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Roma Tremilaventiquattro

imageQui il tempo ha altre leggi, lo spazio proporzioni diverse. Come con gli scudi e le piotte, bisogna imparare da subito a farei conti con nuovi parametri,  ad essere noi stessi, ma districandosi tra le strade di questa benedetta grande bellezza, talvolta sfiorita, ma sempre ammonitrice e maestra.  Una immensa ruota sublime nella quale s’impara a perdere tempo senza frignare (come invece fanno i cugini calvinisti), avvicinandosi in questo modo, inconsapevolmente, al mistero della storia di Roma e della sua vera essenza. Poiché il genio e la virtù di questo popolo sono innanzi tutto nella sua immensa capacità di attesa, nella sua incomprensibile pazienza, che è vasta quanto è vasta la superficie. Questa pazienza è sopravvissuta a tutto, in ogni tempo, ha sconfitto burgundi e marcomanni, lanzichenecchi e gepidi, goti e francesi, e anche adesso agisce come il più robusto pilastro nella nuova architettura sociale di questo sfacelo. Nessun altro popolo al mondo sarebbe stato in grado di sopportare la sorte che Roma è abituata a subire da millenni, con indifferenza e nonchalance. Guerre, carestie, allagamenti, sacchi e devastazioni, abusi, ruberie e palazzinari, fino al Nulla pneumatico di queste ore. Non per niente Roma è la prima città del mondo. E ognuno di noi non può che inchinarsi con deferenza di fronte alla summa di sofferenza e martirio ch’essa è costretta a subire.

Tutto ciò Roma ha potuto tollerarlo grazie a questa sua eccezionale resistenza nella passività, attraverso un me ne frego scanzonato e ironico, ma anche eroico al tempo stesso, e una tenace, muta pazienza, ch’è la sua vera grande forza incommensurabile.

 

 

 

(ispirato da un passo di S. Zweig)

Esperienza esteriore

I grandi eventi storici riescono ad acquistare maggiore autonomia, separandosi dall’organico e sfoderando un volto ferreo che ci fa subito capire come, nel compierli, l’uomo altro non fu che uno strumento di una ragione più alta. Il sottofondo spirituale della costruzione delle piramidi, le innumerevoli sofferenze, la tanta felicità andata perduta insieme alle esperienze dei regni e dei re – di tutto questo non è rimasta traccia. Eppure, ancora oggi la vista di queste masse di marmo ci sconvolge: da esse, al netto del lato umano, emana una volontà grande e solenne.

 

Portacenere

«Perché sta a Roma lei, signor Meis?».

Mi strinsi ne le spalle e gli risposi:

«Perché mi piace di starci…».

«Eppure è una città triste» osservò egli, scotendo il capo. «Molti si meravigliano che nessuna impresa vi riesca, che nessuna idea viva vi attecchisca. Ma questi tali si meravigliano perché non vogliono riconoscere che Roma è morta.»

«Morta anche Roma?» esclamai, costernato.

«Da gran tempo, signor Meis! Ed è vano, creda, ogni sforzo per farla rivivere. Chiusa nel sogno del suo maestoso passato, non ne vuol più sapere di questa vita meschina che si ostina a formicolarle intorno. Quando una città ha avuto una vita come quella di Roma, con caratteri così spiccati e particolari, non può diventare una città moderna, cioè una città come un’altra. Roma giace là, col suo gran cuore frantumato, a le spalle del Campidoglio. Son forse di Roma queste nuove case? Guardi, signor Meis. Mia figlia Adriana mi ha detto dell’acquasantiera, che stava in camera sua, si ricorda? Adriana gliela tolse dalla camera, quell’acquasantiera; ma, l’altro giorno, le cadde di mano e si ruppe: ne rimase soltanto la conchetta, e questa, ora, è in camera mia, su la mia scrivania, adibita all’uso che lei per primo, distrattamente, ne aveva fatto. Ebbene, signor Meis, il destino di Roma è l’identico. I papi ne avevano fatto – a modo loro, s’intende – un’acquasantiera; noi italiani ne abbiamo fatto, a modo nostro, un portacenere. D’ogni paese siamo venuti qua a scuotervi la cenere del nostro sigaro, che è poi il simbolo della frivolezza di questa miserrima vita nostra e dell’amaro e velenoso piacere che essa ci dà.»

