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San Gerardo protettore dell’identità

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La postmodernità che attraversiamo sembra un ultimo supplizio prima del probabile decesso dell’Occidente. Un supplizio che infligge molteplici trasformazioni che somigliano sempre di più a negazioni, scomparse, appiattimenti.

Potenza 2008. Provincia del Sud Europa. Festa del Patrono (San Gerardo). In barba alle attualissime visioni europeiste allargate, si festeggia la cacciata dei turchi dalla città.

Una tra le tante amputazioni contemporanee, che potrebbe apparire derisoria se paragonata ad altri drammi del nostro tempo, ma non meno sintomatica, è la progressiva sostituzione della gioia attraverso le festività obbligatorie condotte. Tale tendenza è drasticamente aumentata a partire dagli anni ‘90, sull’onda del veltronismo e di un progressismo di facciata che ha interessato prima Roma, poi l’Italia intera.

In cosa consiste questa nuova pratica della sostituzione della gioia? Nell’erigere a norma sociale «avvenimenti» ufficialmente e civicamente festivi ai quali la popolazione è invitata a partecipare, pena l’essere qualificata come reazionaria, rinnegata e guastafeste.
Il grande rito del tempo libero collettivo certificato «in conformità» prende i nomi di “Festa della musica”, “Raduno roller”, “Notte Bianca”, “Love Parade”, “Gay Pride”, eccetera.

Luoghi ed eventi nei quali la gente si diverte con serietà e professionalità. La festa non è più un soggetto sul quale scherzare, soprattutto da quando essa è stata immolata a medicamento per una popolazione depressa e abulica. E’ uno spazio di divertimento condotto e controllato.

La festa del patrono di Potenza, tralasciando le lacune fisiologiche di questa provincia, segna un punto in direzione contraria: grande partecipazione popolare, grande coesione comunitaria.

Il merito va ascritto all’Associazione dei Portatori del Santo e a tutta gioventù lucana, che anima i giorni della festa con uno spirito triviale, genuino e devoto. Devoto – diciamo la verità – più alla tradizione ed alla appartenenza alla propria comunità che al santo patrono.

La decadenza non manca nella suggestiva cornice di Largo Pignatari che ospita il “pranzo dei portatori”. Ma l’abnegazione e la genuina gioia dei “uagliò” fa barriera contro l’insinuarsi del Secolo e, almeno per un paio d’ore, si sente l’odore della Tradizione e il calore del Popolo.

Oggi, in questo tipo di occasioni, si ride poco, non c’è grande interazione e spesso scoppiano incidenti, risse, tumulti. In sostanza non siamo più in presenza di un’esplosione di gioia collettiva, ma di un tentativo di neutrelizzare il dolore, lo stress e la frustrazione che scaturiscono dalla condotta di vita dell’occidente contemporaneo. Si dimentica anziché ricordare, si disperde anziché conservare, ci si immerge in un mondo fittizio fatto di droghe, alcool e rumore, nel tentativo di nascondere l’abissale vacuità culturale, spitituale e indentitaria.

E’ per questo che la festa potentina colpisce per contrasto coi tempi. Molto si può fare ancora per aumentare il grado di coesione e consapevolezza di questa bellissima gioventù, di questo orgoglioso popolo. Bisogna sempre ricordare che non si ride e non ci si diverte tra gente che non condivide nulla, non ha riferimenti comuni, né storia, né memoria, né ricordi, né avvenire. Verdi, rosse, gialle o bianche che siano, le loro notti non varranno mai neppure un’ora del nostro 29 maggio.