordine degli Hohenzollern. Durante l’offensiva del marzo 1918 conduce di nuovo le sue truppe all’assalto. Viene ferito. In agosto una nuova ferita, questa volta vicino a Cambrai. Finisce la guerra in un ospedale militare, dopo essere stato ferito quattordici volte. Ciò gli vale l’attribuzione della croce «Pour le mérite», la più elevata distinzione dell’esercito tedesco. Solamente dodici ufficiali subalterni dell’armata di terra, fra i quali il futuro maresciallo Rommel, riceveranno questa decorazione durante l’intera prima Guerra mondiale.

Junger

 

Passare al bosco equivale a rompere, radicalmente, col presente e comporta la scelta di un nuovo modo di essere e di sapere in opposizione al nichilismo. “Anche solo in vista dell’autoconservazione, l’uomo libero è obbligato a riflettere sul comportamento da tenere in un mondo in cui il nichilismo non solo è dominante ma, quel che è peggio, è diventato la condizione normale”.

Ernst Jünger

Giunto alla soglia dei novant’anni, Jünger si misurò con il proprio lontano passato di bambino: lo fece in questo breve ma teso romanzo, intrecciando i tre percorsi fisici che lo conducevano a scuola con i ricordi di quell’epoca che non lo avevano mai lasciato. Ne scaturì una rievocazione ancora intensa di un difficile rapporto con le istituzioni, quella scolastica in primo luogo, incapaci di comprendere e valorizzare quell’adolescente inquieto e sognante, dalle tendenze ribelli e aggressive. E ancora adesso, passato un secolo da quell’infanzia rievocata, sentiamo nelle pagine dello scrittore tedesco vibrare le corde di una necessità di resistere alle istituzioni e alle autorità incapaci di cogliere l’essenza individuale di ciascuno e pronte soltanto ad ammettere e approvare la supina adesione a valori morti e completamente muti.

Tempo ciclico e tempo progressivo

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Secondo il filosofo Ernst Junger esistono due diverse concezioni del tempo, una lineare e una ciclica.

“Esse si annunciano già nel linguaggio. Chi parla del tempo che passa, scorre, trascorre, fugge, ha in mente un tempo diverso rispetto a chi usa modi di dire nei quali il tempo è rappresentato da una ruota, e parla perciò di cicli e di ricorsi. Per il primo il tempo è una forza progressiva; per l’altro una forza ciclica. Sebbene nel tempo siano presenti entrambi questi aspetti, è molto diverso se percepiamo l’uno o l’altro e a quale dei due prestiamo ascolto”.

Il pensiero di Junger si snoda poi così: “II tempo che ritorna è un tempo che dona e restituisce. Le ore sono ore dispensatrici. Sono anche diverse l’una dall’altra perché ci sono le ore di tutti i giorni e le ore di festa. Ci sono albe e tramonti, basse e alte maree, costellazioni e culminazioni. Il tempo progressivo invece, non viene misurato in cicli e moti circolari, ma su una scala graduata: è un tempo uniforme. Qui i contenuti passano in secondo piano” .
Quanto più ci si identifica con il proprio tempo e si vive in simbiosi con esso, tanto più si è vittime dei suoi pregiudizi. Ma il pregiudizio più radicato credo sia proprio il tempo in quanto tale.