Da Il Fu Mattia Pascal
Luigi Pirandello

Il gambero nero

In Alemanno erano state riposte le speranze di una generazione che dalla classe politica della destra italiana aveva preso solo calci nel culo. In quella notte storica, davanti al Campidoglio, s’era adunata sì la solita feccia sub-umana di tassinari e dusce-dusce, ma pure gli altri, quelli che adesso tocca a noi (dimostrare di cosa siamo capaci). Una destra, da sempre minoritaria, che è stata per anni nell’ombra a tenersi in piedi tra le macerie. Uomini per bene, onesti e umili, intenti ad essere baluardo contro il pensiero unico e gli intruppamenti d’ogni ordine e grado. Persone generalmente sorridenti, spesso guascone, di mentalità aperta (in barba ai pregiudizi d’ordinanza). Padri di famiglia, con una scala di valori ben chiara e definita, con la quale hanno costruito la propria intera esistenza.

E lì davanti, come in un sogno, Roma: il nostro punto di partenza e di riferimento, il simbolo, il mito. Roma ritrovata, di nuovo nelle nostre mani, dopo decenni di barbarie, di caviale, di notti bianche, conti in rosso strisce blu.

Ma sono bastate poche ore perché la favola svanisse. Il “lupo” s’è subito trasformato in gambero, con quei suoi occhietti piccini, senza iride, senza cornea, solo pupille ravvicinate e inespressive: un gambero, appunto. Il gambero nero.

L’ambiguità, la perdita di identità, le promesse mancate, il rinnegamento del passato anche in modo brutale e gratuito, il barcamenarsi quotidiano, la politica degli annunci, la smentita di ogni promessa passata. Il sindaco di tutti, eccetto che degli elettori che lo avevano votato.

L’illusione di poter far conoscere alla capitale un’aria nuova, una cultura diversa, un atteggiamento morale che tagliasse col passato, è miseramente naufragata di fronte alla paranoia di essere definito fascista. Nessun riequilibrio, nessuna nuova possibilità, nessuna messa in circolo di energie nuove. Solo un accumulo di gesti velleitari e inconcludenti, che manco la Cacania di Musil.

Afflitto dal senso della possibilità, proprio come Ulrich, in poco tempo il nostro diviene imprevedibile in ogni sua azione (dalla neve ai rom, dall’acqua di Acea a Totti). Tutto ora è come è, ma tutto potrebbe diventare o essere diventato ugualmente diverso: ecco perché Alemanno non può cambiare una virgola del corso casuale della storia della sua Roma, quattro anni in preda ai servilismi più marchettari, perso negli arabeschi di una non-linea politica d’accatto. Ecco perché la destra italiana, più in generale, non è in grado di costruire alcunché.

Così de Turris: A ogni sconfitta elettorale nessuno ammette le proprie colpe, nessuno fa tesoro della lezione. Si naviga a vista, non si elabora non dico una strategia a lunga scadenza ma nemmeno una tattica a breve. Giustamente allora è bene auspicare che una certa classe dirigente se ne vada a casa. Purtroppo alle sue spalle lascia il vuoto assoluto, avendo eliminato nel corso degli anni tutti coloro di cui avevano paura perché pensavano potessero far ombra. Non esiste nemmeno una generazione di ricambio: nell’arco di quattro lustri hanno azzerato la politica giovanile: quelli che avevano 20 anni nel 1993 sono diventati dei quarantenni uguali nel peggio alla famosa Casta che tanto disprezzavano, e quelli nati nel 1993 sono in genere totalmente impreparati e incolti. Se la destra è sconfitta, anzi morta, è colpa solo della destra e di coloro i quali l’hanno guidata sino ad oggi.

La sconfitta è alle porte, gente. E – ve lo dico – quella matita sarà pesante da impugnare per molti. L’unica spinta (sconfitta nella sconfitta) può scaturire solo dall’altro lato – onestamente, a uno con quella faccia lì, non gli si chiederebbe manco rimettere a posto i giocatori del Subbuteo!

Finisco di bere, scaglio a terra la bottiglia vuota e mi incammino nel sole che muore. Rapidi come le ombre che scorrono, i gatti lasciano i loro posti e, senza nessun suono, si avviano dietro di me.
Volevo un gatto nero.
Nero.
Nero.

Mi hai dato un gambero, ma io faccio un po’ come mi pare.

Sempre di meno, sempre più inutili. Ma ancora in piedi tra le macerie.

– Ciao Roma, se se mo visti (voce fuori campo)

Il cesso, in fondo, è a destra

Con le dimissioni di Renata Zero si chiude ufficialmente la prima stagione della destra al governo dell’Italia repubblicana: uno squallido fallimento su tutta la linea. Da Alemanno er tassinaro a Moffa a Polverini, ai gaglioffi di Berlusconi, la debacle è stata totale, inequivocabile, definitiva. Truffe, raccomandazioni, spionaggio, parentopoli e barzellette d’ogni genere hanno caratterizzato la combriccola ex-missina, per la quale la paura di essere fottuti, durata sessant’anni, s’è tragicamente trasformata nell’abbaglio di poter fottere impuniti, alla stregua dei loro ben più accorti e navigati predecessori.

La destra è parsa oggettivamente inadeguata e incontinente nella gestione psicologica di se stessa.

Le colpe di tutto questo sconquasso hanno un nome e un cognome: Gianfranco Fini. Di gran lunga il più cretino dei politici italiani dal dopoguerra (punica) a oggi.

E qui si potrebbe – o forse si dovrebbe  – partire con un’analisi logica dello sbaraglio, per risalire alle ragioni primarie della disfatta. Ma onestamente non ne abbiamo la voglia, né ne sentiamo il bisogno. Il fatto di non aver compiuto neppure un passo al fianco di questo circo di centro-destra, ci riempie di orgoglio e ci fa tirare un sospiro di sollievo, se non altro per la (facile) lungimiranza – proprio qualche giorno fa ho ritrovato copia della mia lettera di dimissioni dal Fronte della Gioventù del 1995 (l’anno di Fiuggi): “pur comprendendo nel merito le esigenze espresse dall’onorevole Fisichella, non me la sento proprio di seguire il partito in questa folle avventura”. Folle avventura: testuale.

La scelta fu dettata non tanto dall’aver intuito la pochezza politica e umana del segretario Fini, quanto piuttosto dall’odore di Democrazia Cristiana che dal quel gennaio 1995  aveva cominciato a caratterizzare le stanze del partito. La pochezza dello struzzo – ahimè – ci è apparsa chiara solo di recente, aggrappati com’eravamo alla speranza che l’uomo (si fa per dire) avesse in tasca uno straccio di progetto, un asso da calare, un santo in paradiso, un amico, un cugino israeliano, qualcosa. E invece, a un certo punto, sulla testa dell’idiota Fini, insieme alla kippah, è spuntato il fumetto di Snoopy: “Non seguitemi: mi sono perso anch’io”!

E sì che il buon Giano Accame ce lo aveva anticipato, quando in un pomeriggio di primavera, nel suo studio che affacciava sul Lungotevere degli Armellini, ci guardò negli occhi con il contegno che gli era proprio e ci rivelò che no, da quell’uomo non sarebbe scaturito proprio un bel niente.

Non esiste lezione da trarre in questa brutta vicenda. S’è trattato di un partito completamente ubriacato da qualche spicciolo di potere, che ha gettato fango su intere generazioni di uomini – dopo tutto sono pur sempre quattro poveri cristi cresciuti nelle fogne della politica, con un irrefrenabile desiderio di farcela – prendete uno come Gasparri, ad esempio. In Italia – mettiamocelo in testa – una vera e propria destra non c’è mai stata (non l’hanno consentito) e speriamo mai ci sarà, dal momento che sinistra e destra sono categorie ormai desuete, mendaci e a tratti anche irritanti.

Cosa fare? Innanzi tutto bisogna uscire dalla logica che ha dato le ali all’insignificanza della destra finiana (e almirantiana) del quello è uno dei nostri (Battisti, Battiato, Nilla Pizzi…), abbandonare la logica del destrismo pariolino e palestrato  di Alemanno e dei suoi abbronzatissimi amici di Piazza Euclide, rifuggire dal pecoreccio della destra alla vaccinara di Francesco Storace e simili, per ritrovare la logica del vivere alto.

Definirsi di “destra” oggi non indica più niente, senza nessun’altra precisazione.

Per noi la lezione non cambia di una virgola: “In prima linea comunque deve esserci l’impegno della sincerità, della lealtà e dell’assoluta aderenza a ogni a ogni parola data, nel piccolo (vita pratica, appuntamenti, scrivere o telefonare), ancor più che nel grande” (J. Evola)

Lavorare su di sé, non sbracare come tutti gli altri, darsi una regola interiore – servono esempi!  Le style c’est l’homme, diceva Henry de Montherland. Noi siamo quelli che restano in piedi tra le rovine (bildung und charakter), abbiamo un senso aristocratico nel confronto con la realtà e non ci facciamo sedurre da essa, oltre un certo limite. Abbiamo un ethos ascetico, un eroismo cavalleresco, siamo lupi tra le pecore. E tanto altro ancora, che non va detto né qui , né mai (sacra privata perpetuo manento).

Siamo gli anarchi di Junger, non apparteniamo a questa schiera di contabili dell’esistenza, pronti a tutto pur di raccattare uno straccio di consenso da parte del club dei politicanti per mestiere o della sedicente intellighenzia, di questi nostri intellettuali d’accatto.

Osserviamo la decadenza circostante (i beoti di Critical Mass, ad esempio) e cerchiamo di opporre un tratto di nobiltà (d’animo): chiedete a noi di Codreanu, non alla povera (encefalitica) Chiara Colosimo. Chiedeteci di Evola, di Heidegger. Non faremo un passo indietro nel tentativo di adulare o di farci accettare da chicchessia. Il progressista quasi certamente non comprenderà, ci prenderà per matti, ma noi proseguiremo per la nostra strada, nel convincimento della nostra diversità antropologica – res non verba. Perché noi viviamo il tempo circolare, ma non balleremo in tondo per seguire uno spartito scritto sopra il dorso dell’ambizione politica del giorno per giorno. Né di destra, né di sinistra!

Tutto ciò che abbiamo di fiorito è una rosa rossa tra i denti. Siamo il marmo contro la palude, siamo gli zaini pesanti contro le tracolle Freitag.

 

Dilemma americano

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«Il dilemma dell’America è tra due modelli: Eliogabalo e Adriano. All’impero di Eliogabalo l’America sarebbe arrivata proseguendo con Clinton sulla sua Terza Via. Ciò che è bene per Wall Street è bene per l’America, cuore a sinistra e portafoglio a destra. Non esistono valori assoluti, ma solo valori relativi, se possibile da quotare in Borsa. Gli scandali fanno parte del paesaggio e così via. Al secondo modello, ad Adriano, può corrispondere Obama, che si riporta alla tradizione dei democratici Anni ’30, ai valori roosveltiani, e che ha la sorte di concorrere a disegnare un nuovo modello di civiltà. La crisi è globale e la soluzione può essere solo globale, non solo economica, ma politica, basata su un New Deal globale».

Atticismo militante

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Lucidissima analisi di Stefano Disegni che prende spunto da una terrazza romana, ma che potrebbe tranquillamentre essere un salotto, o un elegante loft di raffinato design, in qualsiasi altra parte d’Italia.

Un affresco di quella “fuga verso l’alto” operata in questi ultimi anni dalla sinistra italiana; che ha trasformato la sinistra stessa in una middle class, molle e nutellaia, che viene vista dalle periferie come un nemico snob da combattere. E i risultati delle ultime elezioni lo hanno definitivamente evidenziato.

Ma pare che la lezione sia servita a poco. Ancora ieri, passando nei pressi del Circo Massimo, si respirava aria di decadenza e conservatorismo piccoloborghese. Un’aria da zero a zero in casa, che non lasciava presagire alcun pericolo per il centrodestra che sta governando il paese. E credo che – sia chiaro – questo non sia necessariamente un bene.

Una sinistra sempre più lontana dalle periferie e dal popolo, asserragliata tra i pacifismi e i buonismi di matrice chic della rive gauche. Una sinistra malconcia, in balia di quel signore grassottello che la guida male e che nel frattempo compra case a Manhattan per la sua figliuola.

Quoque tu

Ramona Badescu e Gianni Alemanno

L’attrice Ramona Badescu è stata nominata consigliere del sindaco di Roma per i rapporti con i romeni La politica Daniela Santanché è stata ingaggiata da Odeon Tv, insieme a Irene Pivetti ed Elisabetta Gardini, una ex onorevole diventata personaggio televisivo e un ex personaggio televisivo diventata onorevole. Se la società degli umani seguisse i criteri dei politici, avremmo dentisti che trapanano radiatori e meccanici che scalpellano carie, parrucchieri che insegnano procedura penale e magistrati che fanno la messa in piega. Sarebbe un mondo elettrico ed estemporaneo. Finirebbe in fretta, ma fra molte risate. Invece quello dei politici resiste perché non è più un mercato specializzato. Prevale chi non sa fare nulla, a patto che non lo sappia fare dappertutto. Un ceto di incompetenti intercambiabili, che può stare su un calendario come al governo, andare in Parlamento sull’onda di un successo (o insuccesso) televisivo e finire in tv sulla scia di un’esperienza parlamentare.

Ben ci sta. Ai tempi di Mani Pulite ci accanimmo contro i professionisti della politica. Anziché esigere semplicemente che i componenti di tutti gli organi elettivi dello Stato e degli enti locali venissero dimezzati, per ridurre a cifre accettabili i costi endemici della corruzione, pensammo di risolvere il problema con l’ingresso della fantomatica società civile nelle stanze dei bottoni. Così la politica, che in mano ai politici era una cosa sporca ma seria, è rimasta sporca ed è diventata anche frivola.

Denti

Roma, anziché essere l’avamposto comunitario che la sua storia gli impone, è una stolida pseudo-metropoli piena di persone che fingono d’interessarsi alle “Ribellioni n.2″. Questo è il risultato di decenni di subcultura. Ultimo esempio del degrado artistico della città è l’iniziativa”Contemporaneamonti“: una stolida esposizione di aborti visivi, disseminati negli esercizi commerciali del Rione I. Ma di esempi se ne potrebbero fare a migliaia.

Io non sono un esperto d’arte, sia chiaro. Ma se i parametri condivisi sono il Michelangelo e il Bernini, non puoi sperticarti in recensioni ultra artistiche e chiedere per giunta 3 mila e 500 euro per cinque denti di gesso mezzi fracassati, sparsi sul pavimento del negozio della mia ragazza. E’ arte dici? Ma dai. Allora se mi porgi la mascella provo con un destro a tirar fuori i 32 elementi artistici rimasti intrappolati al chiuso del tuo cavo orale! E’ arte pure quella, no? Suvvia…

La verità è che una sciagurata gestione derelitta è riuscita a portareall’ombra dei sette colli solo vip e vippismi, saltimbanchi, architetti uterini, attoruncoli, nani, ballerine, starlet e avanzi del DAMS. E allora ecco il fotografo da quatto soldi comportarsi come una rock star, la comparsa di fiction atteggiarsi manco fosse Gassmann, il cantantino di quint’ordine sfasciare la stanza d’albergo like a Rolling Stone. Uno squallido stall-system che costa, sporca, spende e spande, a danno e della comunità.

E’ proprio su queste storture che l’attuale giunta comunale dovrebbe misurarsi. Anziché perdersi in meschine rivalse sulla gestione della mostra del cinema, su questa o quella kermesse.

Ma quale mostra del cinema? Bisognerebbe spazzare via queste degenerazioni di Papa Walter. Azzerare, salvando quel pochissimo di buono che c’è, di destra o di sinistra che sia. Alzare il tiro. Ripensare Roma come centro mondiale dell’Arte e della Cultura, anziché come passerella per attori di Hollywood. Estirpare il morbo finto-intellettuale. Annullare questa tendenza dei giovani artisti e artistoidi al narcisismo edonistico ed egoistico: “non riesco ad immaginare come sia possibile che un artista serio possa mai considerarsi soddisfatto del proprio lavoro”.

Bisogna ricreare a Roma un habitat in cui l’Arte possa risorgere. Osteggiare l’individualismo artistico. Ridonare l’Arte al popolo per ritrovare in essa una salvifica funzione sociale ed intellettuale.

Roma non può essere abbandonata nella mani di questi sciacalli, di questi shampisti dell’arte che sperperano il denaro pubblico e privato nell’organizzare di esposizioni mortifere e degradanti. Roma è un canone mondiale di bellezza. E non c’è nulla di più triste e avvilente di una bellezza sfiorita e maltrattata.

Campidoglio di ricino

Quella di Alemanno è la vittoria della Destra, quella vera. Ieri, quando “Lupo” s’è affacciato alla finestra del Campidoglio, l’Inno a Roma lo cantava un po’ tutta la piazza. Alemanno non è uno di destra così tanto per dire: è uno che la celtica la porta ancora al collo. C’entra poco con Fini , Gasparri e quelli di Alleanza Nazionale. “Una notte da raccontare ai nipotini”- diceva qualcuno all’ombra della statua di un imbandierato Marco Aurelio. E in effetti è un po’ così. Anni e anni di militanza nel sottobosco trovano soddisfazione e un po’ di giustizia in questa sua vittoria. Una vittoria ben diversa da quella del PdL. Adesso c’è da augurarsi che questa destra selvatica abbia la maturità e la forza di governare una macchina così complicata. Il compito è molto arduo. Bisognerebbe assestare subito un paio di colpi significativi. E Alemanno ha le capacità e la spregiudicatezza per poterlo fare. Sarebbe bello se riuscisse a dimostrare a questo paese che ricacciare la destra nelle fogne per tanto tempo non è stato un vantaggio per nessuno. E che un goccetto di olio di ricino, al massimo, è servito a molti, per digerire i veleni e i pregiudizi per per tanti anni hanno dovuto ingoiare.